Com’era verde il mio motore

Canna da zucchero e barbabietola, mais e olio di palma e, ultima arrivata, la jatropha, vengono ad assicurarci un futuro di viaggi sostenibili attraverso il pianeta. Proprio senza costi?…

Ogni aeroplano che si posi a terra, quando ha finito di rullare e apre i portelloni ha spruzzato nell’atmosfera almeno 390 chilogrammi di ossido di carbonio – per passeggero! – su una distanza, mettiamo, di 2000 chilometri (i chili ovviamente sono di più quando le distanze sono maggiori, ma non molti di meno per quelle più corte, dato che decollo e atterraggio rappresentano buona parte del dispendio energetico).

Se pochi “puri e duri” erano talmente consapevoli dal punto di vista ecologico, alla fine del millennio, da denunciare già allora il Giubileo per il surplus di traffico aereo che esso provocava, quanto è avvenuto dopo il Duemila, con il boom dei voli supereconomici, beh, è fuori misura. Dal 2001 al 2006 la quota dei passaggi low cost in Europa è passata dal 3% al 20%. Un costo basso, anzi bassissimo, per il viaggiatore, ma non per i suoi polmoni – e quelli di tutti –, né per le sue tasse – e quelle di tutti (tariffe così scontate vengono poi “completate” attraverso un complesso gioco di incentivi alle compagnie, e di privilegi che, stringi stringi, escono sempre dalle tasche dei contribuenti; e non parliamo delle condizioni lavorative, da era pre-sindacale, dei dipendenti). La domanda è cresciuta verticalmente, gli aeroporti si sono moltiplicati (con tutte le conseguenze ambientali del caso), le problematiche (non solo di Alitalia e Malpensa) pure. E l’Unione europea, così attenta e persino rigida su tante questioni, su questo pare non ci senta. Anzi, come informava il mensile Valori in un dossier dell’estate scorsa, la Ue, pur prevedendo «una riduzione del 30% delle emissioni di gas serra entro il 2020, ha trascurato due elementi importantissimi: la crescita esponenziale in Europa del settore dei trasporti, in particolare quello aereo, e il ruolo chiave svolto dalla Bei».

Quest’ultima è la Banca Europea per gli Investimenti, che negli ultimi dieci anni «ha realizzato investimenti nello sviluppo del trasporto in Europa per più di 112 miliardi di euro, circa un terzo del suo bilancio»; ciononostante, «l’impatto climatico dei progetti le sfugge».

Cocco bello… nel blu

Ma ora arrivano i nostri! A metà febbraio si è alzato in volo per la prima volta, sulla rotta Londra-Amsterdam, un aereo con i serbatoi riempiti, oltre che di normale kerosene, per un quinto anche di biodiesel. Era un Boeing 747 della Virgin e il biopropellente consisteva in una miscela di olio di cocco e babassu.

Un esperimento esaltante. Che sembra promettere scenari nuovi, cieli più puliti e aria meno intossicata, e che verrebbe a bilanciare una crescita del trasporto aereo che è stata, dal 1990, del 100% (i jet, tra l’altro, non liberano solo CO2 ma anche altri gas serra). Di più. Fra il 2003 e il 2020 Eurocontrol, l’agenzia che sovrintende al traffico aereo nel nostro continente, prevede il raddoppio del numero di voli.

Intanto quaggiù, sulle nostre strade, i biocarburanti sono già realtà. Non in Italia (ancora per poco); ma nella vicina Francia, ad esempio, va a biodiesel una vettura a gasolio su due. E comunque la Ue ha fissato la meta: entro il 2020, l’energia verde dovrà rappresentare almeno il 10% del totale dei consumi di benzina e gasolio per l’autotrazione.

Siamo alla quadratura del cerchio. L’ingegno umano ha trovato il modo di rispettare l’ambiente senza abbassare i consumi. Bello. O troppo bello per essere vero?

«Crimine contro l’umanità»

Lo scorso mese di marzo, il Relatore speciale dell’Onu sul diritto all’alimentazione, Jean Ziegler, ha ribadito – davanti al Consiglio dei diritti dell’uomo, organo delle Nazioni Unite – la sua richiesta di una moratoria di cinque anni sull’impiego del propellente del futuro. Alla recente fiammata dei prezzi dei prodotti agricoli, cresciuti mediamente, nel mondo, del 41% tra l’inizio e la fine del 2007, non è infatti estraneo lo sviluppo delle colture a fini energetici. Terreni destinati all’alimentazione vengono riconvertiti in “giacimenti puliti”, e automaticamente (per le leggi dell’economia) la stessa alimentazione di base viene ad essere più cara. Ziegler lo ha chiamato, senza giri di parole, «crimine contro l’umanità».

Un giornalista inglese, George Monbiot, ha reso pubblico l’atroce paradosso che si sta consumando nello Swaziland, un piccolo regno, incastonato nel Sudafrica, che stava passando un brutto momento, con il 40% della popolazione a soffrire la fame. «E cos’ha deciso di fare il governo? – scrive Monbiot sul Guardian – Di esportare biocarburante estratto dall’alimento nazionale, la manioca. Ha destinato alla produzione di etanolo migliaia di ettari coltivabili della contea di Lavumisa, che è la zona più colpita dalla siccità».

La denuncia di Jean Ziegler era stata preceduta, nel mese di ottobre, da una analoga proposta di moratoria, della durata di cinque anni, questa volta indirizzata alla Ue e riguardante l’Africa. La decisa presa di posizione proviene da ambienti ecclesiali: una Rete Fede e Giustizia Africa-Europa (Aefjn), con sede a Bruxelles, che raggruppa una cinquantina di istituti religiosi cattolici presenti in ambo i continenti. A febbraio una trentina di Ong africane ha a sua volta lanciato un appello simile.

Tali richieste non sono puramente negative o… anti-postmoderne: esigono tempi più lunghi di approfondimento scientifico sulle conseguenze socio-economiche, e maggiore ponderatezza “politica” nel prendere le decisioni. Dietro un paravento ambientalista si rischia di cauzionare semplicemente nuovi, mostruosi business le cui “fatture”, poi, vengono regolarmente recapitate ad altri. I più poveri.

Il quinquennio di sospensione dell’euforia da etanolo proposto da Aefjn punta così a: ridurre gli investimenti in monocolture su larga scala in Africa; mettere fine al loro impatto negativo in termini di ambiente e di società locale; bloccare il rincaro delle derrate alimentari; informare adeguatamente popolazioni e classi dirigenti; approfondire la ricerca su altri carburanti che siano davvero rispettosi dell’ambiente e, quindi, anche dei diritti sociali.

La monnezza ci salverà?

A dire il vero, davanti a questi allarmi, peraltro lanciati con l’appoggio di ampie documentazioni e di possibili scenari, la stessa Commissione europea ha messo al lavoro il suo comitato scientifico. E il Joint Research Centre ha concluso, in un rapporto riservato ma portato alla luce del sole da associazioni ambientaliste, che a conti fatti il biodiesel non offre veri vantaggi, né dal punto di vista climatico né da quello occupazionale (per non parlare delle ulteriori minacce alla biodiversità e alle foreste, dei fertilizzanti che gli incondizionali del “petrolio verde” non mettono in calcolo, dei costi per i cittadini Ue, e così di seguito). «Gli inconvenienti nell’utilizzo degli agrocarburanti – ha concluso il Joint Research Centre – sono più pesanti dei vantaggi». Il Fondo Monetario Internazionale sottoscrive.

Ma intanto la macchina sembra già in corsa. La norvegese BioFuel ha dato inizio un anno fa in Ghana a una coltivazione di 850 ettari di jatropha, destinata a divenire «la più grande piantagione al mondo» di una pianta non commestibile che, è vero, si accontenta di poca acqua. Ma, guarda caso, in agosto ci sono già state, in India, le prime rivolte di contadini, cacciati dalle loro terre dove il governo ha progettato di mettere a jatropha 14 milioni di ettari.

Una speranza forse meno nociva ci viene dalla prossima generazione di biodiesel, quello ottenuto dai rifiuti. Ma se non si comincia a provvedere da subito, e comunque, a una drastica riduzione dei consumi energetici, beh… neppure la monnezza ci salverà.

pubblicato su Evangelizzare maggio 2008
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