Comunque bella

“Una bomba di bellezza”. C’è chi ha trovato l’occasione ghiotta per titoli del genere. Qui si parla di reginette, infatti, e di mine antipersona…

Le hanno imposto una corona sul capo, naturalmente. Le hanno offerto un mazzo di fiori. E consegnato una fascia con il titolo appena conquistato, da mettere a bandoliera. E lei, commossa, sfodera il sorriso suo più smagliante. Come ogni Miss che si rispetti. Ma questa volta è la trionfatrice di un concorso molto particolare. Al cinema Tropical di Luanda, la capitale di uno dei Paesi del mondo più infestati di mine (la guerra in Angola è durata un quarto di secolo), Augusta Hurica, 31 anni, si è vista assegnare il 2 aprile il titolo di Miss Sobrevivente de Minas: Superstite delle Mine. L’ha spuntata su altre 17 concorrenti, ciascuna in rappresentanza di una diversa regione del Paese, tutte prive di un arto inferiore o di una sua parte.

Se Augusta, rappresentante la capitale, è stata la prescelta dalla giuria ufficiale, di non minore soddisfazione è stato il verdetto per Maria Restino Manuel, 26 anni, Miss Cuanza Sul. L’hanno cliccata una webgiuria mondiale di quasi diecimila internauti che, in quasi un terzo dei casi, hanno preferito lei tra le dieci candidate proposte (www.miss-landmine.org).

Se il premio per Augusta consiste in 4.500 dollari più un ciclomotore, abiti e altri oggetti utili per la casa, per entrambe c’è disponibile una protesi di moderna concezione. Altri riconoscimenti minori (Miss Fotogenia, Miss Simpatia…) sono andati ad altre concorrenti.

Come un carnevale

L’iniziativa ha provocato fin dal suo lancio, com’era prevedibile, un frullato di polemiche. Del resto era proprio quello che sperava l’ideatore, il regista teatrale norvegese Morten Traavik, per sollecitare l’interesse dei media. Anche se forse non si aspettava le reazioni più aspre proprio dal suo Paese, dove certi organi di informazione lo hanno accusato di «sfruttare in modo ignobile queste donne in difficoltà» o di avere concepito un concorso «pornografico».

Traavik, l’uomo all’origine di questa passerella, racconta di essersi ritrovato in Angola per la prima volta nel 2003, in occasione di una “normale” manifestazione di aspiranti Venere. Ma si rese conto di come una simile competizione fosse vissuta, laggiù, in modo ben diverso da quanto accade in Europa dove passaggi televisivi, sponsor, sogni di mondanità e isterie varie possono rendere tali show delle notti dei lunghi coltelli. Nel Paese africano Traavik ha invece trovato un clima, attorno alle proclamazioni delle Miss, popolare, «carnevalesco», e non di «immoralità, sfruttamento della donna e così via». Un termine, quello di “carnevalesco”, che andrebbe preso nel suo senso antropologico: non di una mascherata fine a sé stessa ma di un tempo in cui vengono allegramente rovesciate le stratificazioni sociali e si celebra, in qualche modo, l’utopia dell’uguaglianza. Perché allora non applicare tale sogno egualitario anche alle donne che, stava scoprendo Traavik in quel frangente, erano una categoria di persone particolarmente colpite da quella “guerra dopo la guerra” che sono le mine? Avrebbero forse perduto la loro “bellezza” perché mutilate di un piede, di una gamba?…

L’uomo venuto dal nord ha smosso istituzioni locali – la Commissione nazionale intersettoriale di sminamento e assistenza umanitaria (Cnidah) – e del suo Paese – il Consiglio delle arti di Oslo – nonché la stessa Unione Europea, persuaso com’era della bontà di un’operazione che lungi dal mettere alla berlina delle vittime avrebbe permesso di riconoscere loro dignità e iniettare un surplus di speranza. Oltre che di sottoporre all’attenzione mondiale la questione mine: non a caso la finale del concorso si è tenuta quarantott’ore prima della Giornata mondiale contro le mine, quando a Luanda si è aperta la mostra fotografica che vede come “modelle” le partecipanti stesse (una mostra che ha precedentemente viaggiato per Polonia e Norvegia, in attesa di continuare il suo itinerario).

La Campagna non deve finire

Se la Campagna contro le mine antipersona ha ottenuto grossi risultati, culminati nel Trattato di Ottawa del 1997 (è stata per questo insignita del Nobel per la pace), rimane però ancora da fare un immane sforzo di sminamento nel mondo. Nella sola Angola, dove si è calcolato che si sia arrivati durante la guerra a disseminare uno di questi ordigni esplosivi per abitante, a cinque anni dalla fine della guerra, nell’arco del 2007, sono morte 46 persone, e sono rimaste seriamente ferite un’ottantina che vengono ad aggiungersi agli altri 80mila mutilati.

Nello stesso anno, secondo i dati del Cnidah, sono state identificate e distrutte 26.000 mine antipersona e 2.946 anticarro. Rimangono ancora ufficialmente a rischio 1.420 comunità in 10 delle 18 regioni del Paese, per un totale di 1 milione e 600mila persone. Ultimamente diminuiscono i morti, ma aumentano i feriti. Con il passare del tempo le mine “camminano” (per le piogge che le spostano assieme al fango) e le persone tendono a dimenticare le norme di prudenza.

La discriminazione è peggio

Augusta Hurica è una disoccupata. E come lei, la maggior parte delle dieci candidate presenti sul sito – le restanti si dichiarano “venditrici di strada”. Maria Teresa Jacob, la più giovane con i suoi 18 anni, è anche una delle più scolarizzate del gruppo, e si mostra «triste» nell’osservare che «molte di loro non sono seppure andate a scuola, o comunque non sono andate oltre la seconda elementare a causa di questo»: e indica l’arto mancante.

Maria Teresa calpestò una mina a 7 anni, mentre era fuori con la nonna. Eppure si sente una privilegiata, avendo avuto la possibilità di andare comunque a scuola fino ad oggi. E adesso, di coronare «un sogno che neppure sapevo di avere»: sfilare a un concorso di bellezza e mostrare, con le altre, «il glamour che le mine non sono riuscite a spegnere». Perché la «discriminazione» di cui si soffre nella vita – si lascia sfuggire Maria Teresa – «è spesso più fatale» degli stessi ordigni. Yes, we can Costume intero? Due pezzi?… Qual è la tenuta scelta dagli organizzatori per garantire la par condicio alle partecipanti, che dovevano mostrarsi a un pubblico di alto bordo (oltre a quello televisivo)? «Non si sfila in bikini davanti alla first lady. Non in Angola, per lo meno», si schermisce Traavik. In compenso, doppia passerella: una volta in abito tradizionale, secondo giro in abito da sera. E una prova di cultura generale. «Hanno dimostrato che possono, che sono capaci», ha commentato al termine della serata Cândida Celeste da Silva, ministro della Famiglia. «Servirà da incoraggiamento per tutti quelli che sono rimasti invalidi a causa della guerra».

Qualcuno ricorderà che anche Paul McCartney, l’ex Beatle, si era speso per la campagna contro le mine. E soprattutto la moglie (lo era all’epoca), Heather Mills, che è stata per questo anche candidata al Nobel per la pace. Aveva posato (quasi) nuda, con la sua gamba amputata per un incidente stradale, a favore della causa. Ma vedere le protagoniste – Mariana, Severina, Paulina, Lucrécia, Margarida… – esporsi in prima persona, anche se coperte, è un’altra cosa. Uno shock (salutare) di per sé. Si sarebbe voluto vederle tutte vincitrici. «Sicuramente alcune sono rimaste deluse per non avere vinto, ma era chiaro che è questa la logica di un vero concorso», ha commentato il regista norvegese.

Così vero che ci verrebbe da proporre un nuovo, “scandaloso” passo: che le une e le altre, “integre” e mutilate, prendano parte alla medesima manifestazione… Nell’attesa, Miss Landmine ci dà appuntamento l’anno prossimo in Cambogia.

pubblicato su Africa maggio-giugno 2008

 

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