Il lato “F” della Trinità

La domenica della Trinità quest’anno cade presto: il 18 maggio. Proprio la Trinità ha costituito, nella storia dell’arte sacra, un problema spinoso. Forse perché è un mistero che, soprattutto la tradizione teologica occidentale, ha reso particolarmente cerebrale: è arduo mantenere il “discorso su Dio” in perfetto equilibrio tra monoteismo “solitario” e politeismo. Figuriamoci con una rappresentazione pittorica.

Bonifacio VIII, il Papa che inaugurò il XIV secolo, tagliò la testa al toro e vietò ogni raffigurazione della Trinità. Ma se, nel 1745, Benedetto XIV dovrà ripetere l’interdetto, come ci ricorda Paola Restani nel bimestrale La Nottola di Minerva (online su www.leonexiii.org), è segno che la proibizione non dovette avere vita facile.

Vita ben più difficile ha avuto comunque il tentativo di attribuire alla Trinità qualche tratto femminile. Riproduciamo in questa pagina due dei pochissimi esempi noti: a fianco, l’affresco della chiesa di San Giacomo a Urschalling in Baviera, XIII secolo, e quello, di poco posteriore, nella chiesa dell’abbazia di San Pietro a Perugia. Entrambi presentano la “terza Persona” con fattezze inequivocabilmente femminili.

Il fatto non dovrebbe scandalizzare. Il termine reso nelle lingue neolatine con il maschile “Spirito” è in origine, nella lingua ebraica, femminile (ruah). Più importante: l’azione tipica dello Spirito, come scrive il monaco camaldolese Matteo Ferrari in un commento all’icona della Trinità più famosa, la “ospitalità di Abramo” di Andrej Rublev, è «dare la vita, rinnovare continuamente il mondo. Spirito vivificante – come diciamo nella professione di fede – che aleggiava sulle acque prima della creazione». Cioè un’azione tipicamente “femminile”.

Non a caso in quell’icona del Quattrocento, “normativa” per l’ortodossia russa, il personaggio sulla destra è più concavo degli altri due e indossa un mantello verde, colore simbolico della vita. E non a caso, aggiungiamo noi, tutti e tre i volti sono difficilmente connotabili come solo maschili o solo femminili.

Tre secoli dietro un muro

Ma torniamo al nostro affresco perugino. Per gli storici dell’arte è una delle rare testimonianze della transizione tra la scuola bizantina e quelle umbro-toscane (Giotto, Duccio di Boninsegna…): «La figura tricefala, seduta maestosamente in trono, emana quella tipica espressione di grazia contenuta, comune alla pittura senese». Ma ancor più interessante, ai nostri fini, è la storia del dipinto successiva alla sua realizzazione. Non abbiamo notizia di come venne accolto al momento della sua “inaugurazione”. Ma a un certo punto dovette suscitare «scalpore», essere giudicato «blasfemo» (espressioni impiegate nell’articolo della Nottola), tant’è vero che, nel 1614, tirarono su un muro per occultarlo alla vista dei fedeli.

È già buon segno che l’opera non sia stata semplicemente distrutta. In ogni caso dobbiamo aspettare fino al 1979 perché, «grazie alla felice intuizione del monaco benedettino don Pietro Inama», il muro venga abbattuto e la Trinità, con il suo lato “F” in primo piano, tornasse alla luce.

Se qualcuno ha notizia di altre rappresentazioni, con dignità di arte, del Dio trinitario al femminile, antiche o moderne, ce le segnali. Renderà un servizio a molti.

pubblicato su Combonifem maggio 2008
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