Un’altra messa sprecata

Istruzioni per l’uso: questo articolo non vuol essere una sequenza di generalizzazioni ingenerose; la realtà è migliore di quella descritta. Il negativo rimane comunque di dimensioni inquietanti.

C’è poco da fare, il momento del rito più atteso – capitava anche a Nazaret («Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui») – è l’omelia. Il più atteso, o il più temuto. È un tema che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro, da destra come da sinistra, con toni gravi oppure ironici (ai quali potremmo forse ascrivere anche l’effetto narcotizzante dell’Apostolo delle genti sull’incauto Eutico che precipitò dal terzo piano; nemmeno una simile emergenza, secondo gli Atti, fece desistere Paolo dal parlare «ancora molto fino all’alba»…).

In Pescatori di uomini (Il Mulino, 2005) Maria Giuseppina Muzzarelli studiava «predicatori e piazze alla fine del Medioevo» notando «l’uso diffuso e pienamente consapevole di tutte le possibili sfaccettature performative allo scopo di rendere estremamente efficace la relazione tra il predicatore e il suo pubblico». La predica, tormento dei fedeli è invece uno scritto di don Giuseppe De Luca riproposto dalle edizioni La locusta nel 1994, mentre un paio d’anni fa si è buttato sul tema il giornalista-polemista Roberto Beretta (Da che pulpito…, Piemme). Più “in positivo”, si può tenere presente L’omelia di Luis Maldonado (San Paolo, 1995), e anche il Dizionario di omiletica (Velar, 1998).

In ogni caso l’esperienza ci conferma che sono rari i predicatori imperdibili. Più frequenti, piuttosto, gli improvvisatori (questa è, per lo meno, l’impressione che lasciano negli uditori meno indulgenti) e i ripetitori (Anthony De Mello notava come molti che arrivano al giubileo sacerdotale non celebrino, in realtà, che un medesimo anno moltiplicato cinquanta). Parole macinate per interminabili minuti (in Spagna si dice che una buona predica è come una minigonna: bella, corta e che enseñe molto) e che non hanno né il pregio di una “lettura” del testo biblico né l’interesse di evocare tematiche di attualità.

C’è il prete che non sa comporre due frasi consecutive in modo corretto, anzi riesce a infilare errori d’italiano persino mentre legge il Vangelo («Ciò che volete gli uomini faccino a voi…»), e c’è quello che ha sempre un pezzo di carta sotto il naso. Si è preparato, senza dubbio, il guaio è che “legge”: senza staccare gli occhi dal foglio né variare di tono. Michel Wackenheim, un liturgista francese, è formale: «Si dovrebbe parlare senza leggere». Omelia non significa forse “colloquio”?

C’è poi chi avrebbe delle cose da dire, ma si arrotola le parole in bocca. E chi è un mezzo teologo ma gli tocca la messa “dei ragazzi” – anche se questi poi sono una decina in tutto, persi in un mare di teste canute.

Lo Spirito non dribbla le leggi della comunicazione

Il sacramento dell’ordine non conferisce ipso facto la facondia, e anche i corsi di aggiornamento (troppa teoria e poco laboratorio?) non è detto che abbiano effetto sicuro. Rimane un dato di fatto, sconcertante per chi osserva da fuori e doloroso per chi lo considera dall’interno: tanti uomini e donne del nostro tempo che, siamo realisti, per impossibilità o per “pigrizia” non si concedono altri momenti durante la settimana per nutrire la loro fede – ma fanno quasi tenerezza per la tenacia con cui continuano a osservare il precetto domenicale, nonostante le pressioni sociali di senso ormai contrario – vengono privati, anche nel giorno del Signore, proprio della… parola del Signore. La quale, invece che sminuzzata, “spezzata”, viene infantilizzata, cerebralizzata, complicata o banalizzata… comunque bistrattata.

Se un anticlericale di quelli che denunciano l’ecclesiastica abilità manipolatoria ai danni delle coscienze si intrufolasse in un’assemblea liturgica, avrebbe probabilmente di che ricredersi. Non poteva immaginare che le regole della comunicazione (la “retorica” di un tempo, che si studiava nei seminari) siano così ignorate da parte di chi si dice “consacrato” all’annuncio della Buona Notizia.

Troppi riti domenicali, insomma, non sono che occasioni perse. E non solo per via del sermone. A una predica sottotono – non tutti possono chiamarsi Bossuet o Balducci – potrebbe almeno sopperire una celebrazione limpida e partecipata.

Più registi che oranti

E invece. Anche le altre parti della celebrazione patiscono. Restando nella liturgia della Parola, quanti lettori ancora, a dispetto della presenza di un “gruppo liturgico” praticamente in ogni parrocchia, strapazzano il lezionario dimostrando di non afferrare nemmeno la lettera di quanto hanno sotto gli occhi – oppure bofonchiano anziché proclamare. Per una recita al teatrino parrocchiale si preparerebbero meglio.

Nelle grandi feste, poi, si vedono entrare in scena parroci che si agitano tra la sacrestia e l’altare e attorno ad esso, come plantigradi inquieti, più indaffarati a verificare che tutti siano al loro posto e tutto fili liscio, che non a infondere un’anima alla veglia natalizia, alla messa del patrono, al battesimo di un bebè… Non di rado ministranti e chierichette (…là dove non sono state abolite) danno prova di maggior compostezza e dignità, mentre il capocoro si deve occupare, più che dei cantori, di moderare il celebrante che canta con (simulato) entusiasmo e poco ritmo, ignaro di come funzioni un microfono.

Giunge il momento della questua (in simultanea con l’offertorio, naturalmente, e oltre). Se vi sono dei bambini incaricati di portare il cestino delle offerte da un banco all’altro, non si capisce perché debbano ciascuno essere tallonato da un adulto. Ma già, anche in chiesa ha fatto irruzione lo stile deresponsabilizzante dell’odierna pedagogia (quella “di fatto”, intendiamo). Che cosa non faremmo purché i nostri piccoli non crescano…

Perché preoccuparsi

Il rito ruzzola verso la fine. E, per rispettare il dogma dei 45 minuti, accelera. «Ho trovato messali intonsi in ogni loro parte, con l’impronta delle mani (non lavate?) solo ed esclusivamente nelle pagine dei formulari più corti», racconta un prete dal ministero itinerante.

Una particola, infine, non si nega a nessuno, e i parroci più ostinati nel tentare un’educazione liturgica si vedono costretti a rammentare una domenica dopo l’altra, al momento degli avvisi, il modo in cui procedere processionalmente, e in cui accogliere il pane eucaristico: «non tra indice e pollice come si prenderebbe una banconota al bancomat», non facendo scena muta o improvvisando sincopatici segni di croce oppure dicendo «grazie», ma «amen».

La messa è finita, andate. Pace o non pace, il popolo di Dio ha già svuotato le navate, mentre il coretto rimane a cantare solo per sé. Se l’eucaristia è (Lumen gentium) «fonte e culmine di tutta la vita cristiana», beh…

In effetti se la pratica dell’omelia e della liturgia in generale desta preoccupazione (per quanto non su di essa saremo giudicati, ci assicura il Cristo di Matteo), non è per rubricismo, ma perché è il riflesso di come sono organizzate le relazioni in seno a una comunità, o per lo meno di quel suo nucleo vivo costituito da parroco e collaboratori, e di quale scala di valori costoro hanno in mente. «Quanto è diseducativa e scandalosa una liturgia che si svolge come se il mondo fosse fermo e nulla succedesse!», ebbe a dire il segretario del Sinodo ambrosiano del 1995, monsignor Luigi Manganini. «La liturgia è lo specchio della comunità e la comunità è lo specchio della sua liturgia».

O, con le parole del sociologo Franco Garelli nel descrivere le preoccupazioni di una parte (minoritaria) del clero (in Sfide per la Chiesa del nuovo secolo, Il Mulino, 2003), amareggia «l’afasia della Chiesa, la difficoltà cioè di rendere evocativi i riti religiosi e di esprimere una “parola” capace di interpellare le coscienze».

pubblicato su Evangelizzare maggio 2008
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