Nero Mediterraneo

Véronique Tadjo

Il noir si differenzia dal giallo perché lo scopo del libro non è solamente raccontare e risolvere un crimine. A fine romanzo il lettore deve riflettere, sulla base di ciò che ha letto, sulla realtà che gli sta intorno, deve analizzare il mondo che lo circonda in base alle informazioni che riesce a raccogliere dal libro, in modo tale che quasi la soluzione del crimine passi in secondo piano» (Wikipedia).
Alla Fiera del Libro di Torino 2008, più che dalla bellezza cui era dedicata – che «ci salverà», come ci assicurava il tema – Nigrizia è stata sedotta… dal mare. Non solo perché è il Mediterraneo «da cui vergine nacque Venere» (la dea botticelliana occhieggiava, in versione fotografica, da ogni depliant, catalogo e manifesto), ma perché esso straripava da un gran numero di dibattiti, incontri con gli autori e, naturalmente, libri. Non a caso quello in corso è, per la Ue, l’Anno euro-mediterraneo per il dialogo interculturale; e paese ospite è stato Israele, bagnato dal Mediterraneo – mentre già ci si prepara ad accogliere la letteratura, nel 2009, del confinante Egitto.

Non ritorneremo però sulle polemiche, se non per annotare l’opinione che ci ha confidato il direttore editoriale di Sharq/Gharb – la branca delle Edizioni e/o ideata per tradurre autori italiani (e non solo) in arabo e distribuirli sull’“altra” costa mediterranea. Per  Amara Lakhous – l’autore algerino di quello Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio che è stato il primo romanzo di “letteratura migrante” a scalare le classifiche italiane – il boicottaggio è controproducente, e per tre motivi: ti autoescludi mentre potresti esprimere il dissenso attraverso la tua presenza; non aiuta in alcun modo la causa palestinese; infine: «È legittimo che proprio degli scrittori neghino la voce ad altri scrittori?»

Ed è proprio Amara, cittadino italiano da pochi giorni, che vedi saltare da una presentazione di libri all’altra – eterno problema di queste manifestazioni, dove si accavallano incontri che si contendono lo stesso pubblico. Qua si mette in scena Ibn Battuta, il Marco Polo berbero nato a Tangeri, là si propone l’opera di Mouloud Feraoun, l’algerino cabilo morto alla vigilia dell’indipendenza (1962) e che solo nel 2006 ha trovato per il suo Terra e sangue un editore. Che si chiama, fatalità, Mesogea (“Mediterraneo” in greco), e che ora bissa con Il figlio del povero (edizione originale: 1954), classico libro di lettura nelle scuole algerine. E la prima voce a levarsi in uno degli spazi ad hoc del Lingotto – purtroppo in un deserto di uditori – per “promuovere” Mouloud è quella di un’ebrea, la professoressa Sarah Kaminski.
Poco distante, dal palco dell’Arena Piemonte – consacrata alla sezione “Lingua Madre” – sta parlando Gilali Khellas, l’autore algerino che due anni fa è sbarcato in Italia con Le tempeste dell’isola degli uccelli (Jouvence). E, tanto per stare in tema, è la napoletana L’Ancora del Mediterraneo ad avere appena sfornato il romanzo di un altro algerino, Amor Dekhis, da quasi trent’anni nel nostro paese: I Lupi della notte. Un noir con integralisti islamici, «signori del coltello» che cercano di eliminare – nella Firenze del 2015 – Salè che aveva fuggito l’Algeria degli anni di piombo.
E ancora altre voci sudmediterranee: dal poeta marocchino-torinese Mohammed Lamsuni al libico Ahmad Ibrahim al Faqih e al tunisino Kamel Riahi. La lista non è certo completa.
L’inattesa piega del noir

Per Massimo Carlotto, in verità, nel Mediterraneo «non sono sorte due civiltà, ma una sola con due culture». Ne è così sicuro, l’autore di Arrivederci amore, ciao e di Nordest, perché si è recato nell’Algeri del XVI secolo. E ne è ritornato con un «noir mediterraneo» che mette in scena i Cristiani di Allah (Edizioni e/o), ossia quei «rinnegati calabresi o spagnoli, francesi o napoletani» che, non per motivi religiosi ma per sete di libertà, si erano fatti musulmani. Una pagina di storia sorprendente che è diventata anche uno spettacolo teatrale (le musiche sono in un cd accluso al libro) in cui la vicenda è narrata dal punto di vista di una donna, la schiava venexiana Lucia, invece che da quello di Redouane Rais, «diventato corsaro per essere libero di amare. E per essere ancora più libero mi sono fatto turco»

Ritroviamo in altri due autori italiani l’interesse alla storia italiana intrecciatasi con quella d’Africa, ma più a sud. Lo fa in forma di noir – anche lui, ovviamente – Carlo Lucarelli. Giorni d’amore, di schifi e di guerra tra Massaua e l’Adua della disfatta del 1896. È L’ottava vibrazione (Einaudi). «Ci siamo andati impreparati, mal comandati e indecisi e quel che è peggio senza soldi. (…) Ma perché le facciamo sempre così, le cose, noi italiani?». Una sorta di Angelo Del Boca sotto specie di romanzo, almeno quanto alla contestualizzazione storica.
Anche Enrico Brizzi, l’ex enfant prodige di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, ringrazia esplicitamente Del Boca. E si produce in una fantastoria che vede il Duce spegnersi un 5 maggio del… 1960. Siamo nella “Repubblica d’Italia”, un cronista sportivo che aveva sperato di coprire le Olimpiadi è stato inopinatamente dirottato su Asmara, in una delle «Repubbliche associate». «Cosa sapevo della Serie Africa? Niente di niente. E molto poco dell’Africa nel suo insieme (…) Però agli occhi di un giornalista la Serie Africa aveva una caratteristica speciale: era l’unico campionato affiliato alla Federcalcio dove bianchi e neri, ex regnicoli ed ex sudditi, giocassero insieme». È L’inattesa piega degli eventi (Baldini Castoldi Dalai), scanzonata ma non troppo. Va da sé che i tre parlano del passato ma ammiccando all’oggi.
L’universale nel particolare
Presenti a Torino, inoltre e come sempre, autrici e autori originari dell’Africa subsahariana, dalla elvetico-gabonese Bessora (53 centimetri e Macchie d’inchiostro, editi da Epoché, già presentati su queste colonne) al nigeriano Biyi Bandele (Ali Banana e la guerra, Bompiani, e Nudo al mercato, Gorée). Anche l’ugandese China Keitetsi, oggi ambasciatrice Unicef, che è stata Una bambina soldato (Marsilio).
Della franco-ivoriana Véronique Tadjo è appena uscito in italiano, per Le Nuove Muse, Regina Poku, rilettura assai critica del mito fondatore dei baulé della Costa d’Avorio.
Residente in Sudafrica da sei anni, dopo le opere ispirate alla Costa d’Avorio e sl Ruanda (L’ombra di Imana, Ilisso, 2005) perché alla signora Tadjo non è ancora venuta voglia di scrivere del suo nuovo paese d’adozione? «Quando mi ci recai la prima volta – ci risponde sciogliendosi in un sorriso –, avevo voglia di scrivere finalmente qualcosa di positivo. Mandela… la fine dell’apartheid… la riconciliazione… tutto mi sembrava abbastanza semplice. Ma da quando ci vivo, tutto mi sembra sempre più complicato. Perciò sto prendendo il tempo di cui ho bisogno, prima di mettermi a scrivere. Considero comunque un privilegio vivere in Sudafrica. È straordinario vedere come un paese si trasforma nell’arco di nemmeno una generazione. E come le “razze” si incontrano, si scontrano, evolvono…».

Anche Egi Volterrani, traduttore di lungo corso di opere africane, strappa un sorriso a Véronique Tadjo quando le rende merito che «fa parte di quell’esigua minoranza di scrittori africani che scrivono per il pubblico africano e non per quello europeo». «Sono cosciente – replica con signorilità l’ospite, che scrive pure per l’infanzia ed è illustratrice – che anche nella letteratura africana ci sono argomenti che tirano più di altri. Ma non dispero. E per me, in ogni caso, è importante essere letta in Africa. Del resto, sono persuasa che più ci si immerge nel particolare, più si tocca l’universale».

pubblicato su NIGRIZIA giugno 2008
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