Il destino è convivere

La scomparsa del Fellini egiziano, quasi ignorato dalla distribuzione italiana, è uno stimolo a rivedere un suo lungometraggio reperibile in italiano. Non meno attuale oggi di quando uscì.

Youssef Chahine è morto al Cairo a fine luglio. L’eclettico regista di 40 pellicole, il più grande in una cinematografia storica come quella egiziana, era nato ad Alessandria nel 1926. Il suo film più noto in Occidente – Il destino, Palma d’oro a Cannes 1997 – diventa, anno dopo anno, sempre più contemporaneo: una sorte riservata ai classici.

Un altro suo lavoro distribuito in Italia è inserito in 11’09”01 – 11 Settembre, un collage di undici cortometraggi di altrettanti cineasti di tutto il mondo (Chahine unico arabo), prodotto in memoria dell’attacco a New York. Il suo non sarà, fra tutti, l’episodio artisticamente più riuscito, ma in esso il regista ebbe il coraggio, a pochi mesi dalla tragedia delle Torri gemelle, di condannare l’atto terroristico senza assolvere il “fondamentalismo” di Washington. Così spiegherà, fuori dal set: «Ho imparato il mio mestiere in America, dove ho avuto le mie prime esperienze amorose. Ma oggi mi sento tradito dalla politica estera di un paese che è stato la mia migliore amante».

Dio lo vuole?

Torniamo al citato lungometraggio (disponibile per l’home video in vhs, così come il suo secondo film in versione italiana, L’altro) e proviamo a rileggerlo. Quale rapporto esiste tra il destino e ciò che è stato scritto? Il film ruota tutto attorno ai libri: il Corano, e poi i libri scritti da Abu al-Walid Muhammad ibn Ahmad ibn Muhammad ibn Rushd, meglio conosciuto come Averroè, nato a Cordoba nel 1126 e morto a Marrakech nel 1198. Matematico, medico, giurista e giudice supremo di Cordoba, studioso del Corano, fu soprattutto filosofo: colui che fece il «gran comento» ad Aristotele, come ricordano Dante e Tommaso d’Aquino. E il destino è, anche, ciò che è scritto (al-maktub). Dalla radice araba ktb vengono anche le parole katib, scrittore (e kataba, scrivere), maktaba (biblioteca) e soprattutto kitab, il libro.

Il film è ambientato nel XII secolo, in un’Andalusia ancora musulmana. Però si apre in Linguadoca, a Carcassonne, con un rogo: un traduttore di Averroè è condannato dalla Chiesa in quanto «eretico» (l’intolleranza omicida non è privilegio di nessuna religione). Nella terra dove si parlava la lingua d’oc, ovvero tutta la Francia meridionale che aveva per capitale Tolosa, era fiorita una cultura che dava vita ai trovatori; a una poesia che celebrava la vita, la donna, l’amore, la gioia di vivere; al gusto per il confronto e la disputa intellettuale. La civiltà occitana. Tutti elementi che venivano al contempo sviluppati nell’Andalusia felix e che ritmano il film.

In quella stessa Linguadoca verrà scatenata, a partire dal 1209, la crociata contro gli albigesi, ossia gli eretici della Chiesa catara. L’astio verso i catari non era dovuto a sole ragioni politico-religiose ma anche a prosaiche invidie: i preti cattolici «erano in genere ben più ignoranti, ben più corrotti, ben più estranei alla vita della gente, che non i predicatori catari», ha scritto Franco Cardini.

Nella Spagna musulmana la città più importante era Cordoba: i libri vi arrivavano fin dall’altro capo dell’enorme regno arabo, da Baghdad. Ed è a Cordoba che vive e insegna Averroè, studiando e commentando «il mio Aristotele». Il primo grande tema del film è il rapporto tra fede e scienza, e il pericolo dell’integralismo. L’educazione e l’istruzione giocano un ruolo fondamentale – il fuoco che consuma gli eretici è lo stesso fuoco che brucia i libri. L’alternativa è tra l’educare uomini pensanti o l’allevare schiavi ubbidienti, tra il formare persone che amano la vita o il plasmare individui che flirtano con la morte.

Averroè lotterà tutta la sua vita contro gli integralisti: e più si sforzava di capirne le motivazioni, più si convinceva di doverli contrastare. Se i fanatici arrivano a dire: «Ogni gola che la mia mano taglia è un passo in più verso il Paradiso», Averroè risponde semplicemente: «Io amo la vita». Da tutto il film traspare il monito del regista a tutti gli integralismi terroristi: quelli che hanno insanguinato l’Algeria degli anni Novanta (e che stanno conoscendo un preoccupante revival); quelli che periodicamente cercano di sconvolgere l’Egitto (pensiamo all’ultima, così si spera, trovata: la proibizione dell’ordine dei medici egiziano, controllato dai Fratelli musulmani, di effettuare donazioni di organi reciprocamente tra cristiani e musulmani, attirandosi gli strali persino dell’ateneo islamico di Al-Azhar). E rivedendo il film oggi, è impossibile non ripensare agli eventi che hanno poi insanguinato gli Stati Uniti, l’Afghanistan e l’Iraq. Eccetera. Come dice uno sceicco: «Basta dire loro che Dio lo vuole ed essi ti seguiranno».

Il pensiero vola libero

Un altro grande tema del Destino è il viaggio. Tra la Spagna musulmana e la Francia cristiana, tra Cordoba e Marrakech, tra l’Occidente arabo e mediterraneo – il Maghreb – e l’Oriente. Viaggiano le persone che trasportano i libri (le scene dei volumi perduti nel fiume e portati dalle acque fanno da contrappunto a quelle dei libri divorati dalle fiamme), viaggia il pensiero che si sposta nello spazio e nel tempo perché «ha le ali e nessuno può fermarlo». I libri vanno. A piedi, a cavallo e in barca, così che si può cantare: «Affrettate il passo perché il cammino è ancora lungo e dobbiamo percorrerlo».

Il terzo filo rosso di tutto il film è l’amore per la vita, «il valore più grande». Perché, come dice una ragazza, «a me hanno insegnato che Dio è amore». Tutto il film è uno straordinario inno alla vita, all’amicizia, all’amore, alla musica e alla sapienza. E tutti questi elementi si sostengono a vicenda.

Per questo il regista utilizza canzoni e danze, proverbi e dispute filosofiche, celebra il cibo, la famiglia, l’amicizia e l’amore. Una simile commistione di generi – Il destino è film d’avventura, e musical, racconto di formazione, kolossal storico… – ha fatto storcere il naso a critici cinematografici europei. Eppure qui sta il fascino del film: la musica non è solo colonna sonora, ma dimostra il piacere e l’armonia di suonare e cantare insieme; i dialoghi sono anche citazioni dotte che invogliano a prendere appunti e a saperne di più; le pudiche storie d’amore e gli sguardi “orientaleggianti” alludono a una sensualità che si immagina e non si vede – e dunque si fa ancor più sensuale; le azioni e le parole delle donne (Averroè riconosce che sua moglie «ha sempre ragione») valgono come e più di dotti convegni sul ruolo della donna nelle società islamiche; la presenza dei gitani, il modo in cui gli attori-danzatori accennano a un passo di flamenco su melodie arabe documentano, senza neppur bisogno di nominarla, la reciproca contaminazione e le radici plurime e mutanti dell’identità europea.

Un libro da scrivere

Un film non solo da rivedere, dunque, ma proprio da ri-leggere. E il nostro destino – ci par di capire – non è solo quanto per noi è stato scritto nei libri sacri delle grandi religioni monoteiste e nei testi dei grandi pensatori, ma anche quel libro ancora da scrivere (cioè da vivere) a cui noi stessi, con le nostre azioni, contribuiamo. Perché, come canta il figlio del califfo, «dobbiamo essere noi gli artefici del nostro destino».

Un’ultima nota sul regista. Era arabo, di famiglia copta. Non sappiamo fino a che punto la fede cristiana sia stata per lui un’esperienza intima. In ogni caso, le sue origini hanno alimentato i sospetti di chi voleva vedere in lui «il traditore, il nemico» della ”arabità”. Chahine ha solamente custodito, lungo la sua vita, la nostalgia degli anni della giovinezza quando, ad Alessandria, il cristiano, il musulmano e l’ebreo potevano vivere fianco a fianco, serenamente.

pubblicato su Evangelizzare settembre 2008
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