"Bibbia" dei diritti

Una grande opera, unica nel suo genere, che vuole contribuire al radicamento di una civiltà dei diritti umani. Nella convinzione che essi non sono un patrimonio dell’Occidente, nonostante la storia contingente della loro formulazione, ma dell’intera umanità. E ci ritorna in mente Ki-Zerbo…

Fa una certa impressione sfogliare i solidi ed eleganti volumi di un’opera chiamata Diritti Umani proprio nei giorni dei monaci di Birmania, dell’uccisione dei caschi verdi nel Darfur e successiva carneficina di Haskanita, dei primi detenuti di Guantanamo ai quali è stato infine concesso un avvocato difensore, dei puntuali respingimenti alle frontiere europee di richiedenti asilo iracheni, afgani o eritrei.

Allora sfogli e leggi: «Diritto di asilo. La volontà di una comune politica europea in materia di asilo sottolinea ancor più l’inadeguatezza della situazione legislativa italiana», ecc. Sfogli e leggi: «Habeas corpus. L’istituto dell’habeas corpus è stato recepito, per esempio, negli Stati Uniti (vedi Cost., art. I, sez. 9, § 2; IV Emendamento), essendo il writ rivolto a garantire che la persona ristretta nella sua libertà personale sia portata immediatamente di fronte al giudice, al fine di verificare la legittimità dell’arresto e, in caso contrario, ottenere l’immediato rilascio». Sfogli ancora e leggi: «Asian values (Valori asiatici). Spesso la rivendicazione di una “peculiarità asiatica” nell’approccio ai diritti è servita ai regimi autoritari di quella regione al fine di giustificare, in nome dello sviluppo economico, la repressione del dissenso politico e dell’esercizio dei più elementari diritti civili. (…) Alcuni teorici asiatici dell’universalismo (spicca su tutti il nome di Amartya Sen) hanno polemizzato con la visione relativista degli Asian values, sostenendo a esempio che i valori della democrazia sono presenti altresì nelle culture asiatiche».

Una Dichiarazione “universale”?

L’ultima questione non è poi così esclusivamente asiatica. Che i diritti umani, così come formulati dalla Dichiarazione del 1948, vengano messi in discussione per motivi “culturali” e/o religiosi, non è cosa nuova. La contestazione viene anche, in forma più meno pacata, da certo mondo islamico. Ed è partita a ondate successive pure dalle foreste e savane d’Africa. Ma in quest’ultimo caso con convinzione decrescente, ci pare. Sono rimasti in pochi, per esempio, a difendere un “diritto” alle mutilazioni genitali femminili in nome della cultura (a parte le comunità stesse che le praticano, ovviamente, ma senza giustificarle con costruzioni intellettuali).

Del resto il continente stesso si diede, nel 1988, una Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli che, come suggerisce il suo stesso titolo, non si poneva in alternativa alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (votata, all’epoca, da due soli paesi africani, Etiopia e Liberia, e bocciata dall’Unione Sudafricana – erano i soli tre paesi indipendenti!), ma integrava il taglio tipicamente individuale della carta onusiana con quello, più “comunitario”, dell’indole africana. In questo secondo versante «sono compresi il diritto dei popoli all’esistenza e all’autodeterminazione, la sovranità permanente sulle risorse naturali, il diritto allo sviluppo, il diritto alla pace e alla sicurezza a livello nazionale e internazionale, il diritto a un ambiente salubre».

La Carta africana ha senza dubbio raccolto, a sua volta, la riflessione che era confluita nella Dichiarazione universale dei diritti dei popoli, proclamata da Lelio Basso ad Algeri il 4 luglio 1976. (Desta qualche meraviglia non vederla proposta come lemma autonomo nel ricco Dizionario di quest’opera).

Rimane vero, secondo l’estensore della voce Carta africana, che «proprio l’Africa costituisce il continente nel quale sono state e continuano a essere compiute massicce violazioni dei diritti umani fondamentali», ma esiste un’adeguata base giuridica per la definizione e la difesa degli stessi, condivisa da tutti i 53 paesi membri dell’Unione africana. La Carta africana ha inoltre dato luogo all’istituzione di una “Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli” (in vigore dal 2003) e a due protocolli integrativi, riguardanti i fanciulli (1999) e le donne (2005).

Ben diversa è la situazione per il mondo islamico. Alla Dichiarazione islamica universale dei diritti dell’uomo (in sigla, “Diudu”) prodotta a Parigi nel 1981, l’Organizzazione per la conferenza islamica ha fatto seguire altre due dichiarazioni, nel 1989 (Teheran) e nel 1990 (Il Cairo). Ma nessuno di questi documenti ha forza giuridica effettiva. Pur recando traccia di uno sforzo di adeguamento agli «standard internazionali», essi rimangono segnati da ambiguità (rilevabili anzitutto dal confronto, in particolare nella Diudu, tra testo arabo e traduzioni ufficiali inglese e francese, dove si gioca tra “sharî’a” e “legge”).

Diritti “africani”

Non è fuori luogo ricordare come, su questa rivista, Joseph Ki-Zerbo più di dieci anni fa abbia riscritto i diritti umani fondamentali “in africano”. Rispetto della vita, diritto di proprietà in termini di usufrutto, diritto degli anziani e dei bambini, libertà di associazione e di spostamento, erano alcuni dei diritti di cui il compianto storico burkinabè, scomparso un anno fa, mostrava il fondamento autoctono. Senza però elaborare una mitizzazione del passato: in Africa, «la libertà di espressione è lungi dall’essere sempre stata garantita. L’organizzazione della parola pubblica, benché privilegiasse certe categorie, predisponeva per quasi tutti i gruppi uno spazio di condivisione».

E la sua conclusione era netta. Mentre rivendicava al diritto tradizionale una perdurante validità nelle società africane moderne, Ki-Zerbo non dimenticava che «c’è uno spazio planetario che coincide con la dimora della specie umana: nessuno può sottrarvisi invocando non so quale identità culturale come alibi, perché il diritto alla differenza non può andare fino alla differenza del diritto».

L’opera della Utet rappresenta in questo senso una simbolica pietra miliare, oltre che uno strumento di consultazione e di studio – unico anche a livello internazionale. Perché i diritti umani fondamentali non siano erosi dal relativismo.

Tremilaseicento pagine

Nato nell’ambito dell’Università di Siena, dove Marcello Flores è direttore del master in diritti umani e azione umanitaria, il progetto è diventato di grande respiro con l’entrata in scena della Utet. L’opera, lanciata nei mesi scorsi e per la quale Flores ha coordinato 200 autori, si intitola Diritti Umani ed è così articolata:

  • Dizionario – 2 volumi per complessive 1500 pagine
  • Atlante – 2 volumi (pagg. 1245) suddivisi in tre sezioni: “I soggetti e i temi”; “Gli strumenti”; “Nel mondo”
  • Documenti e Letture (pagg. 500), un’antologia di documenti giuridici e brani filosofici, morali, politici
  • Documenti fotografici (pagg. 350) a cura dell’agenzia Contrasto (ma anche gli altri volumi sono corredati da immagini)
  • Dvd: due dischi con 11 capitoli sulle emergenze dell’attualità, per 8 ore di visione, con le testimonianze di vittime e operatori
  • un cd-rom ipertestuale: per navigare l’intero testo di Atlante e Dizionario

Ogni volume è in cofanetto singolo. Il prezzo dell’opera, indivisibile, non è indicato. Un sito, ricco di articoli, immagini, video, link, è ben più che una vetrina del corrispondente prodotto editoriale.


Svarioni

Con opere di tale importanza si è esigenti. Trascuratezze ed errori fanno più male. E scorrendo le pagine dedicate all’Africa ne abbiamo rilevati alcuni. A parte le vere e proprie distrazioni di digitazione, ci sono refusi che rivelano la mancanza di un controllo finale più pignolo. Matita rossa, nell’Atlante, per il padre del Mozambico, Eduardo Mondlane, diventato Mondalene, e per il Renamo (finora si era sempre detto la Renamo) che è sigla di Resistencia National Mozambicana: ossia tre lingue – rispettivamente portoghese, inglese, italiana – in tre parole!

Il trattato di pace tra Nord e Sud Sudan, inoltre, non è del 2004 ma, anche se la differenza è poca, del 9 gennaio 2005. Così come la Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli non è in vigore dal 1988, come leggiamo nel Dizionario ma, come è peraltro indicato correttamente nell’Atlante, dal 21 ottobre 1986.

Matita blu per il seguente caos… geo-etnico: «I dinka, popolazione musulmana delle Nuba Mountains, nel Sudan centrale (dove si ritiene ci siano grandi riserve di petrolio)», ecc. I dinka non sono insediati sui monti Nuba (dove stanno i nuba); non sono, come gruppo, musulmani, bensì “animisti”; né sono i monti Nuba ad essere particolarmente petroliferi quanto, più a sud, la terra dei dinka.

«Il margine fisiologico di errore» per questo genere di lavori, si difendeva di recente il direttore editoriale della Garzanti, riferendosi alle celebri mini-enciclopedie della sua editrice, «è del 3-5%», secondo uno studio fatto a Oxford. Ma più grave di simili sviste ci appare, per un’enciclopedia dei diritti umani, il giudizio sul «sistema di giustizia tradizionale» che si è «rivelato efficace nel caso dei tribunali gacaca (tribunali popolari) in Ruanda». Un giudizio che andava sfumato, quantomeno.

pubblicato su Nigrizia novembre 2007
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