Romanzi dal Sud, quali percorsi?

Oggi assistiamo a una sorta di caccia all’autore africano (meglio se autrice), con le grosse case editrici che si accaparrano titoli già collaudati all’estero e quelle piccole che danno prova di coraggio promuovendo nuovi nomi.

Isabel Allende, Jorge Amado, Gabriel García Marquez. Oppure Khaled Hosseini, Orhan Pamuk, Banana Yoshimoto. O ancora Naghib Mahfuz, Werewere Liking, Nuruddin Farah. Autori di narrativa del cosiddetto «Sud del mondo», qui scelti a casaccio, che si sono conquistati uno spazio nell’editoria italiana, seppure tanto diversi. I primi sono latinoamericani da tempo arcinoti; i secondi, asiatici che hanno conosciuto un boom recente; gli ultimi, africani, tra cui un Nobel (l’egiziano Mahfuz) e un «quasi Nobel» (il somalo Farah, nella foto), ma che non hanno un pubblico paragonabile a quello degli altri citati.

Nessuno dei loro libri è diventato un caso editoriale. Perché? Forse perché l’Africa interessa poco? O perché gli editori spingono al massimo un titolo su cui fiutano grossi profitti lasciando un altro parcheggiato in seconda fila? Forse perché la grande stampa non si degna di recensirli? Forse perché i librai, ossessionati dallo spazio, non li mettono in vetrina? Un po’ di tutto questo, certamente. Le strade attraverso cui un romanzo straniero arriva in mano al lettore italiano sono piuttosto misteriose, ma tutte hanno un ostacolo comune: la traduzione. È un check-point economico che – se varcato all’insegna del più stretto risparmio – può produrre risultati pessimi, con evidente danno per l’editore che non vende e per l’autore che non viene promosso.

Come numero di best-seller, la letteratura africana, insieme a quella araba, fa la figura della cenerentola. Invece come numero di titoli pubblicati è in corso una (relativa) rimonta. Dagli anni Dieci fino alla fine degli anni Ottanta, l’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente ha repertoriato un centinaio di opere, incluse poesie e teatro. Poi, in poco più di un decennio, oltre 250 nuovi titoli, grazie a una crescita della letteratura africana e della curiosità di alcuni editori, sollecitati anche dall’ondata migratoria che cominciava a interessare l’Italia, e in sintonia con la visione di un mondo policentrico che si andava facendo strada.

Una stagione, tuttora in pieno fermento, cui si può attribuire lo stesso titolo della raccolta di saggi del romanziere keniano Ngugi wa Thiong’o, Spostare il centro del mondo (Meltemi, 2000). Questi editori – va osservato – di solito sono medio-piccoli. Venti o trent’anni fa solo Jaca Book si interessava sistematicamente di autori africani. Rarissimi i titoli di Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli. Poi, dal 1986, entrano in campo le Edizioni Lavoro, della Cisl; quindi, con cautela, Einaudi. Nel 1991 Aiep inaugura, a San Marino, la collana «Melting Pot» dedicata al Sud del mondo e, tre anni dopo, Jouvence inaugura la prima collana interamente riservata alla letteratura araba, con testi tradotti dall’originale.

Oggi assistiamo a una sorta di caccia all’autore africano (meglio se autrice), con le grosse case editrici che si accaparrano titoli già collaudati all’estero e quelle medio-piccole o minuscole – in qualche caso sorte in chiave quasi esclusivamente africana, come Epoché, a Milano, o Gorée, nel senese – che navigano con fatica nel mare delle logiche commerciali e della giungla distributiva, ma che danno prova di coraggio promuovendo nuovi nomi o pubblicando classici che non erano mai arrivati nelle nostre librerie. Così, nel 2007 sono state una quarantina le nuove uscite riferibili all’Africa (a nord e sud del Sahara).

L’editore italiano gode anche di un vantaggio: acquisisce i diritti di un’opera di cui ha già osservato all’estero il riscontro di critica e di vendite. Il rovescio della medaglia è che ci si affida al mercato delle grandi fiere internazionali e, anche chi potrebbe permetterselo, non va a frugare tra le piccole stamperie delle città africane, dove si possono celare tesori. In ogni caso la letteratura africana, quasi sempre, disarciona il lettore che inconsapevolmente va in cerca dell’esotismo e degli stereotipi, dimensioni rassicuranti, ma che offuscano la visione dell’«altro» nella sua dimensione reale. In ciò la letteratura è più efficace della saggistica: se questa con le sue analisi parla al cervello, la prima – spesso speziata con ironia, fine o feroce – parla al cuore, oltre che alla mente. Non si esce immuni da romanzi come Allah non è mica obbligato di Ahmadou Kourouma, o Niketche, di Paulina Chiziane.

Altro affascinante capitolo di letteratura «straniera», scritta direttamente nella nostra lingua e che ambisce a confondersi con quella italiana, è la letteratura della migrazione, ma merita un discorso a sé.

pubblicato su Popoli febbraio 2008
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