Giuditta non ci sta

Artemisia Gentileschi, “Giuditta che decapita Oloferne” (1620)

Berlino. Una studentessa universitaria italiana, constatato che «col lavoro da cameriera non sarei mai riuscita a mantenere una certa qualità della vita», si dà prima agli strip-tease su internet, a pagamento, poi si associa a una “casa chiusa” (ma in Germania i lupanari sono legali).

E sulla propria esperienza scrive un libro dal titolo inequivocabile, nella speranza che al paesello però i genitori non vengano a saperlo… «Convincerò il libraio a non venderlo».

Nampula. Anche nella città universitaria del nord del Mozambico – dove funzionano, oltre all’Università Cattolica sorta una decina d’anni fa, altri sei atenei – bisogna sapersela cavare per studiare e mangiare. «Non mi era mai passato per la testa di barattare il mio corpo in cambio di qualcosa. Ma tutt’a un tratto le cose sono precipitate…», racconta una delle giovani incontrate dal maggiore quotidiano nazionale.

Torino. La Stampa ospita l’intervento di una docente universitaria che, senza concedere attenuanti ai suoi colleghi maschi che hanno atteggiamenti anche solo «impropri» con le studentesse, striglia queste ultime: «Si può anche dire di no e si può anche chiedere aiuto». E invece, «in una mescolanza di fatalismo e opportunismo, si accetta una “regola del gioco” senza provare a contestarla». Oggigiorno gli strumenti per reagire con efficacia esistono.

«Un miracolo di bellezza»

Ben diverso era l’ambiente della prima metà del Seicento, quello che vide fiorire – tra Roma, Venezia, Genova, Napoli… – la pittura della prima donna ammessa all’Accademia del Disegno (oggi Accademia di Belle Arti di Firenze, la prima e a lungo più prestigiosa istituzione europea nel suo campo). La caravaggesca Artemisia Gentileschi fu vittima di stupro da parte di un altro pittore, una violenza cui essa oppose una resistenza che, secondo gli atti del processo voluto dal padre, non lasciò indenne neppure l’aggressore. Un processo nel quale, si noti, la vittima diciottenne subì la tortura (rischiando di ritrovarsi per sempre con le mani inutilizzabili per l’arte) al fine di essere “convinta” a fornire i dettagli.

Le vicende sentimentali e coniugali della pittrice saranno poi variegate e riveleranno sempre uno spirito di accentuata indipendenza. Lo stesso che dimostrerà nella gestione dei suoi affari e trasferimenti collegati alla pittura. Non per nulla una donna così si è “meritata” un film (su cui la critica è divisa): Artemisia. Passione estrema (1998) di Agnès Merlet.

Quel che vogliamo sottolineare è come dalla sua pittura traspaia la personalità, e la storia, di una donna che sa impossessarsi anche di soggetti rappresentati mille volte dalle arti figurative, e di connotarli secondo la propria esperienza. È il caso di Giuditta che decapita Oloferne, una grande tela esposta agli Uffizi di Firenze, che ripropone il culmine della vicenda narrata nel libro biblico di Giuditta. Qui una vedova ebrea saldamente devota a Dio, più di tutti i suoi conterranei di Betulia – città che costituiva il passaggio strategico per la conquista di Israele da parte degli assiri –, va a consegnarsi al nemico. Alle sentinelle che l’hanno vista giungere, «appariva come un miracolo di bellezza». Oloferne fa preparare un banchetto per poi possederla con il minimo sforzo; il vino invece «infradicia» lui, e l’intrepida donna gli taglia la testa. L’invasione è sventata.

Ora, la Giuditta del quadro è Artemisia. E non solo perché è quasi un autoritratto, come si può dedurre confrontando con i suoi autoritratti espliciti. «Artemisia interpreta sovente sé stessa», scrive Francesco Saba Sardi in un volume doppio in più lingue, dedicato appunto ad Artemisia Gentileschi oltre che a Vincenzo Accame (Spirali/Vel, 2007, pp. 88, € 60,00). «Non è neppure inferocita. Seriamente impegnata, questo sì. L’ancella presta valido aiuto, trattiene le mani di Oloferne. Niente scenate, urla raccapriccianti. Giuditta è una ragazza seria e ordinata, si è solo rimboccata le maniche. Non si è sporcata».

«Una donna ha dipinto tutto questo?», si chiedeva un altro critico, citato nello stesso libro. «Qui non v’è nulla di sadico, ché anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo. Infine, non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le imbratti il completo novissimo di seta gialla?»…

Non vogliamo certo istigare le studentesse di Nampula e Torino (su Berlino glissiamo…) a prendere materialmente esempio da Giuditta/Artemisia; ma almeno un sussulto di dignità, suvvia…

pubblicato su Combonifem ottobre 2008

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