Il campo espiatorio

“Capro espiatorio”: una realtà di chiara comprensione, ma che è facile riconoscere in fatti di altre epoche e culture più che nella nostra. E quando si tratta di rom e dei loro insediamenti bruciati o evacuati, ci sarebbe da parlare di “campo” espiatorio…

«Poiché la crisi è innanzitutto crisi del sociale, esiste una forte tendenza a spiegarla attraverso cause sociali e soprattutto morali. Dopotutto, sono i rapporti umani che si disgregano e i soggetti di questi rapporti non potrebbero essere completamente estranei al fenomeno. Ma gli individui, invece di incolpare sé stessi, tendono necessariamente a incolpare sia la società nel suo insieme, il che li porta al disimpegno, sia altri individui che sembrano loro particolarmente nocivi per ragioni facili da scoprire. I sospetti sono accusati di un tipo particolare di crimini».

Stiamo forse parlando degli “zingari”?… Dai quali anche il sottoscritto ricorda di essere stato messo in guardia dalla mamma, fin da piccolo, perché rapire i bambini era una loro specialità?
Quelle citate sono alcune righe tratte da un libro uscito in Francia nel lontano 1982. Autore, René Girard. Titolo (in italiano, Adelphi 1987) Il capro espiatorio. E di “capro espiatorio” in effetti si è parlato quando, la primavera scorsa, con il picco dei fatti di Ponticelli – il quartiere partenopeo ora universalmente noto per i roghi dei campi rom appiccati dalla «gente» –, la presenza rom in Italia ha preso i tratti di un’emergenza nazionale, afferrando il testimone della presenza rumena (e in parte confondendosi con essa) dopo quella islamica, o albanese e, più in generale, “straniera”.

Anche il direttore dell’Ufficio per la pastorale dei rom e sinti (Fondazione Migrantes) aveva parlato, commentando il presunto tentativo di rapimento di un bambino da parte di una ragazza nomade (fatto che avrebbe scatenato la reazione di Ponticelli), di un «clima avvelenato nei loro confronti facendoli diventare il capro espiatorio di insicurezze e paure».

L’espressione ha fatto fortuna nel linguaggio corrente – anche se pochi, in realtà, saprebbero ripescarla in Levitico 16 o nel Ramo d’oro dell’antropologo James George Frazer. Così fortuna che se ne può sospettare un utilizzo diluito. Come se prendere di mira i rom, o altre minoranze, la cui espulsione rappresenterebbe la soluzione di molti dei problemi che affliggono la civile convivenza, fosse solo un modo di dire. È invece un modo di… fare.

Così almeno ci suggerisce Girard, che al capro espiatorio ha dedicato il libro citato ma di questa dinamica torna continuamente a parlare nella sua vasta opera (ci limitiamo a ricordare, presso lo stesso editore, La violenza e il sacro, 1980; Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, 1983; La pietra dello scandalo, 2004).

Il capro migliore è quello più anomalo

René Girard, francese ma con una vita di insegnamento universitario negli Stati Uniti, è partito dallo studio della letteratura per scoprire, dapprima nei classici dell’Occidente e poi nei miti di numerose società «arcaiche», una serie di costanti transculturali. Riguardanti soprattutto il conflitto e la violenza, e i modi di arginarla – essenzialmente con lo strumento della religione.

La molla di tutto è l’imitazione, tipica della specie umana. O, come preferisce chiamarla Girard, il «desiderio mimetico». «Ho dei nipotini e lo vedo in maniera esemplare – ci confidava in un’intervista di alcuni anni fa –. Non sono mai contenti del giocattolo che hanno, preferiscono sempre l’oggetto del fratellino, dell’amico… Al loro livello non è grave, ma poi…». Ma poi si scatena una vera e propria «rivalità mimetica», che viene tenuta a bada da un circuito di scambi (a partire da quelli che permettono matrimoni esogeni), dai riti… Le religioni stesse nacquero dall’esigenza di risolvere la violenza. Ma attraverso altra violenza. (Unica eccezione, il cristianesimo, con il ribaltamento introdotto dai racconti della Passione). In un momento di crisi acuta, il sacrificio di una vittima (uccisione o anche “semplice” espulsione) radunarono la comunità e ne sanarono le contraddizioni. (Almeno per un tempo; per ravvivare l’efficacia di quel sacrificio fondamentale occorrevano poi i riti e tutta un’articolazione di tabù che scongiurassero, anche dal punto di vista simbolico, la riproposizione di ogni rivalità mimetica, e che allo stesso tempo dessero luogo a una società “differenziata”).

La vittima designata era dunque il capro espiatorio. Scatenare una persecuzione contro di esso, ritenuto (falsamente) davvero colpevole, liberava il gruppo dalla violenza, lo riconciliava con sé stesso. Tramandarsi il racconto di tale vicenda era il “mito”. Girard ama prendere a esempio Edipo, il caso più classico, nella cultura occidentale, della dinamica del capro espiatorio.
Nella tragedia di Sofocle egli enuclea «i segni vittimari» che ci fanno capire di essere in presenza di un capro espiatorio. «Innanzitutto l’infermità: Edipo zoppica. Questo eroe d’altronde è giunto a Tebe sconosciuto a tutti, straniero di fatto se non di diritto. (…) L’unico dato di cui non si trova l’equivalente nelle persecuzioni storiche è la sua qualità di bambino esposto. (…) Quanto maggiore è il numero di segni vittimari che un individuo possiede, tanto maggiori sono le probabilità che egli attiri su di sé il fulmine».

«Il capro espiatorio è una menzogna»

Il capro espiatorio, da cui abbiamo tratto queste righe, si apre con l’esame di un caso, questa volta, collettivo. La persecuzione che colpì gli ebrei nella Francia del XIV secolo, di cui parla il “poeta cortese” Guillaume de Machaut nel suo Jugement dou Roy de Navarre. Una minoranza che si ritrovò colpevolizzata di una serie di eventi calamitosi, primo fra tutti la peste nera. Avvelenavano l’acqua dei fiumi!

«La brama persecutoria – considera Girard – si polarizza volentieri sulle minoranze religiose, soprattutto in tempo di crisi. Una persecuzione reale potrebbe giustificarsi in seguito al tipo di accuse di cui Guillaume si fa, con credulità, cassa di risonanza. Un poeta come lui non dovrebbe essere particolarmente sanguinolento. Se egli presta fede alle storie che racconta è probabilmente perché intorno a lui vi si presta fede. Il testo ci suggerisce dunque l’esistenza di un’opinione pubblica sovraeccitata, pronta ad accogliere le dicerie più assurde. Suggerisce insomma uno stato di cose favorevole ai massacri che, secondo l’autore, si sono realmente verificati».

René Girard non è un filosofo da talk show. Ha l’aria di esitare un po’, se viene sollecitato a dare interpretazioni sull’attualità. Così rispondeva, per esempio, a Gabriella Caramore che lo intervistava per Radio 3 Rai un mese dopo l’attentato delle Torri gemelle: «Non sappiamo se lo sforzo per liberarci di questi terroristi avrà successo, o se, al contrario, riuscirà a creare altri terroristi, altre persone pronte a uccidersi per ottenere dei risultati sempre più straordinari dal punto di vista della violenza. Quindi non si possono fare previsioni. Ma è chiaro che non si può non sentirsi inquieti davanti all’evoluzione recente della vita internazionale».

Le società «arcaiche» non sono certo la stessa cosa di quelle attuali, caratterizzate da maggiore complessità, circolazione di informazioni, marginalità, o per lo meno non-centralità del religioso… Se uno dei tratti caratteristici del capro espiatorio classico è l’unanimità con cui la società lo designa e lo perseguita, forse abbiamo ancora qualche speranza che questa «menzogna» che in fondo altro non è il capro espiatorio, non finisca oggi per ripetersi. Forse. Ciò non toglie – potremmo dire parafrasando Girard e pensando a quell’82% di italiani che avrebbe approvato, secondo un sondaggio, lo schieramento dei militari nelle maggior città italiane per dare manforte alla polizia – che “non si può non sentirsi inquieti davanti all’evoluzione recente della vita nazionale”…

pubblicato su Evangelizzare ottobre 2008

 

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