Il tuo Dio sarà il mio Dio

Dieci anni fa, il 29 agosto, varcava la porta che immette nell’invisibile il protagonista di un’eccezionale esperienza di vita e di fede tra gli afrobrasiliani. Un libro fresco di stampa rievoca il pensiero e la passione ecumenica di questo comboniano.

Chissà con quali parole commenterebbe le messe in guardia dal sincretismo che ultimamente si moltiplicano nella chiesa. Sincretismo come equivalente religioso del relativismo.

“Heitor”, foggiano – Ettore Frisotti (nella foto) – ma chiamato da molti alla brasiliana, aveva infine imparato a dare battaglia per le persone e non per i princìpi, e forse oggi direbbe che il sincretismo dei documenti romani sarà quello del supermarket del sacro di marca euroamericana, non di certo quello della religione dei neri di Salvador che lo hanno accolto come “padre” (sacerdote) e familiare e amico. E che, con quell’intuizione della vita e quella sensibilità all’altro che solo gli “ultimi” della società spesso posseggono, lo hanno introdotto nel loro universo.

«Il filho-de-santo (il fedele del candomblé, religione di origine africana ben viva nella Bahia, ndr) può appartenere, simultaneamente e sinceramente, al candomblé e alla chiesa. Il problema esiste solo per chi si chiude in modo esclusivo nel sistema di pensiero occidentale». Chi parlava così era un anziano missionario francese, François de l’Espinay, che per Ettore era stato una guida da quando – all’indomani del suo arrivo in Brasile, nel 1983, dopo essere stato redattore di Nigrizia – si era avvicinato ai culti afro. Con discrezione e determinazione, com’era nel suo stile. Il cristianesimo e il candomblé? «Come l’acqua e l’olio nello stesso bicchiere – spiega pai Balbino, un sacerdote del candomblé che gli fu particolarmente vicino –. Puoi anche agitarli, ma restano separati».

Giallo vocazionale

Il recente, piccolo libro di Giovanni Munari (Nel mondo degli spiriti, Emi, pp. 112, € 9,00) non è una biografia ma, come indica il sottotitolo, si “limita” a evidenziare L’incontro di padre Ettore Frisotti con la religione afrobrasiliana. L’autore stesso, peraltro, è comboniano ed è stato testimone privilegiato dell’insolito cammino di dialogo interreligioso del suo confratello e amico.

”Insolito” è un aggettivo che va mantenuto. Il Vaticano II aveva rivoluzionato, a suo tempo, lo sguardo sulle religioni. Le interpretazioni sul senso da attribuire ad esse nella storia della salvezza potevano divergere a seconda dei teologi, ma si era concordi sull’affermare che non erano più opera del demonio. Ancora negli anni Ottanta, però, non aveva ancora preso piede una vera e propria teologia delle religioni. Che, anche quando emergerà (nel decennio successivo), sarà attenta soprattutto alle “grandi” religioni asiatiche.

Ettore fu dunque tra gli anticipatori – pochi, soprattutto nel campo afroamericano; ma, benché amasse lo studio, ciò che lo stimolava ad essere uomo di frontiera, esponendolo anche a rischi di ogni tipo, era l’incontro con le persone, non con “le religioni”. Soprattutto se le persone erano discendenti di schiavi e perennemente ai margini della società. E della chiesa. Quello di Ettore era un ecumenismo effettivo e affettivo.

Il percorso di avvicinamento al mondo dei terreiros divenne per lui, a un certo momento, una vera e propria “chiamata”. E se questa fosse in contraddizione o meno con la sua vocazione di prete cattolico, rappresenta il “mistero” che fa da filo conduttore al libro, e che non sta a noi svelare. E nemmeno l’autore rivela – perché Ettore stesso, pur prolifico in lettere, articoli e appunti, di questo non fa parola – se il missionario si sia sottoposto o meno all’iniziazione come filho-de-santo.

Un “giallo” irrisolto che nulla toglie all’interesse, sia testimoniale che teologico, di questo volumetto. Anzi lo accresce. Fino all’ultimo capitolo, che farà venire a molti un groppo in gola. Quando il cammino di Ettore venne interrotto da una malattia a orologeria, aveva 45 anni.

pubblicato su Nigrizia novembre 2008
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