L’impunità del sovrano

Quando mostravamo su queste pagine, tempo fa, come il lemma «perdono» (altra cosa da «amnistia») stesse facendo il suo ingresso «nel lessico delle istituzioni», non era certo per promuovere impunità o immunità.

Ricorre quest’anno il decimo anniversario della Corte penale internazionale (Cpi). Occasione buona, e più che mai necessaria, per parlare di impunità. Non ci risulta che la data del 17 luglio abbia commosso gli organi d’informazione nazionali, eppure fu Roma ad ospitare la conferenza delle Nazioni Unite – durò più di un mese – che partorì il nuovo organo di giustizia. L’Italia diede un significativo impulso al buon esito dei lavori, e fu tra i primissimi paesi a ratificare il cosiddetto Statuto di Roma della Cpi.

La nuova Corte, operativa dal 2002, venne salutata come una svolta di civiltà per il mondo intero. Si passava finalmente dalle dichiarazioni di principio sulla giustizia e la pace, sottoscritte senza batter ciglio anche dai tiranni, a un organismo di cui si sentiva la mancanza almeno dai tempi del processo di Norimberga, un evento giudiziario che non aveva avuto i crismi del “giusto processo”. La nuova istituzione – con sede all’Aia, dove già funzionava la Corte internazionale di giustizia per la risoluzione delle controversie tra Stati (le due Corti non vanno confuse) – ha per competenza misfatti quali: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità. Assicura all’imputato tutte le garanzie legali, dalla presunzione d’innocenza al diritto alla difesa. Non commina la pena capitale.

L’entusiasmo per il nuovo organo di giustizia era però raffreddato, nel 1998, dalla mancata adesione (fino a tutt’oggi) di pezzi da novanta come Stati Uniti, Cina, Russia. Tutti membri del Consiglio di Sicurezza. Cioè dell’organo che ha il potere di bloccare le iniziative del procuratore dell’Aia…

Bashir, colpo grosso

Se il decennale della Cpi in quanto tale è passato un po’ sotto tono, le cronache di luglio sono state comunque ricche di notizie dall’Olanda. Come l’arresto di Radovan Karadzic, mente del massacro di Srebrenica; Karadzic, a dire il vero, come Slobodan Milosevic che l’aveva preceduto alla sbarra, è sotto giurisdizione del Tribunale per la ex Iugoslavia, anch’esso con sede all’Aia, al quale fa da pendant un altro Tribunale ad hoc, quello di Arusha per il Ruanda. È sulla base di queste esperienze che è maturata la nuova Corte permanente.

Pochi giorni prima della cattura dell’ex presidente serbo, e mentre manca sempre all’appello il generale Ratko Mladic, era giunta notizia dell’imputazione di Omar al-Bashir. È l’Africa, in effetti, a rappresentare sinora il principale terreno di azione per la Corte penale internazionale. Il primo paese investigato è stato la Repubblica Democratica del Congo, teatro di una guerra iniziata nel 1996 e non ancora finita in alcune porzioni di territorio. Nel 2004 vennero incriminati alcuni capi di milizie; lo scorso maggio è stato arrestato in Belgio un ex signore della guerra diventato vicepresidente a Kinshasa grazie a un equilibristico accordo di pace. I delitti di cui è accusato, Jean-Pierre Bemba era andato però a perpetrarli nella confinante Repubblica Centrafricana. Un altro pesce grosso preso nella rete si chiama Charles Taylor, barbaro ex presidente della Liberia: il primo ex capo di Stato portato dall’Aia. Una première storica.

Ancor più storica è l’incriminazione di un presidente in carica, il citato Bashir. E non per delle quisquiglie: genocidio. Su Karadzic e altri leoni azzoppati nessuno aveva avuto niente da ridire, anzi. Ma colpire il dittatore sudanese ha scatenato reazioni in tutto il mondo. Che si dividono essenzialmente in due fronti: da una parte gli Stati secondo i quali Bashir, salito al potere con un putsch nel 1989, deve rispondere alla Corte; dall’altra, quelli che trovano che sarebbe meglio soprassedere, interrompere o posticipare il lavoro della Cpi, nel timore che le reazioni di Khartoum possano inasprire ancor più la guerra in Darfur e mettere a rischio, oltretutto, il processo di pace Nord/Sud. Il paese è uscito solo nel 2005 da oltre vent’anni di una guerra civile da due milioni di morti.

Lasciamoli lavorare!

Solamente l’Unione europea ha parlato in maniera chiara invitando la comunità internazionale a rispettare la decisione della Cpi: se la richiesta del procuratore Luis Moreno-Ocampo sarà confermata, Bashir deve essere processato. Altrimenti, vien da chiedersi, a che serve aver messo in piedi la Cpi?

Molti invece invitano alla “prudenza”. L’Unione africana vede l’incriminazione di un membro del suo club come un pericoloso precedente. Anche la Cina ha espresso cautela: che altro ci si poteva aspettare dal principale alleato e partner commerciale del Sudan? Infine la Lega araba – trainata dall’Egitto, che non ha mai smesso di guardare con estrema attenzione a tutto ciò che accade a monte lungo le rive del Nilo – propone una conferenza di pace per il Darfur. Che è anche una maniera di indebolire l’iniziativa della Cpi.

Una buona fetta di mondo, insomma, afferma che non bisogna disturbare il manovratore. Quando uno è al potere, foss’anche responsabile di genocidio, lasciamolo lavorare. Garantiamogli immunità e impunità, almeno finché tiene lo scettro in pugno. Il bello è che, per motivi ben diversi dalle convenienze politiche, e oltremodo elevati, anche delle organizzazioni non governative che si erano battute per la Cpi temono l’incriminazione di Bashir. E si ritrovano così, per ragioni umanitarie, nel novero di quanti vorrebbero neutralizzare la Corte proprio quando si mette a funzionare sul serio.

Per inciso, è in occasione dell’imputazione di Bashir che qualcuno (la radicale Rita Bernardini) ha presentato un’interrogazione al ministro della giustizia, in data 17 luglio. «Se la Corte penale internazionale confermasse il mandato di arresto nei confronti del presidente del Sudan, l’Italia sarebbe obbligata ad arrestarlo sul territorio italiano (nel caso in cui vi mettesse piede, NdR), ma non potrebbe consegnarlo alla Corte, per l’assenza di norme di adeguamento interno». A Roma ci si è insomma “dimenticati” di armonizzare la legislazione allo Statuto di Roma.

Su un altro criminale, di peso politico minore ma con i suoi vent’anni di efferatezze sulle spalle – Joseph Kony, dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra) –, pendono 33 capi d’imputazione… Anche in questo caso, dato che c’è in corso un (farraginoso) dialogo per la pace, Kony chiede come condizione alla sua firma la revoca del mandato di cattura della Cpi. Lo assecondiamo per salvare la pace nel Nord Uganda? E quale pace?…

Chiese meno mute

Non possiamo concludere senza segnalare che proprio dal “Sudafrica del perdono” che ha inventato la Commissione verità e riconciliazione, viene una voce diversa. In apertura dell’ultima assemblea della Conferenza episcopale di cui è presidente, l’arcivescovo di Johannesburg ha esortato il Secam, l’associazione degli episcopati dell’intero continente, a «sostenere quanti invocano l’arresto del presidente sudanese». Similmente ha esortato i suoi confratelli dell’Africa Australe a differenziarsi dalle posizioni troppo soft dell’Unione africana nei confronti di Robert Mugabe (…un altro buon candidato per L’Aia!).

Le Chiese africane, chissà, stanno preparandosi ad aggiungere un capitolo nuovo, “pratico”, alla dottrina sociale. Non è più concesso restare alla finestra davanti ai ciclici tentativi di legittimare l’impunità e l’immunità di capi di Stato e di governo. Non solo per i casi di violazioni e uccisioni massicce come quelli citati, ma per tutti. Anche nei paesi “civili”, dove il potere non farà scorrere il sangue dei propri cittadini, ma difende sé stesso prima (e meglio) dei milioni di elettori che tende sistematicamente a trattare da sudditi.

pubblicato su Evangelizzare novembre 2008
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