Povera Venere

La Venere di Willendorf (25000 a.C. circa)

C’è chi reagisce, vedendole per la prima volta, con un “be’ certo non corrisponde ai nostri canoni di bellezza”… Ci riferiamo alle “Veneri” paleolitiche come quella di Willendorf (Austria), di circa 32.000 anni fa, o quella di Laussel (Francia; un poco più giovane) che regge un corno di bisonte con la destra. Abbiamo già fatto cenno, su Combonifem di giugno-luglio 2008, alla convinzione di molti storici che una religione matriarcale sia stata portata in Europa dai primi “migranti” africani, e che il culto della Gran Madre (nera) sia rimasto sullo sfondo anche dopo la maschilizzazione del religioso per poi riaffiorare nella venerazione delle madonne nere. Riprendiamo il tema, ma sottolineando aspetti diversi.

Anzitutto la questione estetica. È risaputo che spesso in Africa la nozione di leggiadria femminile si appaia alla floridezza delle forme. E apriamo un inciso: “spesso” non significa sempre. La longilinea stilista senegalese Oumou Sy questo dice di sé: «Io incarno un ideale di bellezza antico, precoloniale. Le donne rotonde, le drianke, quelle che si dice rappresentino il prototipo di bellezza africano, sono diventate belle solo dopo la colonizzazione, quando mostrare una donna in carne voleva dire essere ricchi. Presso i Peul, invece, la mia gente, una famiglia nobile e perbene voleva solo donne magre. Ed è per questo ideale di nobile bellezza africana che creo le mie collezioni».
Chiusa parentesi. Se torniamo alle Veneri dei nostri antenati, dovremo in ogni caso ammettere che se quelle statuette erano, come pare, delle raffigurazioni della divinità, ad esse si deve applicare l’ideale di beltà dell’epoca. Una bellezza che senza dubbio era percepita in un senso “globale”. Non una dimensione a sé stante della persona, ma emanazione del Buono e del Vero (in molte lingue, antiche e correnti, per “bello” e per “buono” si impiega un medesimo vocabolo). Una bellezza-bontà-verità che doveva essere connessa essenzialmente alla fertilità. E non facciamo poi fatica a capire come il femminile faccia trasparire in maniera immediata quel fondamentale attributo di Dio che consiste nel dare e nel rigenerare la vita.
Verità storiche o nostre proiezioni? 
Ma osservando la Venere di Willendorf e le sue sorelle di pietra non possiamo non rammentare una desolante storia che ha avuto il suo epilogo appena nel 2002. Solo in quell’anno, infatti, sono stati rimpatriati uno scheletro e due flaconi di formalina (contenente l’uno un cervello, l’altro organi femminili) che erano fino a quel momento conservati nel Musée de l’Homme di Parigi. Si trattava dei resti mortali di una ragazza ottentotta prelevata nel 1810 dal Sudafrica da coloni olandesi per essere esposta, in Inghilterra e poi in Francia, come fenomeno da baraccone. Tanto interesse – paludato anche da finalità scientifiche – era stato suscitato dal corpo di Saartije Bartman (così fu chiamata la donna) che, senza entrare nei dettagli, richiamava le stilizzazioni delle Veneri paleolitiche (ma quella di Willendorf, ad esempio, sarebbe stata scoperta solo una settantina d’anni dopo).
Saartjie (“Piccola Sara”: era alta un metro e 35) subì cinque-sei anni di umiliazioni (da cui non la risparmiarono neppure un matrimonio e due figli), prostituzione compresa, e morì povera. Ecco come di una dea si fa un essere subumano. Su consolazione sarà l’esser diventata un simbolo di riscatto della donna africana.
Lasciando in pace Saartjie e tornando alle nostre Veneri, non possiamo passare sotto silenzio una lettura alternativa come quella di Claudine Cohen, filosofa e storica delle scienze. Riflettendo sul successo del Codice da Vinci e delle riletture femministe della storia della religione, la studiosa francese trova che esse parlino più di noi oggi, che di quanto realmente avveniva alcune decine di migliaia di anni fa. «Sono interpretazioni fragili quanto all’universalità delle loro conclusioni e quanto al loro metodo di decifrazione».

Non solo. C’è anche da domandarsi fino a che punto esse giovino alla causa della donna. «Difendere la tesi della dea preistorica non è un perpetuare, divinizzandola, l’eterna immagine della donna definita dalla sua passività e fecondità, e lasciando all’eroe maschio il privilegio dell’individualità e dell’azione?».

pubblicato su  Combonifem febbraio 2009
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