Praga e l’inculturazione

La storia recente stimola una rilettura critica anche del proprio impegno evangelizzatore. La testimonianza di un missionario “sessantottino”.

2009, anno di anniversari di episodi chiave della storia contemporanea. Come ogni anno, e forse più del solito. Per esempio (limitandoci alle cifre tonde): trent’anni fa, in Cambogia cade il regime di Pol Pot; in Nicaragua va al potere il Fronte sandinista; a Londra Margaret Thatcher inizia il suo primo mandato; l’ayatollah Khomeini ritorna a Teheran. 1969: l’uomo sulla luna; il colpo di stato di Gheddafi. 1989: Piazza Tien An Men; la caduta del muro di Berlino. E potremmo continuare.

La ricerca di eventi collegati al presente da espedienti cronologici può apparire forzata. Però, in una società dominata dalla consumazione fast food dell’oggi, anche questa forma vagamente cabalistica ha una sua utilità. Per i giovani è l’opportunità di un approccio alla storia recente, per i più maturi è un’occasione… di nostalgia (anche quando i fatti rievocati sono drammatici). Per tutti è, o può essere, la possibilità di interrogare avvenimenti, personaggi e fenomeni di rilievo per il nostro tempo. Le interpretazioni spesso si accavallano. O si contrappongono – cosa peraltro legittima e feconda, nella misura in cui sul tappeto si metta la ricerca della verità, non la sua strumentalizzazione per dei revisionismi di basso profilo politico o culturale.

Compagni di viaggio

Anche l’anno passato non si è scherzato, quanto a commemorazioni. Basti dire che quarant’anni prima era… il ‘68. L’anno non solo della contestazione generale, ma anche della primavera di Praga.

«Quando approfondii la Gaudium et spes, che illustra con coraggio una verità grandissima ma mai esplicitamente prima di allora elaborata in documenti ecclesiali ufficiali, e cioè che la Chiesa impara e riceve dal mondo con la sua storia ed eventi, i suoi drammi e le sue gioie», solo allora, ricorda un missionario, cominciò a farsi chiara in me «un’eredità che avevo immagazzinato senza percepirla fino in fondo». L’eredità consistente in numerosi avvenimenti e in personaggi come «gli ungheresi Imre Nagy e il cardinal József Mindszenty, i cecoslovacchi Alexander Dubcek e Jan Palach, che coabitano nel mio immaginario apostolico. Compagni di viaggio in un itinerario missionario che mi vede già con i capelli bianchi ma ancora con le speranze del ‘68 intatte». Chi parla così è un comboniano per il quale l’Africa, non l’Est europeo, ha sempre rappresentato l’epicentro della propria vocazione. Eppure…

Francesco Pierli, missionario in Kenya e già superiore generale della sua congregazione, riflette da sempre sull’inculturazione della fede, ma il tema gli è apparso sotto una nuova luce in occasione del 40° della primavera di Praga, cui i tank dell’Armata rossa posero fine il 21 agosto 1968. Stralciamo dalle sue riflessioni, che muovono da ricordi personali.

Culture ed ecosistema

«In quell’agosto del 1968 ero all’inizio del mio ministero missionario. Stavo facendo ricerche per la mia tesi, La Chiesa sacramento di salvezza e le dimensioni sociali della grazia. Mi guardavo attorno. Non solo scrutando i teologi ma anche i tentativi nuovi di presenza cristiana in un mondo segnato da trasformazioni profonde e veloci. Era ovvio: la ripetizione passiva e monotona del passato, sia nella Chiesa che nella vita sociale e politica, sarebbe sfociata solo nell’impasse, e nell’abbandono tanto dei partiti come della Chiesa.

L’anno prima era morto don Milani. Il mio parroco mi aveva regalato, già nel 1958, Esperienze pastorali. Io sono nato nell’Appennino umbro, un ambiente non tanto diverso da quello toscano dove le comunità montane si allontanavano dalla fede e trovavano qualche speranza nel partito comunista. Scoprii in quel libro parte della mia storia e la chiave ermeneutica per capirla e per intervenire con risposte nuove.

La familiarità che avevo con le figure di don Mazzolari, don Zeno Saltini, Giorgio La Pira, senza parlare di don Nicola Mazza e Daniele Comboni della Verona dell’Ottocento, mi rendevano aperto e gioioso di fronte ad esperienze pastorali creative. Missione infatti è trovare tracce nuove di Dio e avventurarsi su di esse, in un mondo dove quelle che ispiravano i miei nonni Vincenzo e Maria avevano perso di rilevanza. Si tratta appunto dell’inculturazione della fede, massima urgenza missionaria assieme all’impegno per la trasformazione sociale in vista di un mondo più dignitoso e giusto. La sfida dell’inculturazione, prima che un problema missionario, è una questione umana, sociale e politica, da cui dipenderà un futuro vivibile per l’umanità. Perché le culture sono parte dell’ecosistema tanto quanto i ghiacciai, l’ozono, l’aria pulita, gli animali, le foreste, i fiumi… lo spazio vitale per ogni persona».

Tra religione e ideologia

Ma «la risposta di Mosca a Praga fu la dottrina Breznev. Le identità dei singoli paesi dovevano scomparire per il trionfo dell’ideologia. Stalin lo aveva imposto con stermini e deportazioni di massa. Dall’Ucraina alla Georgia, dalle repubbliche baltiche a tante altre nazioni dell’Asia centrale… i loro nomi scomparvero dagli atlanti per buona parte del Novecento, fagocitati da un’unica sigla: Urss. Tranne la Cina, che nonostante il trattato di amicizia del 1950 fra Stalin e Mao cominciò subito ad avere problemi con la Russia, fino a scontri armati. Pechino non poteva diventare un satellite di Mosca! Una storia religiosa, culturale, filosofica, amministrativa e scientifica millenaria, quando la Russia e tanto più il comunismo erano solo, per così dire, nella mente di Dio.

E non è la storia dell’Israele biblico un continuo tentativo di mantenere la propria identità religiosa e culturale sballottata fra i grandi imperi del Medio Oriente che cercavano di assorbirlo e distruggerlo? Egitto, Assiria, Babilonia, Persia, Alessandro Magno, Impero Romano!». Ogni dittatura è contro qualsiasi tipo di identità culturale e religiosa, poiché questa sottrae mente e sentimenti dei soggetti al controllo dell’ideologia.

L’analisi di Pierli continua passando in rassegna altre esperienze politiche, come quelle di Gramsci e Berlinguer che cercarono una “via italiana” al comunismo, un po’ come i vari Nyerere e Kaunda tentarono vie africane al socialismo. Poi la riflessione si volge in interrogazione alla propria esperienza missionaria.

«Anche a me stesso una domanda s’impone: io diffondo la fede cristiana o un’ideologia? La risposta non è ovvia, al di là delle mie intenzioni personali. La storia mi ricorda che tutte le religioni sono tentate di diventare ideologia e tutte le ideologie, religioni. Succede forse così anche alla fede cristiana? Le difficoltà per l’inculturazione in Africa e in Asia mi inquietano! Se identifico il discepolato di Gesù con la dottrina espressa nel catechismo, non rischio l’ideologia e divento quindi intransigente e aggressivo, come Mosca con Praga? La Parola che sono inviato a proclamare come buona notizia è prima di tutto una storia d’amore e di presenza di Dio nel mondo, che poi i vari popoli potranno trasformare in dottrina, a seconda delle rispettive categorie culturali, religiose, filosofiche. E io, presto più attenzione al catechismo o alla Bibbia? I due non sono in alternativa, però la preminenza dovrebbe andare di gran lunga alla Parola di Dio».

«Sarebbe interessante considerare l’indicatore finanziario», conclude, con fare concreto, padre Pierli. «Noi investiamo più soldi nell’apostolato biblico o nella traduzione e diffusione del catechismo? Fino a che punto i nostri preti che escono dal seminario sono ferrati nella Bibbia e realmente preparati per l’apostolato biblico? Qui in Africa il simbolo dei missionari protestanti è stato la Bibbia; quello dei cattolici, il catechismo di Pio X. È solo storia passata?».

pubblicato su Evangelizzare febbraio 2009
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