Crocifisse… per sempre?

Il 25 novembre è la “Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne”. Rilanciamo la data non solo perché di una tale Giornata ce ne vorrebbero… 365 all’anno, ma anche perché la quaresima, in cui siamo da poco entrati, avanza sotto il segno della croce – ed è stata la croce a caratterizzare anche la Giornata del 25 novembre scorso.

Il Comune di Milano ha infatti proibito in quell’occasione l’affissione di un manifesto voluto a scopo di sensibilizzazione da un’associazione di aiuto alle vittime di maltrattamento, Telefono Donna. «Solo il 4% delle donne vittime di violenza denuncia il proprio carnefice», recitava lo slogan, mentre l’immagine del poster era quella di una giovane donna seminuda, su un letto, in una posa evocatrice del crocifisso. Per chi non afferrasse il gioco di rimandi, campeggiava una domanda a mo’ di citazione biblica: «Chi paga per i peccati dell’uomo?».

La censura ha stimolato il dibattito, com’è inevitabile nella società della comunicazione. Chi ha condannato tout court una ulteriore esposizione di nudità, chi ha trovato la composizione blasfema, chi invece – come Dacia Maraini e altre donne che lavorano quotidianamente a fianco delle vittime di violenza – ha avuto l’impressione che il messaggio fosse debole se non controproducente, in quanto la modella ritratta esprimeva un «atteggiamento remissivo, senza traccia di sofferenza». Ricordiamo tutti un’altra campagna, inattaccabile, sullo stesso tema. Quel volto di donna segnato da lividi, e quella spiegazione: «È stato un tappo di champagne»…
Prima e dopo il controverso manifesto di Telefono Donna, ci è toccato però vedere di sicuramente molto peggio. Pubblicità bassamente commerciali, come la messa in scena di uno stupro di gruppo per una nota marca italiana di moda oppure, in salsa africana, per un celebrato calendario; o, ancora, le “perquisizioni” di bellezze femminili ad opera di poliziotti sul lungomare di Rio de Janeiro.
A proposito di quest’ultima “creazione”, che ha sollevato le ire delle forze dell’ordine brasiliane, il marchio committente ne va tutt’oggi così fiero da averne fatto la copertina del suo sito internet. Aggiungendovi un’autodifesa che, dopo aver spiegato che quella campagna è stata realizzata «i primi giorni dello scorso mese di dicembre – momento in cui niente faceva presagire questa ondata di violenza sulle donne» (sic), culmina nella dichiarazione che la ditta in questione è «una delle poche realtà industriali che, in questo momento di crisi, registra una tendenza positiva sia in termini economico-finanziari che di occupazione. In un’Italia che economicamente sta crollando, proprio quel poco che c’è di sano deve essere ostacolato?». Una volta si diceva più chiaramente: il fine giustifica i mezzi.
Santa Giulia, per esempio
Ma torniamo alla “crocifissa” del 25 novembre. A parte le suaccennate reazioni, abbiamo l’impressione che lo “scandalo” di alcuni di fronte a tale immagine, o il disagio o perlomeno la sorpresa di altri, venga dalla sostituzione di un corpo femminile a quello “normale”, maschile, che ci si aspetta di vedere su una croce. Siamo abituati a vedervi appeso Gesù, in mille versioni. Ultimamente è stata anche riproposta alla nostra attenzione di grande pubblico un’opera attribuita (forse erroneamente), a Michelangelo. In associazione alla croce, mettiamo comunque sempre degli uomini: san Pietro, sant’Andrea, san Paolo Miki e martiri giapponesi… Anche quando ci soffermiamo ad ammirare l’opera d’arte in quanto tale, siamo talmente abituati a simili rappresentazioni che non destano in noi più alcuno «scandalo»: né nel senso teologico del termine («noi annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani», 1 Corinzi 1,18-23) né dal punto di vista emotivo.

Scoprire invece una donna inchiodata al patibolo ci lascia perplessi. Forse, fa ancora correre un brivido per la schiena. C’è come qualcosa fuori posto. Un corpo di donna sa così riattivare quell’impatto che il “solito” Cristo pare non creare più. Eppure l’agiografia stessa ci fornisce dei casi di giovani donne martirizzate in quel modo. Brescia, per esempio, accoglie le reliquie di santa Giulia. E nel monastero, oggi museo, a lei dedicato è conservata la scultura del XVII secolo riprodotta in questa pagina. Ma l’argomento, nel suo piccolo, è ancora vasto. Esige una seconda puntata.

pubblicato su Combonifem marzo 2009
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