Sagrada Familia, una proposta

SagradaFamiliaRiflessioni attorno a un’eccezionale opera di architettura religiosa. Che possono forse servire in altri contesti.

Se il processo andrà in porto un giorno, il Servo di Dio Antoni Plàcid Guillem Gaudí i Cornet sarà il primo architetto sugli altari. «Noi architetti siamo tutti brutti e cattivi, superbi, dovremmo andare tutti all’inferno», è stato il commento dell’ordinario della “cattedra Gaudí” al Politecnico della Catalogna all’apertura della causa di beatificazione, nel 2000. E ha continuato: «Gaudí invece era diverso, era umile: “Io non sono un creatore, diceva, continuo l’opera di Dio e della natura”».

Gaudí fu in effetti uomo di fede e devozione. Visse in estrema austerità anche quando si sarebbe potuto concedere un altro tenore di vita. Investito da un tram mentre si recava alla consueta orazione serale, le cronache riferiscono che i tassisti si rifiutarono di caricarlo verso l’ospedale, avendolo preso per un barbone. Morì tre giorni dopo. Era il 1946 e della basilica cui lavorava da quarant’anni non era stata terminata neppure una delle tre facciate previste. Si trattava della Sagrada Familia di Barcellona che, a onor del vero, è tuttora un cantiere.

Oggi siamo ai due terzi circa dell’opera, la copertura della navata è terminata nel 2008 – a 125 anni dall’inizio dei lavori, una durata superiore all’edificazione di San Pietro in Vaticano – e gli ottimisti parlano del 2041 come dell’anno conclusivo per questo «tempio espiatorio», uno dei primi edifici al mondo, nel suo genere, per imponenza. Una capienza largamente inferiore a San Pietro (14.000 posti contro 60.000) ma un’altezza che toccherà, con la torre-lanterna, i 170 metri (Notre Dame de la Paix, la “replica” africana di San Pietro, in Costa d’Avorio, sfiora i 158 metri, croce sulla cupola compresa).

Architettura biomorfa

La Sagrada Familia costituisce, non da ora, il “logotipo” della capitale catalana. La sua sagoma, sin da quando le quattro torri della facciata “della Nascita” vennero completate (in attesa di diventare diciotto), è in effetti caratteristica. Neppure quel discusso grattacielo che è la Torre Agbar inaugurata nel 2005, con la sua forma a pallottola, è candidata a rimpiazzarla.

Ma non è solo la grandezza a impressionare. Gaudí, che ha lasciato la sua impronta anche in molti altri edifici della sua città, all’insegna di un liberty che in Catalogna prese il nome di “modernismo”, fu autore di soluzioni tecniche del tutto innovatrici. Una per tutte, l’arco catenario, che ormai è un paradigma a fianco dell’arco romanico a tutto sesto e a quello gotico a sesto acuto. L’arco “di Gaudí” permette, grazie all’inclinazione delle colonne, la stessa verticalità del gotico ma senza necessitare di contrafforti.

L’interessante è che Gaudí dedusse la sua invenzione e molte altre – che lo hanno reso l’architetto più eccezionale del XIX-XX secolo, davanti al quale anche un Le Corbusier s’inchinò, pur senza condividerne il gusto estetico – dall’osservazione della natura. Dal corpo umano alla vegetazione, le linee rette e le geometrie squadrate non vanno certo per la maggiore nel creato, eppure tutto… funziona e resta in piedi, anche quando si tratta di sopportare pesanti carichi. Così Gaudí introduce, per esempio, delle colonne nelle navate dai cui capitelli pressappoco sferici si elevano ulteriori colonne, più sottili, come rami. Soluzione vantaggiosa dal punto di vista statico e che al contempo, associata a motivi che richiamano le foglie di palma, fa «dell’interno del tempio come un bosco»: era questo l’effetto ricercato dall’«architetto di Dio», il precursore dell’«architettura organica».

Il medesimo entusiasmo per la natura, oltre che per il Vangelo, ritroviamo, estremizzato, nella facciata dedicata alla Natività. Gaudí si occupava anche dei dettagli, curò pertanto da vicino statuaria e decorazioni. Il tripudio di vita che immaginava attorno alla nascita di Gesù si traduce in una scenografia barocca. Che contrasta con la facciata della Passione sul lato opposto – rarefatta, abitata da statue spigolose per meglio rendere la drammaticità –, completata solo negli anni Novanta.

Pietre morte, pietre vive

Non è il caso di dilungarsi sul genio di Gaudí e sulle meraviglie della Sagrada Familia. Libri e internet offrono ricche informazioni sulla nostra “ultima cattedrale” – anche se propriamente tale non è, ma che alle cattedrali medievali si ricollega per l’ardire ingegneristico, la nuova impronta data al tessuto urbano, lo slancio di fede, la preoccupazione catechetica, la durata dei lavori, il coinvolgimento della popolazione.

Anche quest’ultimo aspetto è presente a Barcellona, in quanto l’opera nacque ed è proseguita “dal basso”, sulla base di donazioni popolari. È tale partecipazione a dare senso all’aggettivo «espiatorio» che qualifica il tempio. “Espiazione” di cui inizialmente si fecero carico i 500mila membri di un’associazione spirituale dedicata a san Giuseppe, con l’intento di avviare – diremmo oggi – una nuova evangelizzazione.

Il decollo economico e le concomitanti problematiche del mondo del lavoro, più i fermenti artistici e culturali della Catalogna della seconda metà dell’Ottocento avevano aperto delle crepe nella cattolicità tradizionale. «Risvegli dalla tiepidezza i cuori addormentati. Esalti la Fede. Dia calore alla Carità» era lo scopo dell’intrapresa, secondo le parole affidate alla pergamena che venne sotterrata, nel 1882, con la prima pietra.

È proprio qui che qualche visitatore si pone, oggi, delle domande. Anche mettendo tra parentesi le perplessità che possono sollevare nell’uomo del Duemila le scelte estetiche della basilica, il protrarsi indefinito del cantiere non rischia forse di tradire l’ispirazione originaria del committente, anziché servirla? In chiaro: buona parte degli “oboli” oggi viene, di fatto, dai biglietti dei turisti (oltre due milioni e mezzo l‘anno, prezzo medio 10 euro, fate il calcolo): turisti, non pellegrini. Difficile credere che i donativi spontanei dei barcellonesi siano paragonabili.

Inoltre, è difficile sostenere che l’erezione di pietre “morte” riesca eloquente, in termini di testimonianza della fede, per le persone del nostro tempo. Giovanni Paolo II, che qui giunse nel 1982 e non poteva non magnificare – ma con sobrietà – l’opera, si affrettò a parlare di «un’altra costruzione fatta con pietre vive: la famiglia cristiana», cellula della Chiesa.

Il bello delle “incompiute”

Può infine capitare che perfino in giorni di festa “di prima classe” le eucaristie che vi vengono celebrate siano un capolavoro di sciatteria. È vero che lo spazio liturgico di questa che peraltro rimane una sede parrocchiale è ricavato, in maniera provvisoria, da uno spicchio dell’abside. Ma anche la “provvisorietà” (destinata a durare decenni!) può essere gestita in maniera sobriamente elegante e liturgicamente corretta, sia negli arredi sia nella qualità celebrativa. Fa male vedere un tale dispendio di energie per le pietre morte e tanta trascuratezza per le pietre vive.

E se il “segno” di una cattedrale del Duemila fosse invece la sua volontaria incompiutezza? Lasciare i lavori anche visibilmente interrotti, aprire la basilica al culto (sperabilmente in termini migliori di quello attuale)… Tra l’altro, nel campo artistico le incompiute hanno spesso, da Michelangelo a Beethoven, una forza rara, una potente capacità di suggestione. Nel caso della Sagrada Familia, sarebbe una traccia dell’attenzione della Chiesa ai «segni dei tempi». E della sua coscienza che il vero tesoro che essa possiede non sono, come avrebbe detto san Lorenzo, i suoi forzieri – fossero pure colmi di opere d’arte – ma i poveri. I quali neppure a Barcellona, del resto, fanno difetto. Una permanente corte dei miracoli, che dai miracoli dell’architettura non sembra trarre, a quanto pare, gran giovamento.

pubblicato su Evangelizzare marzo 2009
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