Lotta contro la morte

Installazione di Maurizio Cattelan a Pulheim

Giulia, la santa che abbiamo citato la volta scorsa, non è il solo caso di donna che nella rappresentazione visuale ripropone, accentuandolo, lo «scandalo» della croce di Cristo.

Se la patrona di Livorno, venerata pure a Brescia, sarebbe stata inchiodata al legno nell’anno 303, un anno dopo – sempre sotto Diocleziano – toccava alla tredicenne Eulalia. Quella era còrsa, questa catalana (o di Mérida?), e si direbbe che su quest’ultima pittori, scultori e miniaturisti abbiano maggiormente infierito. Ne avevano donde. Prima della crocifissione i soldati la esposero nuda – e cadde una neve miracolosa in piena primavera per rivestirla –, poi la fecero rotolare per le strade dentro una botte irta di chiodi, quindi le amputarono i seni; dopo averla appesa a una croce “di sant’Andrea”, non soddisfatti la decapitarono.

E la lista delle crocifisse non è finita. Più o meno coeva delle precedenti, ma francese (o portoghese?), è Liberata, oggetto di devozione in molte località dalla Polonia a Panama, passando per Liguria e Calabria. A Sigüenza in Spagna, dove i resti mortali di “Librada” sono conservati, nel medioevo era considerata dalle prostitute… loro patrona. Che lo strumento del supplizio sia stato anche per lei la croce è in realtà da dimostrare, ma poco importa. La pietà popolare così l’ha voluta. Con una variante rispetto alle compagne: indossa sempre, rigorosamente, una gonna o abito lungo.
Anche per Liberata come in tutti i casi in cui il nucleo storico sia malamente verificabile, le leggende si sono moltiplicate. Notiamo come la figura di Cristo e quella di Liberata (che in Germania ha preso il nome di Wilgefortis) si siano come sovrapposte, soprattutto se si prende a termine di raffronto il Volto Santo di Lucca. Straordinaria, poi, quella tela del Settecento in cui si vede in croce una donna con un ampio abito dell’epoca ma dal viso maschile, barbetta compresa. Mistero svelato: la santa, ragazza avvenente, volendo tener fede al suo voto di castità chiese al Signore di imbruttirla. Venne accontentata: la notte prima del matrimonio combinato dal padre, un re pagano, le spuntò una folta barba. Il futuro sposo scappò e il padre… la fece crocifiggere.
Madonna crocifissa 
Ed eccoci con un salto ai giorni nostri. Non è banale che in Colombia, un paese cui a Liberata si è tributato un grande culto, in occasione di una manifestazione contro i sequestri delle Farc sia stato affisso, per le vie di Bogotá, un poster che suggeriva una Ingrid Betancourt sulla croce (e con la scritta “Ingrid” a sostituire il tradizionale “INRI” sul suo capo).
Come ci si inoltra in questa ricerca, si scopre una profusione di immagini inattesa e che non cessa di sorprendere. Davanti alla cattedrale luterana di Copenaghen è stata innalzata, il 1° dicembre 2006 (Giornata contro l’aids!), un’opera di Jens Galschiøt: una donna incinta crocifissa. Delle copie stanno girando il mondo (una è anche arrivata al Forum sociale mondiale di Nairobi).
C’è chi ricorda ancora una copertina dal soggetto simile, su un settimanale italiano, che “fotografava” in quel modo il dibattito sulla legge dell’aborto. Era il 1975. Mentre ancora riguardante l’aids – in Africa e con le sue conseguenze sui bambini – era un’interpretazione di Madonna nella sua tournée 2006. Sul palco, la rockstar cantava “crocifissa” e con una corona di spine. Nulla di dissacrante, in verità: la canzone era una ballata accorata, con un testo dignitoso, e in chiusura del brano si proiettavano immagini di bambini africani con versetti evangelici: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare…».
Eppure le polemiche non mancarono. Si può capire il perché.

Concludiamo con una “installazione” dell’anno scorso, ideata dal controverso Maurizio Cattelan (artista? Sicuramente un comunicatore) per la ex-sinagoga, ora chiesa, della cittadina tedesca di Pulheim. Il tema commissionatogli era “la religione e la storia in una lotta disperata contro il potere superiore della morte”. Svolgimento: il manichino di una donna, crocifissa ma voltata contro il muro. L’impatto è assicurato. Sarebbe lo stesso se il manichino fosse quello di un uomo?

pubblicato su Combonifem aprile 2009
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