Potenza del passaparola

Si fa un tal parlare di Facebook che a non averlo esplorato può far sentire esclusi. Ecco le “confessioni” di un facebooker mezzo eretico.

«Sono un facebooker pentito. O quasi. Sono rimasto anch’io adescato dal re dei social network, su invito di un amico (in carne ed ossa) che non è uno smanettone. Anche lui beneficiario, o vittima, del passaparola.

Il boom di Facebook (Fb) è scoppiato in Italia l’estate scorsa (oggi si contano oltre 4 milioni di iscritti italiani sugli oltre 150 milioni nel mondo). Non che non esistano altre piattaforme simili. Si chiamano MySpace e Badoo, Netlog e Tagged… In molti casi strizzano l’occhio agli adolescenti, per anagrafe o per opzione. Quando incappi in qualcuna di queste pagine, scopri personalizzazioni a volte orribili, spesso confuse.

Anche Fb è nato da e per i giovani, ma… a Harvard! Una delle informazioni “prioritarie” (non obbligatorie) da inserire nel proprio profilo riguarda infatti le scuole attualmente o già frequentate; è così subito possibile “vedere” altri studenti o ex allievi dello stesso campus o istituto. Li si può invitare – loro o chiunque altro si scovi nel database – ad essere “amici” e a iscriversi a un medesimo gruppo di interesse.

Insomma niente di eccezionalmente nuovo rispetto al mondo dei social network che ha preso piede negli ultimi 5-6 anni e che comprende anche piattaforme mirate, ad esempio per la condivisione di foto, di video, di gusti musicali o letterari, eccetera. Per non parlare di Twitter, un microblogging che serve solo a “cinguettare” (twitter, per l’appunto) – in meno di 140 caratteri! – il proprio sentimento o attività istantanea alla rete di amici collegati via computer, o anche via telefonino. Per esempio: “Sto bevendo una tisana alla vaniglia”, come esemplifica
l’apposito lemma di Wikipedia.

Neppure Fb si priva di cotanta opportunità e propone in evidenza il campo “Che fai in questo momento?”, che provoca a una comunicazione in terza persona. C’è chi tenta di ribellarsi: “Ogni volta che voglio scrivere qualcosa devo sempre parlare in terza persona! Uffi!”, ma senza trovare il coraggio di “suicidarsi” (cioè di cancellare la propria presenza). È anzi probabile che si presti ad essere un nuovo anello del passaparola.

E adesso che ci faccio?

È come se anche le persone “serie” si stessero interrogando sul mistero del successo di Fb. Non ne capiscono esattamente senso e utilità, ma se Fb è frequentato da tanti, e da così tanti adulti con lavoro e famiglia, un motivo dovrà pur esserci. E allora, anche senza il cento per cento di convinzione, una volta al giorno ripeto anch’io il login (cioè l’accesso al sito), do una sbirciatina in giro e casomai lascio una traccia di me.

Perché effettivamente Fb ha una fisionomia seriosa. A cominciare dalla grafica, fin troppo spartana. E con una organizzazione delle varie sezioni non così intuitiva come ci si potrebbe aspettare da quella che è divenuta un’impresa quotabile in Borsa. Menu ripetitivi, altre voci che ti aspetteresti e non trovi… Oppure sono incomprensibili (qualcuno saprà mai spiegarmi che vorrebbe dire “…invece di digitare out nomi”?). Pare quasi che l’aspetto ludico tipico di internet venga qui volontariamente mortificato.

Ma poi ti sorprendono le continue apparizioni di banner pubblicitari senza attinenza con il tuo profilo (anche chi è felicemente sposato si trova bombardato da “Volete una ragazza?”, “Migliaia di ragazze vicino a te!”, “Uomo celibe?” e ammiccamenti affini).

Ma Fb rivela un’ambiguità più sottile, più “antropologica”. O solo psicologica. Dopo la scoperta di internet come rete globale, in cui lanciare le proprie opinioni, immagini ed esperienze come una bottiglia in mare, senza curarsi di dove andranno a parare – anzi felici di questa potenzialità a 360° (data soprattutto dai blog, di facile utilizzo e costo zero) –, si è come fatta strada una nuova esigenza: di disporre di un bacino più riservato. Di una comunità.

La possibilità di informare tutta la propria comunità nel medesimo istante, offrendo ad ogni membro la possibilità di interagire in tempo reale con tutti gli altri, è ovviamente una formidabile opportunità, organizzativa e non solo. L’efficacia dei social network ha toccato l’apogeo nella campagna elettorale di Obama, su cui non c’è ormai più nulla da aggiungere.

Un conto, però, è avere concepito un obiettivo nella vita “reale”, e porre al suo servizio la comunicazione virtuale, un altro paio di maniche è ritrovarsi a propria disposizione uno strumento potente prima ancora di sapere che farne mai, uno strumento la cui sola presenza ci illude che basti che mettergli le dita addosso per cavarne qualcosa di bello. Un po’ come quando il primo computer della mia vita mi regalò il miraggio di diventare a breve un buon scrittore…

Quindi dev’essere anche per colmare un vuoto di contenuti, che su Fb nascono i “gruppi” e le “cause” più disparate. Accanto alle più nobili (contro i bombardamenti a Gaza come in soccorso agli orfani dell’Aids) c’è un diluvio di amenità (tralascio le orripilanti trovate di esaltazione di mafia, nazismo, stupro e affini); cito, una per tutte, la pagina “Quelli che al citofono alla domanda ‘chi è?’ rispondono ‘io’”», che ha totalizzato oltre 400.000 “fan”.

Ma Fb forma l’opinione pubblica?

E poi rimane l’ambiguità della “rete di amici”. In essa puoi certamente entrare solo dietro invito di qualcuno già su FB; ma non è detto che l’amico dell’amico risulti gradito anche ai “vecchi” amici. D’altra parte il mezzo è concepito in modo tale che pare sgarbato rifiutare una nuova adesione. Perché, se è possibile camuffarsi, e molti lo fanno, è però nella logica di Fb dichiararsi con la propria identità. (Diversamente da Second Life, in rapido declino dopo i suoi momenti di gloria).

E così, tra amici vecchi e nuovi, e amici degli amici, si fatica a capire fin dove commenti e conversazioni possano mantenere un carattere “riservato” (virgolette d’obbligo, dato che siamo dopotutto sempre su internet!). Il risultato è che si rischia di limitarsi a… “cinguettare”. E chi ha voglia di esprimere un pensiero compiuto, “serio”, capace di suscitare vero dibattito, be’… è probabile che preferisca un potenziale bacino di ascolto più vasto. Tornerà al buon vecchio blog. O lo ricupererà, pur senza “suicidarsi”.

Infine. La marmellata di “cause” nobili mischiate ad altre discutibili o semplicemente inutili, quale contributo può offrire alle cause giuste e necessarie? Le une e le altre non necessitano ormai più di un clic. La speranza di chi clicca con convinzione è che l’iniziativa “buchi” la rete e finisca sulla piazza mediatica tradizionale: giornali, radio, tivù. Solo allora avrà la sensazione che
la causa ha assunto un carattere “politico”. Pubblico.

In altre parole è come se, a dispetto di tutte le trasformazioni del mondo dell’informazione, internet traesse ancora la sua “legittimità” dai mezzi di comunicazione classici. Non è forse vero che se noi (cioè l’opinione pubblica “collettiva” di un paese come l’Italia) sappiamo che i social network sono stati una risorsa chiave per Obama, non l’abbiamo imparato dalla rete, ma da tivù e stampa che ce l’hanno raccontato?

Vince il buonsenso

Sono un facebooker. Quasi pentito. Quasi. È vero che «”c’è una debolezza, intrinseca nella stessa facilità di entrare in un social network, che rende molto ‘leggere’ e labili queste relazioni” (il sociologo Stefano Martelli in occasione del convegno di gennaio “Chiesa in Rete 2.0”). Ma è anche vero che “se c’è continuità tra ‘virtuale’ e ‘reale’ le nuove forme di socialità in rete si consolidano e diventano significative per le persone e rilevanti per la società”.

Esserci (su Fb), o non esserci. Forse il dubbio amletico si supera restandoci (per chi c’è già; chi non si è ancora lasciato irretire può vivere tranquillo ugualmente!), ma “in dialogo” con altri strumenti internettari. E soprattutto senza permettere che le relazioni virtuali rattrappiscano quelle reali…».

pubblicato su Evangelizzare aprile 2009
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