«Irradiavano bontà»

Bellezza, fierezza, innocenza nei reportage africani della regista e fotografa tedesca Leni Riefenstahl, ora di nuovo disponibili al pubblico. Ma che non sfuggono a qualche critica.

Non stiamo parlando esattamente di un “fresco di stampa”. Questo Africa* data di quattro anni; ma ogni tanto è forse il caso di tornare su un titolo che non sia frutto del consumismo editoriale e che nel suo genere rappresenta un caposaldo, anche per chi abbia motivi di criticarlo.
Tante pagine, dunque, in grande formato (20×29) e custodite in un robusto cofanetto, che ripropongono tutti i reportage africani di Leni Riefenstahl pubblicati a partire dagli anni Sessanta. Maasai, shilluk, dinka, nuba. In Italia arrivarono negli anni Settanta i due volumi su quest’ultima popolazione sudanese. Furono essi – ha confessato Kizito Sesana in Io sono un nuba (Sperling & Kupfer, 2004) – «a iniettarmi la voglia di conoscere quel popolo di popoli, e di essere missionario in mezzo a loro».

Gli scatti africani di Riefenstahl, in particolare quelli dei nuba, sono entrati nella storia della fotografia. Magnifici ritratti di uomini e donne di bellezza sconvolgente, che comunicano a chi guarda un’atmosfera paradisiaca, di innocenza e felicità. L’autrice cominciò nel 1963 (più che sessantenne!) a recarsi sui monti Nuba. Come ha raccontato a Kevin Brownlow nell’intervista in apertura di libro (in tedesco, inglese, francese e giapponese – purtroppo in caratteri microscopici), vi ha soggiornato ogni volta per settimane, e l’esperienza che fece fu proprio questa: «Il tempo che ho passato con i nuba è stato uno dei più belli della mia vita. I nuba mi apparivano come gli esseri umani più felici del creato. Irradiavano bontà».

Uno degli aspetti che, visivamente, pare meglio testimoniare tale stato edenico è la naturalezza con cui tutti indossano la nudità. Si trattava delle ultime popolazioni a vivere così, all’epoca in cui Leni le immortalò. E infatti penò a trovarle, da principio, e nei viaggi successivi dovette constatare come l’arabizzazione e altri fattori quali l’uso del denaro (e poi la guerra) le avesse già trasformate.
Le foto della ex cineasta di regime (nazista) sono quindi presto diventate anche un documento storico-antropologico.

Sospetti

E qui nasce il primo sospetto. Che ci faceva un’esaltatrice della razza ariana (girò tra l’altro Olimpia, su Berlino ‘36 – quando Hitler si rifiutò di stringere la mano al campione afroamericano Jesse Owens – e si parlò di lei come amante del Führer) in piena Africa?
Sicuramente la sua vulnerabilità al fascino estetico del corpo umano era rimasta intatta, in lei, anche dopo il crollo del nazismo. Verso il continente nero la orientò poi la lettura dell’Hemingway di Verdi colline d’Africa, e verso i nuba le celebri foto di scena di lotta scattate da George Rodger nel 1949. Qualcuno ha osservato che in fondo Riefenstahl non ha fatto altro che trasporre il mito della razza in chiave africana. Se anche così fosse, ammettiamo che ad ogni modo le conseguenze sono state ben altre…

Tralasciando poi gli appunti di indole tecnica che qualche fotografo ha sollevato, un altro genere di obiezione ci deve interessare. Simon Njami, il critico d’arte fondatore di Revue noire, volentieri riconosce che i nuba di Leni Riefenstahl «sono belli e plastici. Ma la fotocamera della regista tedesca non ha saputo trovarne l’anima. Sono oggettivizzati. Belle immagini mute, la cui vita interiore ci rimane estranea». A queste, Njami contrappone le foto di posa della camerunese Angèle Etoundi Essamba. Anche per lei il corpo umano è centrale, ma «come le sfingi, le fotografie di Angèle pongono degli enigmi, cui spetta a noi trovare la soluzione».

Noi azzardiamo un’altra ipotesi: se è vero che i nuba di Leni Riefenstahl non si pongono a noi – in quanto individui – come enigmi, probabilmente è in quanto popolo, però, che continuano a sollevare degli interrogativi.


* Leni Riefenstahl, Africa, Taschen, Colonia, 2005, pp. 560, € 49,99 (www.taschen.com). Le altre sue opere in italiano: per Mondadori, Gente di Kau (1977), I nuba (1978), La mia Africa (1983); per Bompiani, Stretta nel tempo. Storia della mia vita (1995). L’autrice è morta nel 2002 all’età di 101 anni.

pubblicato su Nigrizia gennaio 2009
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