Il dolore del ritorno

Asylum

La crisi si è fatta sentire anche alla maggiore manifestazione cinematografica italiana dei continenti “del Sud”, il 19° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina. Costante, però, la partecipazione del pubblico. Sempre più presente la tematica del rimpatrio.

Il primo sospetto ti viene aprendo il catalogo. Le pagine sono poco più della metà che negli anni scorsi. Crisi? «Non vi neghiamo che è stata un’edizione molto difficile da realizzare», conferma dal catalogo stesso il tandem della direzione artistica del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, Annamaria Gallone e Alessandra Speciale. «Con le stesse condizioni di finanziamento non potremo farcela nel 2010». I tagli sono venuti soprattutto, come già visto all’ultimo Festival di Cinema Africano di Verona, da alcuni sponsor istituzionali.

Il cartellone milanese è stato rimpolpato da una sezione video dedicata ad Al Jazira e dall’omaggio al regista kazako Darehan Omirbayev. Ma poche le novità in campo africano (dove la crisi è iniziata prima che a Wall Street…). Oltre a London River di Rachid Bouchareb, titolo inaugurale fuori concorso, erano solo otto i lungometraggi africani, e con una netta predominanza sudafricana da una parte e franco-magrebina dall’altra. È vero che non vanno trascurati i corti, che possono essere dei gioiellini, come Waramutshéo! di Auguste Bernard Kouemo Yanghu (Camerun/Francia), uno sguardo finalmente originale sul genocidio ruandese, o Le monologue de la muette di Khadi Sylla e Charlie Van Damme, su una ragazza muta che dal suo villaggio va a Dakar come domestica, documentario franco-belgo-senegalese cui è andato il premio della ong Cumse. È uno dei riconoscimenti “minori” del Festival ma concreti: offrono ad alcune opere una distribuzione italiana in dvd.

Un viaggio così bello

Senza voler trovare ad ogni costo un discorso comune fra tutti i titoli, un filo rosso è innegabile: il ritorno al paese d’origine. Non che sia una novità assoluta – già da qualche anno il cinema del Marocco, più in generale del Maghreb, mostra una predilezione per il tema. Ed è un ritorno sempre problematico. Drammatico. Quest’anno a Milano, il “dolore del ritorno” (senso etimologico di nostalgia) era quello di Mohamed per il quale, dopo una vita di lavoro in Francia, suona l’ora della pensione e si decide al rientro in Tunisia – che non è più la stessa che aveva lasciato (Un si beau voyage di Khaled Ghorbal).

 È il “dolore del ritorno” di Adama, giovane uomo in carriera, anch’egli stabilitosi in Francia, che non rimetteva piede nel suo Senegal da quindici anni e quando lo fa è giusto per sotterrare la nonna. Ma l’imminente morte di questa era uno stratagemma della sorella muta – e prostituta – che suo malgrado fa scoprire ad Adama, a ritmo di thriller, una Dakar a lui sconosciuta (L’absence di Mama Keïta).

E poi Themba Makwaya, l’eroe dell’Anc in esilio in Inghilterra, che ritorna nel Sudafrica della Commissione verità e riconciliazione. Ma dentro un’urna cineraria. Non sarà lui, ovviamente, a vivere il dolore del ritorno, ma il fratello Sipho, che esprime in un film di impianto teatrale il dibattersi di tutto un paese tra bisogno di riconciliazione e ansia di giustizia (Nothing But the Truth di John Kani, Miglior Film Africano e Premio Signis).

Ritroviamo la chiave della nostalgia in altri titoli come Asylum di Rumbi Katedza (Zimbabwe) – supercorto muto su una ragazza del Darfur a Londra. O in Khamsa di Karim Dridi (Francia/Tunisia), dove un ragazzino fugge dalla famiglia che lo ha in affido per riguadagnare il suo campo nomadi. Il piccolo “Marco” non esce dal perimetro di Marsiglia ma è un lungo viaggio, il suo, per tornare ad essere Khamsa. 

pubblicato su Nigrizia maggio 2009 
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