La foresta che cresce

L’albero che cade fa più rumore della foresta che cresce. È una buona notizia, valida anche e soprattutto nel confuso momento storico che stiamo vivendo.

«È difficile credere che la questione della pedofilia e della violenza sulle donne non sia una novità. Se dici che statisticamente le vittime erano molte di più cinquant’anni fa, le persone ti guardano scettiche perché “certe cose si sentono solo adesso!”». E se andiamo più indietro nel tempo, «lo stupro era un’abitudine per tutti i soldati vittoriosi, per tutti i nobili, per tutti i riccastri e per chiunque avesse uno straccio di potere derivante dalla ricchezza, dal ruolo sociale o dai muscoli».Questo scrive Jacopo Fo, un attore non alieno a iniziative paradossali e a una comicità “demenziale”, ma che sa comunicare anche cose serie. Ed è lui l’autore – insieme con il meno celebre ma agguerrito Michele Dotti – di un libro con un titolo che non sapresti se giudicare più ingenuo, furbo o reazionario: Non è vero che tutto va peggio. E il sottotitolo recidiva: Come e perché il mondo continua a migliorare anche se non sembra. Come minimo, si direbbe che è andato in stampa al momento sbagliato: prima dello scoppio della Crisi. Eppure, non contento, l’editore (che è poi l’Emi, dal cui catalogo sono partiti in passato numerosi allarmi sulle inique relazioni Nord/Sud e sulle gravi malattie del pianeta Terra) ha avuto il fegato di mandare in libreria una seconda edizione, aggiornata: quando la Crisi era ormai conclamata.

Ma come si può sostenere, nel 2009, che le cose vanno «meglio»?

Guardare lontano

Sul Sole 24 Ore ai primi di marzo si leggeva: «La crescita alta e, si badi, molto stabile in tutti i Paesi avanzati, è stata ancora più forte nei Paesi che oggi, proprio per questa ragione, chiamiamo emergenti, ma che una volta si chiamavano poveri». Vengono in mente Cina, India… ma anche «parte dell’Africa, che ha avuto solo in questi anni la possibilità di uscire, pur tra mille contraddizioni, dal vicolo cieco della povertà estrema».

Certo, i due economisti che così scrivono difendono la sostanziale bontà del «sistema basato sulla triade globalizzazione-liberalizzazione-finanza», ossia della svolta impressa alla politica economica mondiale dal tandem Reagan-Thatcher. Che è proprio l’oggetto della condanna da parte di altri analisti, e non necessariamente… comunisti. Ma se due nomi come Alberto Alesina e Ignazio Angeloni si espongono fino a ricordare che, dopo la crisi del ’29, le altre crisi hanno sempre «avuto una durata contenuta» e che neppure questa «vanificherà le conquiste» ottenute, diciamoci, per lo meno, che anche le ragioni dell’ottimismo han diritto di cittadinanza, accanto a quelle più gettonate del pessimismo.

Certo, quand’anche la crisi finisse in tempi brevi, avrà comunque lasciato sul selciato molte vittime. Ma è pur vero che non possiamo pensare unicamente sui tempi brevi.

Prendiamo un tema ancor più drammatico, la guerra. Ci viene da Pino Arlacchi un’analisi della violenza negli ultimi due secoli, che dimostra come ai giorni nostri, nonostante l’11 Settembre, l’umanità viva l’epoca di maggior sicurezza della sua storia.

Arlacchi non è uomo da prender alla leggera realtà e rischi del mondo d’oggi, essendo stato vicesegretario delle Nazioni Unite e direttore del Programma Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine. Ma il suo osservatorio gli permette appunto di tenere lo sguardo levato. In L’inganno e la paura. Il mito del caos globale (Il Saggiatore, 2009) egli esamina la “storia delle guerre”: la loro frequenza e diffusione, e i bilanci di perdite umane. Ebbene, quando prendiamo in considerazione il trend, lungo i secoli, dei conflitti armati con i loro eventuali corollari di genocidi e carestie, notiamo un miglioramento, netto soprattutto a partire dalla seconda parte del Novecento (un dato non molto modificato neppure dai massacri in Ruanda del 1994). Questo «declino» della violenza è «la continuazione di un trend plurisecolare iniziato nell’Europa del XV secolo con la diminuzione delle guerre e della violenza interpersonale. (…) La distruttività umana – afferma Arlacchi – è stata messa sotto controllo sia da forze interne alla personalità individuale che da potenti istituzioni collettive».

I media, ministri della paura

Perché allora il presente e il futuro immediato li vediamo a tinte fosche?

È il «grande inganno prodotto dai media, dai governi, dagli apparati militari e della sicurezza, prevalentemente americani. Esso sforna a getto continuo una delle emozioni più potenti: la paura». E qui, aggiungiamo noi, chi ancora fosse dubbioso della verità che le cose vanno meglio potrebbe dire che vanno peggio almeno nell’informazione…

Arlacchi dedica, dal suo punto di vista originale, qualche riflessione anche alla crisi economica. È stata il miglior alleato di Obama nella corsa alla Casa Bianca e «continuerà ad aiutarlo perché gli negherà le risorse indispensabili per un rapido superamento della recessione, e lo obbligherà a scelte drastiche, inattuabili in tempi di prosperità». Di più. Il presidente potrà anche fare sfoggio di capacità di convinzione. Si ritroverà infatti in mano «anche gli argomenti necessari per far accettare queste scelte alla maggioranza dei cittadini, e per farle ingoiare ai poteri forti che muovono il grande inganno: il Pentagono, l’industria militare e quella della comunicazione».

L’unica spesa del bilancio Usa tagliabile è alla fine quella bellica. Pochi giorni dopo la stampa del libro è stato pubblicato il budget 2010 del Pentagono. In apparenza è cresciuto (dell’1,5%), ma in termini reali è forse già diminuito (Bush faceva figurare come «fondi supplementari» parte delle spese per l’Irak e l’Afghanistan). Insomma la crisi aiuta la pace?

Valorizzare le conquiste

Lo sguardo positivo può abbracciare molte altre realtà, purché si guardi sempre ai trend di lungo periodo. Forse non serve neppure citare cifre, grafici e tabelle (che comunque esistono, anche nel volumetto di Dotti-Fo) per intuire che l’istruzione, maschile e anche femminile, l’accesso alla cultura, l’affermazione dei diritti umani, le vaccinazioni dei bambini, la speranza di vita, eccetera, hanno conosciuto dal dopoguerra un vero boom. Mentre la pena di morte è in regresso, il diritto internazionale ha acquisito legittimità e strumenti, il lavoro minorile è diminuito e non godono più di grande consenso sociale tante pratiche: dal fumo al… delitto d’onore (abrogato in Italia nel 1981!). Anche in materia ambientale ci sarebbe da discutere sui “peggioramenti” avvenuti. Negli anni ’60, ad esempio, respiravamo meglio e mangiavamo frutta più sana? Come minimo andrebbero introdotti molti distinguo e passata al setaccio l’informazione ambientale sulla grande stampa, più gridata che ragionata (un buon antidoto è http://www.buonenotizie.it, non solo per l’ecologia ma anche per cultura, società, economia e altro).

Ovviamente si può – si deve – continuare a denunciare e a battersi contro tutte le schiavitù, vecchie e nuove. Ma anche questa coscienza collettiva che non tollera più il perpetuarsi di certe situazioni, è un’acquisizione – facciamoci caso – degli ultimi decenni. Né era scontato che vi si arrivasse in tempi tutto sommato brevi.

I sostenitori della lettura “ottimistica” ci tengono a sottolineare che il loro non è un discorso “conservatore”, tutt’altro. Semplicemente, come dice l’editore nell’introduzione a Non è vero…, «il pessimismo non costruisce futuro». Se l’impegno di tanti, spesso in forma di lotta nonviolenta, ha prodotto dei miglioramenti, delle rivoluzioni silenziose, diamogliene atto, una buona volta. Che se invece continuiamo a predicare, falsamente, che il mondo non fa che peggiorare, non faremo che demotivare chi è pronto a rimboccarsi le maniche. Se poi questi fossero dei giovani, il peccato sarebbe pure doppio.

pubblicato su Evangelizzare maggio 2009

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