Più semplice o più facile?

In nome della Semplificazione, il rogo di leggi e normative da parte del ministro Calderoli nel marzo 2010

Mentre la realtà è sempre più complessa, i messaggi che dalla politica e dai media giungono al grande pubblico paiono sempre più semplicisti. Ma se il linguaggio si impoverisce…

Il “Tao” di questa mattina – un sms di saggezza “cinese” che il gestore di telefonia mobile mi recapita quotidianamente – così recitava: «A volte le questioni si rivelano più semplici di quanto sembrano, se ci prendiamo il tempo di analizzarle con serenità».

Si potrebbe obiettare che già trovare del tempo è, al giorno d’oggi, un’attività complessa; se poi questo tempo dobbiamo dedicarlo ad «analizzare», cioè a pensare, il livello di complessità si innalza vorticosamente…

Sempre in data odierna mi arriva la notizia della conversione in legge di un decreto: sono così spazzate via d’un sol colpo 29.000 leggi obsolete dello Stato, che vanno a sommarsi alle 7.000 cancellate mesi addietro. L’ambizioso obiettivo del ministro della Semplificazione normativa è di far passare le leggi vigenti da 430.000 a 15.000 entro l’anno, e scendere a 5.000 entro il 2011. Nelle intenzioni non si va a smantellare il patrimonio giuridico nazionale ma a renderlo più chiaro, coerente ed efficace, riducendo così «gli oneri e i tempi burocratici per i cittadini e le imprese».

L’impresa era iniziata con la «semplificazione amministrativa» di Franco Bassanini nel 1997 – un’azione che sicuramente doveva essere portata avanti, quantunque rimangano delle perplessità sull’opportunità di creare un apposito ministero.

Rumore di fondo

Salutiamo dunque gli sforzi di semplificazione, purché vadano nella linea del Tao, e confidando che il lavoro vero e proprio sullo «stock normativo» venga svolto da esperti e oscuri addetti ai lavori, dato che l’immagine che il ministro offre di sé è piuttosto quella di un grezzo semplificatore. Autore della legge elettorale “porcellum”, esibitore di magliette anti-islamiche, passeggiatore di suini sui terreni di future moschee, Roberto Calderoli è anche la bocca da cui sono uscite battute “non complesse” come: «Preferisco la legge del taglione»; «La smetta quella signora, quella abbronzata lì, quella del deserto e del cammello» (a proposito di una giornalista palestinese); «Un tempo si parlava di castrazione chimica, ma personalmente sono propenso a metodi più semplici: un colpo di forbice da giardiniere, non necessariamente sterilizzata»…

Non andremo a dilungarci oltre sul personaggio, che abbiamo preso ad esempio di tutta l’ambiguità di cui può essere caricato il lemma “semplice”, termine che significa “unitario”, “non-diviso”, e non: “facile”. Come qualcuno ha già detto, “il Vangelo è semplice, non facile”.

Ciò cui invece assistiamo è lo slittamento verso la patologia della semplicità: il semplicismo. La vita quotidiana si fa sempre più complicata, agli occhi di molti, oltre che complessa. Di qui, il bisogno di semplificarsela almeno là dove sia possibile. E non solo in cucina, utilizzando cibi precotti e insalate già lavate, ma anche – soprattutto – nel capire e nel comunicare la realtà che ci circonda. Tanto più che il nostro stesso campo visivo e auditivo è ingombro. Passo dopo passo ci facciamo strada in una giungla in cui i “segni” s’incrociano e si affollano.

Gillo Dorfles ci augura di rimanere affetti da quella sindrome «che pochi avvertono e che invece tutti dovrebbero temere», l’Horror Pleni: così il critico d’arte e filosofo intitola un suo libro che reca come sottotitolo “La (in)civiltà del rumore” (Castelvecchi). «La moltiplicazione inarrestabile degli oggetti, delle informazioni, delle sollecitazioni sensoriali – fa notare l’autore – fa sì che l’uomo oggi si trovi in una situazione del tutto diversa da quella, non di secoli, ma anche solo di una cinquantina di anni fa». Siamo immersi in un perpetuo rumore di fondo.

La valigia di Chaplin

Ma non è da tutti essere coscienti del “pieno” che ci soffoca e mettere in campo una strategia che ce ne difenda o ne attutisca gli effetti, e allora sorge la tattica spontanea della “semplificazione”. Ne è sintomo, a livello di linguaggio, l’impiego di abbreviazioni, contrazioni, sigle, iconcine che nella comunicazione digitale (chat, e-mail…) fanno risparmiare tempo (e caratteri, se quelli per gli sms sono limitati) e che al tempo stesso danno l’illusione di introdurre quel “calore” che, attraverso la scrittura tradizionale, non riusciamo più a trasmettere. Fra le prime vittime, «gli errori di ortografia e un pullulare di segni d’interpunzione inseriti a casaccio, che indeboliscono il linguaggio comune» (Lothar Baier in Non c’è tempo!, Bollati Boringhieri).

Ma le vere vittime non sono ortografia, sintassi e lessico in sé quanto, per l’appunto, il linguaggio stesso, ossia la capacità di pensare e di entrare in relazione, una relazione non solo strumentale, con l’altro e con il mondo. «Una eccessiva contrazione del linguaggio – annota Raffaele Aragona, un ingegnere che è altresì cultore di questioni letterarie – potrebbe portare a un impoverimento della consapevolezza. Si è più volte ipotizzato che la complessità del ragionare derivi proprio dall’uso della forma scritta. In una lingua nella quale esperienze diverse non sono espresse da parole diverse, è quasi impossibile che le esperienze del singolo arrivino alla consapevolezza».

In tale appiattimento la parte bella la giocano, naturalmente, i mass media. La comunicazione ha le sue leggi, e sminuzzare concetti e problematiche complesse è di per sé un servizio reso al pubblico. Ma in troppi casi i giornalisti cessano di fornire una divulgazione di qualità e riducono lo spazio che gestiscono alla… valigia di Charlot: quella da cui fuoriusciva sempre qualcosa, e a Chaplin non rimaneva che sforbiciare via i lembi che spuntavano fuori.

Il risultato, paradossale, è di rendere incomprensibile ciò che ci si era prefissi di far capire con facilità. Taglia e ritaglia, alla fine non resta niente se non l’«emozione». Gustoso un corsivo di Walter Siti sulla Stampa: «Poniamo che in un talk show si discuta se l’anno 2000 è stato bisestile: Tizio griderà che sì, perché cento è divisibile per 4; Caio urlerà che no, perché gli anni secolari non sono bisestili. Sempronio ricorderà che sua figlia si è sposata il 29 febbraio…». Conclusione: «È arrivato il momento dello spot. Dopo, in scaletta è previsto un altro argomento, con altri ospiti: resterà l’impressione che l’esperto fosse un rompiscatole e il 2000 mezzo bisestile».

Questione di cervello

In questo, i talk show televisivi sono imbattibili; il guaio è che dettano i loro tempi e modalità anche ad altri generi di infotainment in tivù, alla radio e persino sulla carta stampata. Perché, dipendendo tutti dalle leggi commerciali, ciascuno deve vendere e più della concorrenza. E ciò che più vende (per fortuna ogni tanto c’è un caso che viene a insinuare un dubbio) non è la capacità di far capire, capire davvero, ma la passione, l’emozione. Che non guastano mai, ma quando tutto si riduce a quello…

Come non ricordare quello che è ormai un refrain di Rita Levi-Montalcini, da tutti applaudita ma, a quanto pare, non altrettanto ascoltata: «Noi viviamo ancora dominati da bassi impulsi, come cinquantamila anni fa. Il nostro cervello ha una componente limbica (con sede nell’ippocampo), arcaica, che è emotiva, aggressiva: essa ha permesso all’australopiteco di salvarsi, quando è sceso dagli alberi ed ha affrontato il mondo per poi diventare homo sapiens. L’altra componente, cognitiva e neocorticale, è molto più recente e corrisponde alla fase dello sviluppo del linguaggio.

Ora, la componente emotiva è pericolosa; mi auguro che il futuro veda un completo controllo del nostro modo di agire da parte della neocorteccia cognitiva, che prevalga sul sistema limbico. Le tragedie che possono portare all’estinzione della nostra specie derivano dal fatto che a prendere il controllo del nostro comportamento è la componente emotiva». Semplifica e semplifica…

pubblicato su Evangelizzare giugno 2009
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