Black is beautiful

Dire “top model nera” e rispondere “Naomi Campbell” è una sola cosa. Anche se non più sulla cresta dell’onda come negli anni Novanta, per molti è lei il prototipo dell’indossatrice – come si diceva prima dell’anglomania – “di colore”. Eppure è un’altra Naomi a meritare un posto ben più elevato del suo in quel particolare genere di storia che è la storia della moda. 
Era Sims il cognome della Naomi deceduta il 1° agosto scorso, per malattia, all’età di 61 anni. Nata nel Mississippi e poi cresciuta in Pennsylvania, la sua infanzia e adolescenza fu segnata dalla povertà come pure dall’atmosfera segregazionista che impregnava gli Stati Uniti degli anni Cinquanta e Sessanta. Ma quel clima le mise la voglia di fare qualcosa, di adoperarsi in qualche modo per il riscatto della sua gente. Nutriva «il desiderio di superare gli steccati della razza e di primeggiare facendo qualcosa di veramente importante», come confessò lei stessa.
Ottenne una borsa di studio per il Fashion Institute of Technology, importante scuola newyorkese di sartoria. Ma quei soldi non bastano per vivere, e Naomi per arrotondare bussa alle porte delle agenzie di moda per proporsi come mannequin. Qui scopre sulla sua pelle – letteralmente – la realtà del razzismo che in quell’universo sembra particolarmente ottuso: è troppo “abbronzata”. Ma non si arrende. Contatta, senza mediazioni, un fotografo di grido, Gosta Peterson. Finisce così sul supplemento di moda del New York Times. È il 27 agosto 1967 e Naomi non ha ancora 20 anni. È la prima volta che una donna nera conquista una copertina prestigiosa. E in seguito quelle di tutte le riviste che più “fanno tendenza”. Proprio durante gli ultimi giorni di vita di Naomi Sims, presso il Metropolitan Museum of Art di New York, in una mostra dedicata all’alta moda, si esponeva quel primo scatto che la rese celebre insieme a un’altra copertina, che Life pubblicò nel 1969.
Quelle di Naomi sono immagini di una bellezza femminile “perfetta” e al tempo stesso molto personale, elegante e di classe. Distante anni luce dagli involgarimenti che hanno poi preso piede. «La simmetria splendidamente curvilinea del volto della Sims e la flessuosa elasticità del suo corpo presentate dalle pagine, un tempo esclusive, dei giornali di alta moda – leggiamo sul catalogo della citata mostra – davano evidenza al vasto movimento sociale del Black Pride (l’orgoglio nero) e piena espressione allo slogan “Nero è bello”».
Promuovere l’autostima 
Black is beautiful (per l’appunto “Nero è bello”) è un fortunato slogan, ma non è solo uno slogan. Era il nome del versante culturale del più ampio movimento degli afroamericani per i diritti civili, quello che aveva nella Naacp – l’associazione di cui di recente Obama ha celebrato il centenario – un solido riferimento storico. E Naomi Sims, che alla Naacp era iscritta, divenne subito una bandiera del Black is beautiful.
Calcò le passerelle per soli cinque anni: «Non c’è nulla di più triste di una modella vecchia e squattrinata», diceva. Cercò quindi di mettere a frutto il bel gruzzolo raccolto in poco tempo sia pensando al proprio futuro sia continuando il suo impegno per la promozione dell’autostima della gente nera. Diventò lei stessa stilista, creando parrucche adatte alle donne afro e dando vita a una collezione di cosmetici per la pelle dei neri. Scrisse anche libri su argomenti analoghi e curò una rubrica di consigli per adolescenti su una rivista per giovani afro.

Naomi Ruth Sims è stata insomma una pioniera, anche se in un campo che possiamo giudicare un po’ futile – ma le battaglie per i diritti vanno combattute a tutto tondo, e quelle “culturali” (nel senso ampio del termine) non sono meno importanti di quelle strettamente politiche. Del resto il mondo della moda è tutt’oggi dominato dal modello “caucasico”: le modelle di origine africana non superano il 2 per cento del totale. Tant’è vero che anche l’altra Naomi – Campbell – si sta dedicando alla promozione delle indossatrici africane.

pubblicato su Combonifem agosto-settembre 2009
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