La fine della storia

Mentre la storia-spettacolo fa sempre audience in tivù, la storia-memoria non è più, per molti cittadini, un fattore in grado di illuminare le opzioni politiche.

Testuale, dal Tg1 del 25 aprile 2009. L’inviata speciale sui marciapiedi e le piazze di Roma domanda ai malcapitati – ma tutti felici di qualche istante di televisibilità – che cosa si festeggi in quella data. Ecco le risposte, ottenute da giovani nella fascia di età tra fine liceo e “giovani adulti”.

– San Marco!
– La liberazione dagli… ?
– …dal regime fascista. Il 25 aprile del… ’44? ‘46? ‘45?…
– Boh! (risata)
– La Festa dei lavoratori!
– Per me non è la Festa dei lavoratori perché non lavoro.
– Io so che è la festa di qualcosa… nient’altro.
– Oh no, non mi faccia di queste domande… per favore!
– L’Italia è stata liberata dalla… dai…
– Non mi rappresenta nulla perché purtroppo non c’ero a quel tempo. Mi fa piacere che è successo…
– Il 25 aprile è la Festa della liberazione. (Dimmi qualcosa di più, insiste la giornalista). Cambio!… (Il ragazzo si rivolge a un compagno perché continui lui).
– Non ricordo niente. So solo che… così, è festa: niente scuola, e questo è l’importante.

Si rimane interdetti per due motivi. A) La vox pop – che sta per vox populi – è un trucchetto corrente del giornalismo. Si raccolgono alcune voci, senza pretese statistiche, utili a far scattare nel telespettatore un meccanismo di identificazione. Nel montaggio del servizio, di solito vengono ospitati pareri opposti. Nel nostro caso il dubbio concerne la selezione delle risposte. La giornalista avrà scientemente lasciato cadere quelle più consapevoli, e assemblato quelle più “ignoranti”?

B) Anche nell’ipotesi che l’inviata sia stata “maliziosa”, o che gli intervistati si siano autorappresentati peggio di quel che sono, per un qualche residuo imbarazzo da telecamera, ci rimane un’altra perplessità, e più profonda: che quelle risposte così incerte, per non dire peggio, siano le stesse che darebbe un gran numero di cittadini – giovani e non solo.

Ma la storia è un museo?

Altre date, a cominciare dal 4 novembre, rischiano un trattamento anche peggiore del 25 aprile (sembrano avere più fortuna commemorazioni più recenti, come quella dell’Olocausto il 27 gennaio). Viene da chiedersi se non siano delle opportunità che la scuola manca. Tirare in ballo la scuola è come sparare sull’ambulanza; molti insegnanti in realtà si preoccupano di spiegare i riferimenti storici di giornate che per gli studenti sono interessanti solo perché si fa vacanza. Ma siamo sicuri che il modo ideale di celebrare una festa di carattere civile sia… starsene a casa? E se in quella data si facesse un programma ad hoc, che la rendesse un giorno di scuola diverso ma non meno formativo degli altri?

Possono venire in mente sistemi scolastici “di regime” di altri tempi, dediti all’indottrinamento più che all’educazione. Ma non ha bisogno anche la democrazia, in forme appropriate, di “liturgie” che la alimentino?

E al di là delle date celebrative, che ne è dell’insegnamento della storia? Non l’apprendimento di nomi e battaglie, ma il senso che essa ha. «Saranno oggetto di approfondimento i fatti, gli avvenimenti, i personaggi che hanno contribuito a determinare – si legge nei programmi del lontano 1985 (ministro Franca Falcucci) – le caratteristiche civili, culturali, economiche, sociali, politiche e religiose della storia d’Italia, con specifico riferimento al processo che ha condotto all’unità nazionale, nonché alle conquiste della libertà e della democrazia».

Per queste ultime, soprattutto, relegate per motivi cronologici all’ultimo anno – delle “medie inferiori” o del secondo ciclo –, non c’è mai tempo. Non che in altre decadi le cose andassero meglio. Il fatto è che la scuola è la cartina di tornasole della società e si direbbe che, sempre più, storia non rima più con memoria, ma con museo.

Oppure con spettacolo. I programmi televisivi di divulgazione storica vanno forte. Anche in prima serata. Vuol dire che fanno audience. E interi canali satellitari sono dedicati alla storia. Ciò significa che gli spettatori hanno acquisito coscienza storica? Osservando le vicende politiche degli ultimi anni (e qui non parliamo più di liceali), si direbbe di no.

Si è sempre detto che la storia è maestra di vita – ma con pochi allievi. È vero che in Europa tutto sommato ci è andata bene, dopo quell’8 maggio del ’45. Ma come sottovalutare il continuo risorgere di pulsioni fosche quali l’antisemitismo e, in generale, il razzismo?

Possiamo attribuirle a frange tutto sommato marginali, nelle forme più violente in cui si manifestano. Il fatto è che in tutta l’odierna “cultura” d’Europa, e in quella italiana, si è operata una disconnessione dal passato. Possiamo essere curiosi di conoscerlo e di “vederlo”, ma in fondo non ci riguarda.

L’età dell’oblio

È una disconnessione “verticale” concomitante con quella “orizzontale” che ci sta rendendo estranei ai nostri simili, quelli vivi oggi. Il tasso di litigiosità condominiale e quello di arroganza stradale non saranno (auguriamocelo) direttamente proporzionali a quello di “civiltà”, ma rivelano una concezione di vita che non va oltre il proprio interesse immediato. Che dunque non si sposa con una visione “ampia” della vita, storica, della società, della democrazia.

C’è anche chi di storia si riempie la bocca. Ma in maniera strumentale. Sul tema è uscito un recente libro di uno studioso inglese. Un tempo, scrive Tony Judt in L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del ‘900 (Laterza), si poteva anche «rimpiangere il mondo così com’era prima della Rivoluzione francese, o lo scomparso clima culturale e politico dell’Europa prima dell’agosto 1914», in ogni caso non venivano «dimenticati». Il passato rimaneva un interlocutore, anche chi voleva liberarsene e gettare le basi di una nuova condizione umana «dedicava una sorprendente quantità di energia a lottare con i fantasmi dei predecessori». Ciò che oggi avviene è che, «al contrario, prendiamo il secolo scorso con leggerezza».

Anche Judt nota una grande moltiplicazione di musei, monumenti, iscrizioni… Per non dimenticare Auschwitz, l’Armenia, il Ruanda… «Il problema è nel messaggio: che ormai ci siamo lasciati tutto alle spalle». E che «il passato assume un significato solo in riferimento alle numerose e spesso contrastanti inquietudini del presente». Pensiamo ai ricorrenti dibattiti, da noi, sulla (im)possibilità di una memoria condivisa della storia italiana tra fascismo e repubblica. Senza contare i casi in cui la storia viene «piegata» per offrire un fondamento a ideologie razziste.

La democrazia non è irreversibile

Che per tanti ragazzi la storia non sia che una materia scolastica, si può capirlo. Ma che troppi adulti facciano delle scelte politiche (quale il voto elettorale) ignorando o minimizzando, ad esempio, lo spirito della Costituzione – prodotta al termine di una storia sofferta; espressione di un patto tra le forze più diverse; fondamento, rivelatosi solido, di una società profondamente democratica –, ebbene una simile ignoranza sconcerta. Fa paura. È la premessa per nuovi periodi bui. Viviamo immaginando che la democrazia sia “naturale” poiché non abbiamo fatto esperienza diretta di altri sistemi. Non si sa più che essa è costata un prezzo altissimo, un prezzo che va ancora pagato in forma incruenta, giorno per giorno, tenendo alta la guardia sui principi fondamentali, tra i quali la separazione dei poteri (oltre ai tre tradizionali, anche quello economico e quello dell’informazione).

Ritorna alla mente una parola dello scrittore senegalese Cheikh Hamidou Kane: «Gli uomini delle generazioni presenti imparano, ma dimenticano. Quel che imparano vale ciò che dimenticano? Volevo chiedervi: si può imparare una cosa senza dimenticarne un’altra? E quel che s’impara vale ciò che si dimentica?».

pubblicato su Evangelizzare settembre 2009
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...