Arrivano gli afroeuropei

Chika Unigwe

Anzi sono già tra noi. È sempre più arduo dire “scrittori africani”, o anche “migranti”. Adesso, poi, che non scrivono più solo nelle lingue coloniali, ma anche in quelle marginali d’Europa… Dal Festivaletteratura di Mantova 2009.

S’ode all’Ariston «Gli africani siam noi»; al Seminario si risponde: «Africani d’Europa / Africani in Europa»… Anche quest’anno a Mantova, al Festivaletteratura svoltosi dal 9 al 13 settembre, l’Africa ha avuto la sua brava rappresentanza. Anzitutto quella sudafricana, caratterizzata, oltre che dal Nobel Nadine Gordimer, da un gruppo di giovani poeti “orali” che Itala Vivan ha presentato anticipatamente ai lettori di Nigrizia (9/09, 70). Gli eventi che li hanno avuti protagonisti non erano solo conferenze ma soprattutto, com’era giusto aspettarsi, performance.

C’è poi stato il ciclo «I saperi dell’Africa in movimento», sul quale ci soffermeremo. In altri incontri “sparsi”, infine, dei non-africani hanno parlato di Africa e di migrazioni. È il caso di Serge Michel, coautore di Cinafrica (Nigrizia, 5/09, 77), che ha conversato con Marco Aime su “La Cina alla conquista del continente”; o di Marcello Flores che a cent’anni dalla morte di Leopoldo II ha parlato del «fardello dell’uomo bianco»; mentre lo scrittore italo-algerino Tahar Lamri presentando L’incredibile storia di Olaudah Equiano ha discusso, con Bruno Cartosio e Alessandro Portelli, di antiche e nuove schiavitù; o ancora, il genetista Guido Barbujani ha spiegato – anche ai ragazzi, insieme con Patrizio Roversi – perché «gli africani siamo noi».

Figli di un idioma minore

Nel teatro del seminario vescovile la carne al fuoco era abbondante, nelle ultime due giornate mantovane. L’idea più originale è stata riunire attorno a un tavolo tre autori che scrivono l’uno in italiano, un’altra in catalano e la terza in fiammingo, di origine rispettivamente congolese, marocchina e nigeriana. In altre parole, salutare una nuova generazione di scrittori – questi hanno da poco varcato la trentina – che scrivono direttamente in quella che è diventata la loro lingua madre: non più i soliti inglese, francese o portoghese, ma anche gli idiomi minori d’Europa.

Tutti mostrano insofferenza ad essere trattati da autori esotici. Anche l’etichetta di “letteratura migrante” riesce loro sempre più stretta. Netta in proposito è Najat El Hachmi. Per lei, giunta in Catalogna all’età di otto anni dal natio Marocco, è ovvio parlare, e scrivere, català. È questa la sua «prima lingua di scrittura». L’ultimo patriarca (di cui Rizzoli sta preparando l’edizione italiana, dopo quelle castigliana, portoghese e francese) è il romanzo con cui ha conseguito l’anno scorso il “Ramon Lull”, il premio letterario catalano più prestigioso.

Il successo di critica ha avuto un equivalente in quello di pubblico: il libro è stato best seller in Catalogna. Perché tanto interesse? Najat non sa spiegarselo bene. Da un lato teme la solita orientalización: il fascino dell’esotico, appunto; dall’altro, si rende conto che la novità che ancora rappresentano gli scrittori come lei – tra due culture – è una chance per incuriosire il pubblico. Anche se poi Najat confessa la sua irritazione quando, curiosando nelle librerie, trova la sua opera negli scaffali di “Letteratura araba”, “Letteratura magrebina”, o “africana”… Lei, che vuole «essere una scrittrice, non una migrante o altro», vuol dare il suo contributo alla letteratura catalana tout court.

Il libro è la storia di un pater familias marocchino che emigra in Catalogna. Quando si fa raggiungere dalla famiglia cominciano i guai. La figlia assorbe in fretta un’altra cultura e si oppone al padre, maschilista e con una doppia morale. È più uno scontro di generazioni che di civiltà, sottolinea l’autrice (e potrebbe fornire una chiave di lettura ad avvenimenti come il recente assassinio di Sanaa Dafani da parte del padre).

Quelle ragazze in vetrina

Ancor più per Jadelin Mabiala Gangbo, sbarcato in Italia a soli quattro anni e che sfoggia un gradevole accento bolognese, l’italiano è lingua madre. Due volte (segnalato su Nigrizia 7-8/09, 78) è un titolo che allude a una seconda opportunità, e anche l’autore ha voluto tentare un’altra chance, imparandosi l’inglese e andando a vivere in Inghilterra dove, ci assicura, per uno come lui la vita è più semplice (a partire dalla burocrazia!) e apre migliori orizzonti. Continua a tutti i livelli, insomma, la fuga dei cervelli dall’Italia.

Per quel che riguarda il busillis della “letteratura migrante”, Jadelin è categorico: «Non so quanto possa andare avanti questa cosa di “scrittore di prima generazione” e di seconda, terza, quarta, quinta… Sembra solo un modo di tenere distante il nuovo, anziché incorporarlo. C’è invece bisogno di visualizzare il diverso fin dall’inizio come un simile».

Prospettiva leggermente diversa per Chika Unigwe. Lei la Nigeria l’ha lasciata da laureata, e anche se ci tiene ad esser presa per cittadina europea, a non passare per un’eterna migrante, allo stesso tempo non intende rinunciare del tutto alla cultura d’origine. Alla propria biografia, in fondo.

«Identità è un concetto fluido – afferma –. Si può diventare qualcos’altro, ma questo non significa smettere ciò che si era prima, perché è possibile essere anche tante cose contemporaneamente. Nel mio caso, essere un’afroeuropea significa che mi sento più a mio agio nel mio paese adottivo che nel paese da cui vengo».

Nel suo Le nigeriane, tradotto dall’olandese nel 2008 (Neri Pozza, pp. 287, € 17,00), sono vividi i flashback del paese d’origine, intercalati con la vita ad Anversa di quattro nigeriane sbarcatevi come carne da sesso. È fiction, ma dai riferimenti ben precisi. Un romanzo conseguenza di uno «shock culturale». «Vengo da una famiglia cattolica, conservatrice, dove la parola “sesso” era tabù – racconta Chika, madre di quattro figli –. Quando mi sono trasferita in Belgio, vedere delle ragazze che si mostrano mezze nude, dietro a una vetrina, per me è stato uno shock culturale. Quando ho saputo che molte delle prostitute erano ragazze venute come me dalla Nigeria, ho avuto una curiosità ancora maggiore di indagare».

“Africa fra le righe”

Gli altri due “eventi” organizzati da Lettera27 erano dedicati alla comunicazione di esperienze, idee e progetti nel campo dell’aiuto all’integrazione degli immigrati da parte dell’associazione Asinitas di Roma (che opera nella “famigerata” scuola Carlo Pisacane) e all’utilizzo della letteratura africana nell’educazione interculturale. Hanno spiccato le testimonianze di Gunilla Lundgren, scrittrice svedese che ha avviato un gemellaggio con una township di Città del Capo, dove opera in campo educativo la scrittrice sudafricana Sindiwe Magona, e di Gabriella Sanna, responsabile del Servizio intercultura delle biblioteche di Roma.

E ha destato molto attesa la presentazione, da parte di Giorgio De Marchis, di un sito ancora in allestimento, dedicato alla letteratura africana in chiave didattica. Si chiamerà “Africa fra le righe”. Tenere d’occhio.


Lettera27

Il ciclo «I saperi dell’Africa in movimento: lingue, scuole, voci» è stato organizzato da Lettera27 e da WikiAfrica. Lettera27 è una fondazione, sostenuta da Moleskine, che promuove l’accesso alla conoscenza e all’informazione attraverso vari progetti soprattutto in Africa.
Quello di settembre è stato il quarto ciclo di incontri promosso da Lettera27 al Festivaletteratura. Per il secondo anno Afriradio ha assicurato la diretta delle conferenze, che sono ora tutte riascoltabili dal sito e scaricabili.
 pubblicato su Nigrizia ottobre 2009
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...