Fare bene il bene

Aiuti umanitari: un tema tabù. Si teme che parlarne in modo critico demotivi i donatori. Ma forse sono i donatori stessi a provocare, inconsapevolmente, una certa deriva…

«È facile! Manda un sms a questo numero. Contribuirai così con un euro» all’emergenza terremoto in Abruzzo; all’emergenza Libano; all’emergenza tsunami…
L’sms solidale ha reso più facile la risposta del grande pubblico ai fund raising dopo le calamità. Lo tsunami di fine 2004 ha provocato un… controtsunami di messaggini: oltre 26 milioni e mezzo di euro sono finiti in questo modo nelle casse della Protezione Civile, destinati a Indonesia, Sri Lanka e Thailandia. In Abruzzo sono piovuti, per l’esattezza, 18.523.443 euro. L’sms è un espediente semplice, veloce, efficace. Popolare. Particolarmente adatto in caso di catastrofe.
Sms solidale: una bella invenzione (tutta italiana), ma ambigua. Il suo successo può essere spia di una sensibilità alle grandi emergenze che tende però a prevaricare su quelle più quotidiane – a corto raggio – e su quella maggiore attenzione che, nei paesi “in via di sviluppo”, meriterebbe lo «sviluppo umano». Il quale ha lo svantaggio di essere meno shockante, meno fotogenico. Il vecchio adagio diceva: insegnare a pescare anziché regalare il pesce. È un principio che si poteva supporre ormai acquisito, ma di fatto…
Il tema non è nuovo, ed è ricco di addentellati. La Caritas in veritate non ha peli sulla lingua al riguardo di uno degli aspetti critici della cooperazione internazionale. Questa, leggiamo al n. 47, «ha bisogno di persone che condividano il processo di sviluppo economico e umano, mediante la solidarietà della presenza, dell’accompagnamento, della formazione e del rispetto. Da questo punto di vista, gli stessi Organismi internazionali dovrebbero interrogarsi sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici e amministrativi, spesso troppo costosi»…
Il caso più clamoroso si chiama Fao. Le sue spese di funzionamento fagocitavano, fino a tempi recentissimi, il 75% del budget.
Croce Rossa in questione
Ma quello economico è solo uno dei mille nodi. Un libro edito da Bruno Mondadori il maggio scorso, L’industria della solidarietà, centra l’attenzione su una specifica tipologia di aiuti, la più drammatica: quelli nelle zone di guerra. Ne è autrice Linda Polman, una giornalista olandese che ha molto frequentato i luoghi caldi del pianeta. L’Afghanistan, per esempio, dove le contraddizioni dell’«umanitario» paiono concentrarsi. A Kabul sono presenti più di trecento Ong: ma «non è facile trovarle». Mentre negli altri angoli del mondo i loro edifici, vetture e magliette le additano da lontano, qui esse «gestiscono i loro progetti di aiuti dietro muri spessi, anonimi, alti e muniti di filo spinato».
Quello dell’operatore umanitario è diventato un mestiere ad alto rischio. A detta delle organizzazioni stesse, ciò «accade perché le popolazioni locali sono confuse. Non avrebbero più la capacità di distinguere tra “veri” operatori umanitari neutrali e militari travestiti da operatori umanitari».
Come i reporter di guerra d’oggidì, anche le Ong devono essere embedded. Un’indagine sulle ragioni della violenza contro gli operatori umanitari, condotta nel 2004 da un istituto inglese, ha concluso che «l’obiettivo era punirli per motivi politici o strategici». Del resto, quando si consideri che le Ong, per definizione “non governative”, ricevono fondi dai governi – anche e soprattutto da quelli belligeranti (Washington li mette nel capitolo di spesa «rinforzo alle truppe») – si capisce come, al di là delle loro intenzioni, gli operatori si trovano presi in trappola.
La trappola è tale anche nelle guerre geopoliticamente meno cruciali. Prendiamo un paese africano. Vi troveremo tanto l’esercito regolare quanto uno o più gruppi ribelli. La tua Ong intende portare aiuti alle popolazioni più bisognose. Sarai costretto a scegliere “quale” popolazione soccorrere: quella sotto controllo governativo o quella in area ribelle? In ogni caso non potrai trasportare impunemente i tuoi generi di prima necessità dal porto o aeroporto in cui sono sbarcati fino alla destinazione finale: dovrai pagare un “dazio”, in natura e/o in valuta, ai militari. O ai guerriglieri. Più spesso a entrambi. I camion arriveranno alla loro meta alquanto alleggeriti. E forse serviranno anche da trasporto truppe…
Alimenterai così non solo le vittime della guerra, ma anche i combattenti. Per questo Polman mette in questione anche la Croce Rossa, sorta su principi di rigorosa imparzialità nella prestazione dei soccorsi. E mette a confronto il suo fondatore, Henri Dunant, con Florence Nightingale, un’infermiera che prima di Solferino aveva vissuto la guerra di Crimea. E ne aveva concluso, contestando lo stile Croce Rossa, che «più i costi di una guerra sono alti, prima finirà».
Autocritica
Cinismo? Chissà. Comunque un serio tema di riflessione. È vero che, a quanto pare, oggi non sopportiamo più di assistere a stragi senza intervenire (o meglio, senza che qualcuno si rimbocchi le maniche a nome nostro: ecco la forza dell’sms solidale). Ma intervenire a qualsiasi condizione davvero abbrevia le sofferenze delle vittime e la durata di una guerra? A giudicare, ad esempio, dalla ventennale guerra tra Nord e Sud Sudan (finita nel 2005), quando l’Onu dispiegò la più grande operazione umanitaria della sua storia, si direbbe di no. Da una parte, il governo di Khartoum che decideva settimana per settimana, o quasi, quali corridoi umanitari aerei concedere alle agenzie Onu e Ong collegate; dall’altra, il movimento ribelle che «preleva la sua parte di aiuti umanitari: nessuno dice con precisione quanto, ma nessuno nega che così accada», come testimoniava il direttore esecutivo della sezione italiana di Medici senza frontiere (Msf) nel 2000. Quando il “braccio umanitario” dei ribelli obbligò le Ong a un Accordo d’intesa – al fine di consolidare la percentuale di aiuti destinata ai propri uomini in armi – alcune organizzazioni (una minoranza) risolsero di ritirarsi. Tra queste, Msf e Oxfam.
Ed esce proprio dalla penna del responsabile scientifico di Oxfam, Duncan Green, un altro libro recente, Dalla povertà al potere (edizioni Altreconomia), che in alcuni capitoli riprende le problematiche cui stiamo solo accennando. Lo fa con mano più lieve di quella di Polman, e con atteggiamento più costruttivo, ma anche Green si mostra molto critico, e non solo nei confronti degli aiuti portati nelle aree di crisi ma anche della cooperazione allo sviluppo.
In ordine sparso
Una delle questioni nevralgiche è la proliferazione incontrollata di Ong (comprese quelle che Polman chiama “Mongo”: un acronimo riferito alle Ong create per la vanità di un gruppetto, o per gli obiettivi proselitisti di Chiese soprattutto americane e di orbita evangelicale). Peggio ancora, si sconta la mancanza di una piattaforma di principi comuni per operare organicamente in una determinata zona o situazione. E quando un codice etico esiste, è solo per la volontaria iniziativa di un gruppo di Ong, quindi non vincolante per tutte le altre.

In tutto ciò – che potrebbe passare per un dibattito tra addetti ai lavori – c’è qualcosa che fa appello alla responsabilità anche dei donatori. Non solo nel senso che essi esigano trasparenza circa la destinazione dei propri oboli, siano essi cifre ragguardevoli o trascurabili sms: su questo punto gli italiani hanno maturato una storica diffidenza (per fortuna puntualmente superata nel momento del bisogno). Il problema è che le Ong, per fare fund raising, sanno che al potenziale donatore bisogna far “vedere” (e questo spalancherebbe un’altra finestra, sul rapporto tra umanitario e mass media). E cosa c’è di meglio se non mostrare al grande pubblico un bambino etiopico affamato, ora nutrito; una ragazzina sierraleonese mutilata, che ha infine una protesi; un campo profughi, che offre un riparo a chi scappa dall’incubo. Sono tutte buone azioni, ovviamente; ma tutte le altre, quelle che non è consigliabile, o possibile, filmare?

pubblicato su Evangelizzare ottobre 2009
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Un pensiero su “Fare bene il bene

  1. un articolo commento fuori dai denti, quanto equilibrato. Mette insieme gli elementi che dovrebero essere al centro della riflessione di tutte le ONG soprattuto quando inseguono facili terreni per il fund riasing quando la realtà per la quale raccolgiamo fondi è complicata, ambivalente, dialettica e tutt'altro che scontata. I donatori alla lunga se ne rendono conto anche perchè sempre meno attirati dalla cairtà a tutti i costi e più interessati ad un investimento sociale che produca cambiamenti ed imaatti irreversibili.

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