Rivoluzione al mercato

Per il suo legame con l’attualità, la Caritas in veritate ha destato interesse al di là della cerchia degli addetti ai lavori. Ma dov’è il “nuovo” di questa enciclica?

La fonte, il settimanale Tempi, non è di quelle che più frequentiamo. È qui, in ogni caso, che abbiamo letto uno dei commenti non più approfonditi, ma più originali, all’ultima enciclica. Il tono apologetico (maneggiato però con leggerezza) non toglie interesse al piccolo reportage da una «fabbrica varesina», dove gli operai si sono riuniti a studiare la Caritas in veritate.

Le prime pagine sono certo “troppo” teologiche; ma quando si comincia a parlare di «modello di sviluppo», o di profitto che, «se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà», sotto quei capannoni avranno sicuramente cominciato a drizzarsi le orecchie anche dei più distratti.

«Il Papa dice che il mercato e l’economia non sono strumenti naturali. È l’uomo che li produce, e quindi ha il dovere di regolarli. E il criterio è l’etica cristiana. Non la religione cristiana, ma l’etica», chiosa un metalmeccanico di 38 anni.

«La critica all’economia politica qui diventa analisi reale, non arte dialettica o profusione intellettuale – aggiunge un sindacalista di base, in cassa integrazione –. Inutile per i politici dell’una o dell’altra parte cercare di usare frammenti del discorso di Ratzinger per sostenere la bontà delle loro idee: oggi non c’è nessuno in grado di produrre un’elaborazione così approfondita proponendo contemporaneamente anche il “che fare”».

«Possiamo considerare la Caritas in veritate la nostra enciclica? L’enciclica degli operai?», domanda un terzo partecipante alla «lettura collettiva».

Logica del dono

Divulgata a ridosso del G8 dell’Aquila, e con dei simili argomenti in menù, Caritas in veritate si è meritata una discreta attenzione dalla stampa – anche se l’informazione si è come costretta, in genere, a dar conto delle notizie evidenziandone gli aspetti più “piccanti”. Inoltre, come ha osservato Leonardo Becchetti, economista attento alla finanza etica e all’equosolidale, «il testo è talmente innovativo che dalle prime reazioni della stampa e di alcuni commentatori sembra che non tutti dispongano delle necessarie categorie culturali per interpretarlo. Un vecchio modo di fare e concepire l’economia è quello di pensare che le cose del mondo debbano essere gestite da un ristretto gruppo di diplomatici e di esperti, di “pianificatori benevolenti” che lavorano per il bene comune. Da questo punto di vista l’enciclica allarga gli orizzonti proponendo novità fondamentali».

Un esempio? «Nell’ambito della concezione dell’impresa il punto saliente» sta nel superamento della concezione, data così spesso per immutabile, «che vede come unica impresa possibile quella che massimizza il profitto». Invece le «forme nuove di commercializzazione di prodotti provenienti da aree depresse del pianeta per garantire una retribuzione decente ai produttori», l’esistenza e gli egregi risultati di «banche che propongono conti e fondi di investimento cosiddetti “etici”», lo sviluppo del «microcredito» e della «microfinanza» (termini usati senza imbarazzi da papa Ratzinger) sono lì a testimoniare «i loro effetti positivi», che «si fanno sentire anche nelle aree meno sviluppate».

Un altro commentatore dell’enciclica – questa volta una donna, Cristina Montesi – ricorda come «la logica del dono» evocata non sia un pio proposito, ma una dinamica che è oggetto di studio, e non da oggi, da parte degli antropologi. Nei rapporti sociali, «il dono implica reciprocità». Il dono, pertanto (e la contraddizione con la gratuità è solo apparente), «è un atto interessato: l’interesse risiede nella costruzione di una relazione autentica tra persone, né opportunistica (come nel caso del dono strumentale), né di potere (come nel caso del dono rivalistico delle società arcaiche, ove si compete in generosità per affermare il proprio primato nella comunità). L’interesse del dono risiede nel costruire la fraternità».

E la fraternità, scrive il papa, deve «trovare posto entro la normale attività economica».

Economia civile…

Stefano Fontana – direttore dell’Osservatorio internazionale “Cardinale Van Thuân” sulla dottrina sociale della Chiesa – ricorda un’udienza concessa dal pontefice poche settimane prima di pubblicare la Caritas in veritate. In quell’occasione Benedetto XVI aveva sostenuto che i «paradigmi economico-finanziari dominanti negli ultimi anni» andavano oramai ripensati. Un’urgenza resa impellente dalla «crisi finanziaria ed economica che ha colpito i paesi industrializzati, quelli emergenti e quelli in via di sviluppo».

Ma si fatica sempre a «ripensare» dei meccanismi che paiono “naturali”. In ambito economico si possono certo accogliere delle correzioni di rotta, ma non un’impostazione troppo “altra”. Riccardo Milano, un altro esperto di finanza etica, rileva come con questa enciclica la Chiesa prenda definitivamente le distanze dal turbocapitalismo dei teocon (come George Weigel e Michael Novak, due classici esempi di economisti che, quantunque tradizionalisti sul piano ecclesiale, non hanno “capito” l’enciclica) per riannodare invece con la tradizione che prese le mosse «dall’economia francescana, seguita poi da quell’economia civile di stampo italiano che ha coniugato l’economia con la socialità e la felicità (come non ricordare Antonio Genovesi ed altri?) e che ha come obiettivo il bene comune, e che poi in certo senso è risultata “perdente”».

Genovesi, per inciso, è un prete salernitano del Settecento, che dall’interesse per la metafisica passò all’etica quindi all’economia politica – di cui fu un precursore – ma sempre coniugandola con la morale. Persino per il contemporaneo Adam Smith, strumentalizzato da tanti per la sua immagine della «mano invisibile» che propugnerebbe un mercato dalla libertà sfrenata, il punto di partenza era l’etica. La teoria dei sentimenti morali è un titolo che pubblicò anni prima del più noto (e mal interpretato) La ricchezza delle nazioni.

…ed economia ecclesiale

Quali sono dunque, per Riccardo Milano, gli aspetti più nuovi dell’enciclica? In primo luogo, «i riferimenti all’economia di comunione, ai nuovi stili di vita, alla finanza etica e al microcredito, al turismo responsabile, al commercio equo e solidale». Ma alla radice di tutto sta «l’opzione fondamentale della Chiesa per l’economia civile di mercato, al posto di quella classica del mercato capitalistico». Una vera «rivoluzione». E il commentatore così continua: «L’alternativa che si propone è quindi un mercato sociale, civile, in cui non ci sia solo lo scambio di equivalenti (ossia lo scambio classico dato dal contratto), ma ci sia la reciprocità e la fraternità».

«Chi, come la Chiesa – completa Luigino Bruni, maître à penser della “economia di comunione” dei Focolari –, apprezza e valorizza l’economia di mercato (soprattutto quando la confrontiamo con altre forme come il collettivismo e il comunitarismo o l’economia gerarchica–feudale), deve duramente criticare l’avvento di una società di mercato, cioè una vita in comune regolata unicamente dal mercato e dai suoi meccanismi e strumenti. Senza mercato, non c’è vita buona, con solo mercato la vita è ancor meno buona».

Poche settimane prima della pubblicazione dell’enciclica, la Cei lanciava l’iniziativa del “Prestito della Speranza”, a vantaggio delle persone più colpite dalla crisi. Peccato che l’istituto di credito di riferimento per l’operazione sia Banca Prossima, parte di un Gruppo, Intesa Sanpaolo, che nell’ultima relazione ufficiale sul commercio delle armi figura al secondo posto tra le cosiddette “banche armate”…

Rimane solo da augurarsi che questa pietra miliare del magistero in campo economico-sociale che è la Caritas in veritate induca, in tempi brevi, anche le istituzioni ecclesiali a un uso del denaro – anche “a fin di bene” – in crescente sintonia con la dottrina sociale della Chiesa.

pubblicato su Evangelizzare novembre 2009
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