Non ancora Madonna

Max Ernst, “La vierge corrigeant l’Enfant Jésus devant trois témoins : André Breton, Paul Eluard et le peintre” (1926)

Davanti al quadro riprodotto in questa pagina, qual è la reazione? Di sorpresa, senza dubbio, tanto più che non è un’immagine comunemente vista, benché risalga al 1926 e sia del pennello di un grande autore. 

Sorpresa e un sorriso, forse. La Madonna che sculaccia Gesù è insolita, ma c’è a chi riuscirà simpatica – con quell’aureola che rotola a terra, poi… La correzione corporale è oggi avvertita come un atto di violenza da evitare in ogni caso; sappiamo però che è una sensibilità maturata solo da pochi anni e in aree circoscritte del globo terrestre.
Poi riaffiora, nella nostra mente, il… dogma. Se Maria e Gesù furono immuni dal peccato originale nonché da quello “attuale”, com’è possibile che il bambino abbia commesso un errore meritevole di tanta punizione – un “peccato” – e che la madre si sia arrabbiata al punto di colpire il frutto benedetto del suo seno?
Ma chissà se una disubbidienza infantile è da assimilare a un peccato, per quanto veniale, e se la pedagogia non debba conoscere dei momenti anche conflittuali (a prescindere dai metodi poi adottati). Potrebbero essere momenti inevitabili, anzi salutari, di crescita. Per il fanciullo come per la genitrice. O preferiamo dare ragione ai Vangeli apocrifi che ci illustrano un Gesù di pochi anni che gioca a fare il messia?
Se invece crediamo nella serietà dell’Incarnazione – il Figlio di Dio non ha fatto finta di farsi uomo –, perché escludere “banali” quadretti di vita come questo? Sarà forse blasfemo rappresentare un rimprovero materno, per quanto severo?
Dice padre Alberto Maggi, autore di Non ancora Madonna. Maria secondo i vangeli (Cittadella, 2004): «Sembra quasi che della Madonna si possa dire qualunque cosa purché serva a esaltarla, ma a forza di dire che “di Maria non si dice mai abbastanza”, manca forse il pudore di tacere. Dall’esame dei testi che la riguardano, scopriremo così che Maria “mai fu la donna passivamente remissiva di una religiosità alienante” (Marialis cultus, 37) ma una donna sempre aperta al nuovo, anche quando questo le costava fatica e dolore. Maria non è la chioccia sotto le cui ali cercare la protezione (da chi?), ma la donna con la quale camminare insieme affinché siano “rovesciati i potenti dai troni, innalzati gli umili, ricolmati di beni gli affamati e rimandati a mani vuote i ricchi”».
Ma son passati più di ottant’anni e un Concilio ecumenico, da quando la tela uscì dall’atelier di Max Ernst. All’epoca suscitò un’ondata di indignazione.
Tra profanazione e profezia 
Il pittore tedesco, in effetti, non pensava certo a fare teologia e ad esaltare l’umanità della Santa Famiglia, quando dipinse La Vergine che corregge il bambino Gesù sotto lo sguardo di tre testimoni: André Breton, Paul Eluard e il pittore. Max Ernst aderiva, con i due poeti citati nel titolo – che sbirciano dalla finestra – al surrealismo (come pure, sul versante cinematografico, Luis Buñuel), un movimento culturale dissacrante e anticlericale in molte sue espressioni. E che volentieri esplorava l’inconscio, di cui Freud aveva cominciato a scoprire i segreti. Non per niente questo quadro è stato letto anche in chiave psicanalitica. E sicuramente non è casuale che l’artista abbia apposto la sua firma all’interno dell’aureola caduta. Quasi a dire: quello non è Gesù, sono io.
Se poi qualcuno si meravigliasse della fisionomia della Vergine e soprattutto di Gesù, dal corpo così allungato… be’, è una citazione della cinquecentesca Madonna dal collo lungo di Girolamo Francesco Mazzola. Il “Parmigianino” vi rappresentava una maternità quasi scambiabile per una pietà. Anche là il soggetto non era di ispirazione solo biblica: il volto di Maria era quello di una nobile Gonzaga che aveva perso il figlio.

Max Ernst ha quindi voluto “profanare”. Eppure il tempo ha reso indipendente l’opera dal suo autore, rendendola “profetica” al di là dell’intenzione originaria. Ci sono casi in cui una sculacciata vale mezzo Vangelo. Tutto sta, naturalmente, nell’occhio di chi guarda.

pubblicatosu Combonifem dicembre 2009
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