Vecchio? No grazie

Nulla di male nel rimpiangere, da anziani, i nostri vent’anni, quando il corpo era un tutt’uno con noi. Il guaio è quando pretendiamo che ogni stagione della vita sia pseudogioventù.

Ci sono giorni in cui, di colpo, ti accorgi d’aver fatto un salto di generazione. Per esempio quando ti rendi conto, in ottobrate nostalgiche d’estate, che all’incrociare i bicipiti, colli o polpacci minuziosamente tatuati di individui sconosciuti, invece di lasciarti incuriosire giri l’occhio da un’altra parte.

E ti si affastellano domande: ma davvero quello, o quella, così conciato si sente più bello o interessante? E veramente la disinvoltura che ostenta sarà tale? Ma sarà contento, ogni giorno della sua vita, di portarsi inesorabilmente addosso quei capolavori? Lo farà per piacere agli altri (o stupirli), o per sentirsi meglio con sé stesso? E poi, francamente, quel colore inchiostro stinto è talmente brutto. Sì, lo so che i maori… E poi che gli antropologi ci hanno spiegato che i tatuaggi, come pure scarificazioni e piercing, sono «parole del corpo» adottate dai popoli di tutte le latitudini e le ere. Ho anche un libro, su qualche scaffale, che lo spiega bene.

Eppure stento a credere che la giornalaia ormai sull’età di “scollinare” o il nonsocosafacente con cui mi tocca convivere per qualche manciata di secondi in ascensore siano tatuati per un motivo diverso da quello della moda. Ma come? In un’epoca in cui ogni scelta troppo “definitiva” viene scartata a priori, e in cui – non a torto – si rivendica il diritto alla propria immagine e a costruire la propria identità in maniera “fluida”, io dovrei sottopormi a un trattamento che mi congela per sempre a un preciso istante della mia esistenza? E che, a una “certa età”, sarà ancora lì, bello grinzoso?

Non per niente, adesso che gli adolescenti di ieri sono cresciutelli, la rimozione dei tatuaggi sta per diventare un nuovo business. In California, un cosiddetto Mister Tattoff ha già cominciato a far dollari a palate.

Fonti per ringiovanire

Ecco, provare un senso di fastidio alla vista dei tatuaggi (idem e peggio alla vista dei piercing) mi fa scoprire “vecchio”. Non perché il mio corpo non sarebbe più in grado di tollerare un intervento, ma perché mi dico che tutti questi esseri umani quando hanno deciso di marchiarsi la carne non hanno pensato all’eventualità che la loro condizione – fisica, psicologica, esperienziale… – è destinata a mutare. Si sono visti come giovani. In quel momento e per sempre. Patologia tipica del nostro evo.

L’eterna giovinezza è un’illusione antica quanto il genere umano (almeno da quando questo riuscì a prolungare l’aspettativa di vita oltre la giovinezza biologica). Si ipotizzò anche un apposito elisir per ottenerla; Lorenzo de’ Medici si rammaricava della sua natura effimera («perché ‘l tempo fugge e inganna»); il Medioevo vide fiorire leggende sull’acqua della giovinezza, da quella che scorreva presso il palazzo del Prete Gianni e, come si diceva in lingua d’oc, «fit rajovenire la gent», alle fontane rappresentate visivamente, come quella del castello della Manta nel cuneese. Qui, un affresco mostra persone che entrano decrepite in una vasca esagonale e ne escono prestanti. Ritroveremo il tema anche più tardi, per esempio in una tela cinquecentesca di Lucas Cranach.

E la Florida fu “scoperta” nel 1513, nel giorno di Pasqua, da Juan Ponce de León che bramava di trovarvi infine la famosa fonte (in grado di curare l’impotenza sessuale). Possiamo risalire i secoli: Alessandro Magno si sarebbe inoltrato nell’Abkhazia sempre allo stesso scopo. Leggende, ma la cui persistenza e diffusione confermano l’umano disagio nei riguardi della terza età, e la mitizzazione della gioventù.

In maniera più generale, e universale, l’acqua è archetipo di purificazione. Di ri-generazione. Dal Giordano al Gange e fino ai mille riti di religioni che neppure hanno un nome.

Il pensiero unico dell’età

Niente di nuovo, dunque? Nell’ultimo dopoguerra, e con accelerazione crescente, è successo qualcosa in discontinuità con il passato. Se l’età del maggior vigore fisico è sempre stata desiderabile – gli eroi son giovani e belli (e pensiamo a epoche in cui la medicina poteva offrire ai più anziani pochi rimedi validi per acciacchi e malattie, e la vera cura sarebbe stata avere un pugno d’anni di meno) –, non per questo anche la vecchiaia era meno desiderabile, vista com’era quale scrigno di valori e di sapienza. «Gli anziani e Dio non sono compagni, ma hanno trascorso molto tempo assieme», recita un proverbio africano.

Il fenomeno nuovo non è dunque la nostalgia/invidia dell’età giovane e l’incurvarsi sotto l’usura del tempo e delle ossa, ma la confusione che si opera tra le diverse stagioni della vita – che si vorrebbero ridurre a una sola, l’unica “che vale la pena”.

Di più. La paura/disprezzo delle età più avanzate (non necessariamente dei più anziani) non viene unicamente dai giovani, ma dai “vecchi” stessi. Per essi, il miglior complimento che amino ricevere è ormai “ma sembra proprio un giovanotto!”.

Questa trasformazione “culturale” è avvenuta in tempi così brevi sicuramente grazie alla comunicazione di massa, in primis la televisione, a sua volta collegata – tramite lo strumento della pubblicità con il suo relativo indotto informativo – a un modello di produzione consumistico a caccia di sempre nuovi mercati. Fare leva sul “giovane” ha dimostrato di funzionare a meraviglia. Un trend che ha subìto un’ulteriore accelerazione da quando anche la politica, scaduta da arte del fare ad arte della parola e poi dell’immagine, ha cauzionato questa tendenza.

La fontana di eterna giovinezza, insomma, non più come chimera o come “sacramento”, ma concreto e perpetuo “centro benessere”, la cui efficacia e durata dipende solo dal gonfiore del portafoglio.

Il filosofo

Certo accanto all’abrogazione della vecchiaia per ragioni commerciali c’è anche quella per ragioni psicofisiche. In un’era che, lo vogliamo o no, per via delle tecnologie come dell’affollarsi dei messaggi di ogni tipo e del «succedersi dei sistemi culturali», è lanciata in una corsa vorticosa, l’anziano si sente necessariamente emarginato. Un tentativo di frenare la fuoriuscita è quello di stiracchiare con artifici la durata della gioventù fin dove può, e così diminuire la forza centrifuga che lo allontana dal cuore della vita socio-culturale.

Ma c’è anche chi se ne fa una ragione e cerca di vivere la propria età attuale, senza rimpiangere i bei tempi andati né riversare sui giovani la propria amarezza di non farne più parte.

Norberto Bobbio, per esempio. Nel suo De senectute (Einaudi), raccolta di discorsi cuore in mano quando si sentiva prossimo al tramonto, descriveva onestamente, ma senza autocommiserazione, la vecchiaia nel mondo postmoderno. Già, postmoderno: una definizione “veloce”, che brucia la storia. «Si pensi alla contrapposizione tra classicismo e romanticismo che divide una lunga epoca storica in mezzo alla quale c’è un evento dirompente come la Rivoluzione francese. Una divisione così netta forse oggi non si può fare». L’unica suddivisione che abbiamo nella contemporaneità è tra moderno e postmoderno: «Ma è abbastanza singolare che di questa novità del nostro tempo non si sia sinora trovato un nome se non aggiungendo un debolissimo ”post” all’epoca precedente»…

Anche una persona come Bobbio manifestava malinconia nel constatare il proprio decadimento. E poi il passato che appare più interessante del domani; la memoria dei fatti recenti e dei nomi che vacilla; il bisogno di avere qualcuno accanto che ti aiuti a gestire la quotidianità… Eppure, anche senza essere filosofi professionisti, l’abitudine a pensare – fin da giovani –, cioè a cercare la sostanza e il senso delle cose più che non le apparenze, induce a valorizzare il presente. Anche il presente di un vegliardo.

pubblicato su Evangelizzare dicembre 2009 
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