Immigranten

L’immigrazione in Italia viene declinata preferibilmente come «problema», se non come «emergenza». E se guardassimo fuori casa, dove non ci sarà il paradiso ma se non altro un approccio meno «cattivo» – e più efficace?

Proviamo a capire che cosa succede in Germania, per esempio. Per farci un’idea delle politiche tedesche dell’immigrazione ci facciamo guidare da un giornalista italiano, la cui condizione di straniero, per quanto “comunitario”, gli sta acuendo da diversi anni la sensibilità al tema. L’esplorazione di Diego Marani inizia da Marburg, cittadina universitaria dell’Assia, nel centro della Germania. Gli lasciamo direttamente la parola.

Uno su cinque

Qui, ogni mattina, nella Volkshochschule (una delle organizzatissime “università popolari” che sono una caratteristica di questa Repubblica Federale) si svolge la lezione di tedesco per stranieri, livello principianti assoluti. In classe si trovano gomito a gomito tutte le nazionalità, tutte le età e le più diverse esperienze di provenienza: il rifugiato politico afgano che fa il tassista; il giovane soldato nero di una base Usa in Germania, che ha sposato una tedesca; la signora turca che qui vive da oltre vent’anni e non ha ancora imparato la lingua; una miriade di ragazze in cerca di lavoro, quasi sempre truccatissime e “tiratissime”, che arrivano da Ucraina, Bielorussia, Moldavia e via via verso est; la figlia del diplomatico keniano vicina di banco della russa – i cui nonni erano tedeschi.

Per tutti il corso è gratuito e obbligatorio. Fa parte della nuova politica di integrazione dei migranti promossa dal governo di Berlino.

Bochum, Università della Ruhr, mesi dopo. Corso di tedesco di livello avanzato, per preparare l’esame che permetterà di iscriversi all’università. La classe è composta di studenti – dai 20 ai 35 anni circa – che vogliono laurearsi in Germania, o da laureati stranieri che aspirano a un dottorato di ricerca. Una giovane irachena – «curda», ci tiene a sottolineare, «e quindi non ho niente a che vedere con gli arabi» – mi mostra la foto sul suo passaporto: una donna dal sorriso e lo sguardo affascinante, come pure i lunghi capelli. «Il velo l’ho messo per la prima volta qui, in Germania». Poi chiacchiera amabilmente in arabo con un ragazzo siriano mentre alcuni cinesi – la Germania ha un programma specifico di scambi universitari con Pechino, e non sono infrequenti i casi di neolaureati tedeschi subito assunti da ditte tedesche per andare a lavorare in Cina – discutono con i colleghi di Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan.

Quanto sono frequenti scene simili in Italia? Eppure per molti aspetti Italia e Germania sono tra loro comparabili: anche senza un impero coloniale alle spalle sono diventate entrambe paesi di grande immigrazione. E in passato un gran numero di stranieri in Germania erano proprio italiani.

Un rapporto di Caritas Italiana pubblicato nel 2008 (Da immigrati a cittadini. Esperienze in Germania e in Italia) ricorda che «la Germania è il più grande paese di immigrazione in Europa». La locomotiva che trainava l’economia europea ha sempre attirato manodopera: prima da Italia, Portogallo e Turchia, poi da Croazia, Polonia, Russia… e un po’ da tutto il mondo.

Gli italiani furono tra i primi ad arrivare in Germania, ormai mezzo secolo fa: erano Gastarbeiter, lavoratori ospiti.

Se nei primi decenni gli italiani che approdavano qui erano tra il milione e il milione e mezzo (ogni dieci anni), ancora negli anni Novanta erano 375.000; a fronte di circa 4 milioni di espatri, i rimpatri furono 3,5 milioni. La durata media del soggiorno è stimata in 25 anni: una generazione.

Oggi gli italiani in Germania sono tra i 530mila (secondo gli archivi tedeschi, di cui il 30% nati sul posto) e i 580mila (archivi italiani). 140.000 ex italiani hanno acquisito la cittadinanza tedesca. Quello italiano è il secondo gruppo etnico in Germania, dopo i turchi.

La vita dei nostri emigrati in Germania non è sempre stata piacevole; un film del 2002, Solino, illustra forse meglio di molti libri le difficoltà, le nostalgie e i problemi degli italiani di Germania. Il regista è un tedesco di origine turche, Fatih Akin, che al tema e alla fatica dell’integrazione dedica gran parte della propria opera. Senza risparmiare crudezze e disagi.

Complessivamente, dal 1952 ad oggi in Germania sono arrivati 36,3 milioni di migranti, includendovi 26,5 milioni di rimpatriati di origine tedesca. Su una popolazione di 82,5 milioni di persone, hanno un passato migratorio 1 residente ogni 5 e 1 bambino ogni 5 di età inferiore ai 5 anni. Circa il 20%. La percentuale sale al 40% tra i residenti nelle grandi città industriali o finanziarie come Stoccarda, Francoforte; a Colonia invece è solo (!) del 30%… Attualmente la popolazione straniera in Germania, anche a seguito delle naturalizzazioni, è scesa a 6.751.000 persone, di cui più di un quinto nate sul posto. I tedeschi sono 82 milioni.

Un Piano per l’integrazione

L’Italia solo di recente è diventata un grande paese di immigrazione (4.330.000 presenze regolari, secondo l’ultimo dato ufficiale) e secondo gli esperti della Caritas potrebbe prendere il posto della Germania e diventare il primo paese ricettore in Europa nel giro di una ventina d’anni. Ecco perché è utile osservare la Germania: per capire l’Italia. Perché i migranti, che iniziarono ad affluire negli anni Ottanta, negli anni Novanta sono diventati una moltitudine tanto visibile quanto inarrestabile e alla fine del primo decennio degli anni Duemila ci sono esponenti politici – anche di governo – che continuano a parlare di «problema immigrazione» e a disquisire dell’opportunità di essere più o meno «cattivi» con gli immigrati. L’Italia sembra rimasta spaventosamente indietro.

Da qualche anno Berlino scommette sull’integrazione: tra i punti chiave, l’insegnamento del tedesco (del tedesco: a nessuno viene in mente di far imparare il bavarese, lo svevo o il dialetto dell’Assia…) e la formazione scolastica della “seconda generazione”. Lo sforzo è tale che ogni anno la cancelliera Merkel premia i migliori laureati tedeschi di origine straniera. Dal 2005 è in vigore una nuova legge sull’immigrazione e l’integrazione. Nel luglio 2006 il governo ha organizzato il primo vertice sull’integrazione, che ha partorito un Piano nazionale per l’integrazione da sottoporre annualmente a verifica.

Parlare di integrazione rimane complicato: tra i politici, i sociologi, gli antropologi e soprattutto tra i diretti interessati, gli immigrati, non mancano i dibattiti e i distinguo. Ma ormai appare chiaro a tutti – in Germania, non in Italia – che quella è la strada.

Problema o fenomeno?

Franco Pittau, coordinatore del Dossier Statistico Immigrazione di Caritas/Migrantes, ha notato: «Il fondo per le politiche per l’integrazione è di appena 5 milioni di euro per tutte le regioni d’Italia, mentre in Spagna è di 300 milioni e in Germania di 750 milioni. Come ci si può aspettare una società ben integrata se non si investe in questo progetto?». Non solo.

Il governo italiano, ricorda sempre Pittau, per il biennio 2008-10 ha stanziato 535 milioni di euro per la gestione dei Cie, i Centri di identificazione ed espulsione: «Si tratta di 178 milioni l’anno, 36 volte di più di quanto si stanzia per l’integrazione». Mentre invece servirebbero servizi sociali e sanitari pensati sulle esigenze dei migranti, più mediatori culturali, sostegno alle associazioni, investimenti nella scuola e nell’insegnamento dell’italiano.

Le elezioni di fine settembre hanno confermato Angela Merkel alla guida del paese. In campagna elettorale i due principali candidati – la stessa Merkel (Cdu, centro) e Frank Steinmeier (Spd, centrosinistra) – non hanno messo al cuore del confronto il fenomeno immigrazione (fenomeno, non problema: le parole contano).

In Italia, si continuava a parlare di come respingere nel modo più efficace chi solca il Mediterraneo in qualche barcone o barchino, spesso in fuga da un paese in guerra o da un paese-carcere (Eritrea e non solo). Cerco su un ottimo dizionario la traduzione in tedesco di “respingimento”. Non la trovo.

pubblicato su Evangelizzare gennaio 2010
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