Gli anni gigabyte

Stanley Kubrick, “2001: Odiessea nello spazio” (1968)

E così se n’è andato anche la prima decade del millennio. Che cosa ci lascia? Come caratterizzarla?

Il decennio appena trascorso ha presentato da subito una prima difficoltà, di natura lessicale: si doveva parlare di anni “Duemila”, come si è fatto soprattutto nella fase iniziale, o “Zero”, come si è preferito dire nell’ultimo scorcio?

Più a fondo: non è una forzatura voler catalogare un arco di tempo così arbitrario? È vero che non si è mai preteso di far coincidere rigidamente i decenni con i titoli loro attribuiti. Gli anni Settanta, ad esempio, quelli “di piombo”, vengono fatti iniziare a novembre (uccisione del celerino Annarumma) o dicembre ’69 (strage di Piazza Fontana), e terminare il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna – c’è chi ne anticipa la fine al sequestro (1978) di Aldo Moro.

Francesco Paolo Casavola, ex presidente della Corte costituzionale, ha così suddiviso, dal suo punto di vista, la storia repubblicana: «Il decennio 1950, la Ricostruzione; il decennio ’60, il miracolo economico; il decennio ’70, gli anni di piombo; il decennio ’80, la crisi della partitocrazia; il decennio ’90, la transizione costituzionale».

Sapremmo noi indietreggiare anche al di là degli anni Venti, “ruggenti “? Inconsciamente, troviamo forse che la decennalità è una durata adeguata agli ultimi cent’anni, che avvertiamo come accelerati (il “secolo breve”), più che ad altre epoche, che preferiamo pensare in termini “secolari”.

Oppure è vero semplicemente quanto già evidenziava Tito Livio, tra a.C. e d.C. Nella prefazione alla sua storia di Roma, lo storico così scriveva: «Sono sicuro che la maggior parte dei lettori si annoierà di fronte all’esposizione delle prime origini e dei fatti immediatamente successivi, mentre sarà impaziente di arrivare a quegli avvenimenti più recenti nei quali si esauriscono da sé le forze di un popolo già da tempo in auge»…

In altre parole, allora come oggi il pubblico appare più interessato all’attualità e al passato immediato, che non ai tempi che furono. Eppure anche Tito Livio, nell’editare i 142 tomi del suo Ab Urbe condita, pensò a una scansione… per decenni.

Come un gioco

Come caratterizzare, allora, la nostra ultima decade? Una domanda che potrebbe essere oggetto di un gioco, dove ciascuno cominci con il tirar fuori dalla scatola della propria memoria i ricordi di quegli eventi e fenomeni che giudica più “storici”. Un gioco che dovrebbe sicuramente includere le date limite degli anni Zero. Si potrebbe iniziare con queste: 30 novembre 1999, prima grande manifestazione globale “no global” (a Seattle, in occasione della conferenza dell’Organizzazione mondiale per il commercio); 20 luglio 2001, morte di Carlo Giuliani al G8 di Genova; 11 settembre 2001.

Tutte hanno in comune il fatto di essere simbolicamente la battuta d’arresto di quella globalizzazione euforica che aveva preso origine dalla caduta del muro di Berlino (1989). E non a caso proprio in mezzo a queste date scoppiava, nel 2000, la bolla della new economy. Così come nel 2008, quasi a fine decennio, scoppierà un’ancor più globale crisi economica, giusto mentre gli Stati Uniti si preparano a votare Obama e un anno prima che il G8 finisca “terremotato” all’Aquila, per dare origine al G20 e/o al G2, sintomatici del nuovo assetto geopolitico globale.

E dentro il decennio, che ci mettiamo? La memoria può sbizzarrirsi, dalle catastrofi ambientali (New Orleans, tsunami…) all’incremento dei flussi migratori, dagli episodi interpretati come “scontri di civiltà” alle vere guerre combattute, dalle questioni bioetiche all’imbarbarimento della dialettica politica. E poi si possono citare personaggi ed eroi, positivi o ambigui, a significare il preludio o la fine di un’era. Michael Jackson, per esempio.

Troppa musica

Uno dei primi libri usciti in Italia su Gli Anni Zero (Isbn Edizioni) è un collage di interventi di un certo interesse ma che non osa proporre una sintesi. È, suggerisce il sottotitolo, un “Almanacco del decennio condensato”. Forse ciò che più somiglia a una chiave d’interpretazione è un’annotazione di carattere non politico o sociologico, e nemmeno religioso. Alla domanda «qual è stato l’imprescindibile fenomeno musicale che ha dominato il mondo della musica pop negli Anni Zero?», Simon Reynolds – «il più grande critico musicale vivente» – risponde che… non c’è nulla di nuovo da segnalare. Tutto praticamente è stato detto (anzi, suonato) negli anni Sessanta (tutt’al più Settanta) e ciò «contribuisce all’attuale sensazione di entropia».

Non si sarà forse fatta della musica pop, nei primi anni del millennio? Al contrario. Ciò che «definisce i tardi Anni Zero è la sensazione di saturazione del suono, di totale sovraccarico». Quindi Reynolds cita un altro critico musicale, che negli anni Ottanta «ipotizzava che i “Beatles del futuro” non sarebbero stati una band o un cantante, ma una tecnologia: un format musicale, uno strumento di riproduzione». La profezia si è avverata: l’mp3 «è solo il principale simbolo» di un eccesso di abbondanza, che rende come simultanei, grazie alle infinite possibilità di “scaricare” musica, tutti i generi musicali apparsi, nel tempo come nello spazio. «L’unico limite rimasto è il tempo disponibile per l’ascolto».

Volendo tentare un qualificativo per questo decennio ancora caldo, potremmo provare con “anni digitali”. Certo la grande rete era già diffusa da prima, come pure tante apparecchiature elettroniche, e gli episodi di inizio e fine decennio sopra menzionati hanno tutti visto come coprotagonisti degli apparati digitali (Seattle, per esempio, scatenò il boom dello strumento blog). Ma prendiamo, fra i tanti possibili, questo dato tutto italiano: gli editori di libri – prodotto tipicamente “analogico” (non digitale) – erano solo in 14, nel 1995, ad avere un sito; nel 1999 erano passati a 388. Nel 2008, i marchi editoriali online sono ben 5302, e con dei servizi che vanno al di là della semplice “vetrina”.

Profeta Kubrick

C’è di più. Il web 2.0, interattivo, è divenuto un modo di utilizzo normale della rete, nella quale molti oramai entrano dalla porta dei social network come Facebook. Soprattutto, all’alba degli anni Dieci siamo in presenza di un’intera generazione, la prima, di adolescenti “nati digitali”: hanno cominciato a leggere e scrivere quando già maneggiavano mouse e tastiere. E non parliamo solo di Europa o Usa: la Cina ha più utenti di internet di qualunque altro paese del mondo ‒ e nella “arretrata” Africa, “solo” quattro abitanti su dieci hanno accesso a un cellulare.

Chi fu “remigino” tra gli anni Cinquanta e i Sessanta fatica ancor oggi a comprendere quale poteva essere la visione del mondo dei suoi nonni, privi di tele-visione. Ora è di lui che i figli native digital si chiederanno quale percezione della realtà potrà mai aver avuto uno che è vissuto senza internet, o l’ha conosciuta solo in età matura. Gli scienziati della mente ci dicono che la lettura di un ipertesto (una pagina internet con i suoi link ad altri testi nonché a file multimediali) attiva aree cerebrali diverse da quelle stimolate dalla lettura di una tradizionale pagina su carta.

Tutto ciò avrà delle conseguenze? Quali? E saranno rilevanti a livello persino antropologico, così come lo sono state altre svolte tecnologiche nella storia dell’umanità?

Nessuno ama atteggiarsi a profeta, in questo campo. Così come nessuno sostiene che ogni decennio debba essere portatore di una rivoluzione socio-culturale quale fu, indubitabilmente, quella dei favolosi anni Sessanta. Eppure, che la “vita digitale” sia diventata in questi anni un fatto normale non dovrebbe essere sottovalutato. Stanley Kubrick aveva datato proprio al 2001 ‒ negli anni Zero ‒ la sua Odissea nello spazio: la parabola del ritorno a casa dell’umanità attraverso un’avventura tecnologica, che va dalla clava al computer fino alla violazione della dimensione spaziotempo.

Potremmo chiamare questo decennio “anni gigabyte”? Che sarà sempre meglio che “anni di piombo”…

pubblicato su Evangelizzare febbraio 2010
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