Eschatology Show

Dai tempi di Noè, la “fine del mondo” fa sempre audience, oggi grazie anche agli effetti speciali. Ma è forse il caso di non snobbare la domanda che può nascondersi dietro la facile apocalittica postmoderna.
21 dicembre 2012. Alzi la mano chi ignora questa data. Ma è l’appuntamento con la fine del mondo, ovviamente! Quella predetta dal calendario maya, i cui cultori si sono presi a cuore la missione di annunciarcela con ogni mezzo. Televisivo, anzitutto, e con i suoi corollari editoriali. Fino al grande forgiatore di mitologie del nostro tempo che è il cinema. 2012 di Ronald Emmerich (regista che si era già rodato con altre pellicole catastrofiste quali Independence Day e The Day After Tomorrow) è stato campione d’incassi nel primo fine settimana di proiezioni sugli schermi di mezzo mondo. Tre mesi prima, a settembre, Segnali dal futuro con Nicolas Cage registrava in Italia una delle migliori accoglienze a livello internazionale. Anche quest’ultimo è un film sulla fine del mondo. In entrambi è questione di moderne arche di Noè per mettere in salvo un piccolo resto di umanità.
I figli degli uomini del messicano Alfonso Cuarón, invece, non si nutre di effetti speciali ed ha un suo spessore. Qui l’estinzione paventata non è stellare o tellurica ma sanitaria: l’infertilità ha colpito l’intero genere umano (quasi).
Questi riferimenti a pochi film bastano per ricordare come la fantascienza (anche letteraria) abbia messo sovente a tema un disastro planetario. Rimane l’interrogativo sul perché questo genere di argomenti calamiti il pubblico.
Esorcismo omeopatico
Senz’altro serberemo ancora dei frammenti di memoria degli anni antecedenti il Duemila. «Sembrava così lontano quando ci chiedevamo cosa avremmo fatto per quel traguardo, cosa saremmo diventati – è il ricordo di una blogger –. Ecco, adesso non era poi tanto lontano il momento della verità… E fu il panico.
Sì, perché la fine del secondo millennio (così come era accaduto per il primo) sembrò rendere tutti molto agitati. E su questa frenesia ci giocarono in molti per guadagnare un bel po’ di soldi:
dagli ideatori di serial di successo come Chris Carter, con il suo X-Files, agli autori di volumi che riproposero temi inquietanti e che invasero gli scaffali delle librerie. E intanto il timore di una risoluzione catastrofica del millennio in corso alimentò anche il proliferare di sette e movimenti. Ma perché questa paura del Duemila che porta a credere nei miracoli, nel paranormale, nei maghi, nelle leggende metropolitane? Perché questo desiderio di trovare un rifugio nell’irrazionale?»…
Furono in pochi, probabilmente, a temere per davvero un’apocalisse all’ora zero del terzo millennio (in realtà scoccato con il primo minuto del 2001). Non si diede nemmeno quella informatica: del millennium bug. A segnalare la serietà del caso ci pensarono, ad ogni buon conto, gli immancabili, itterici Simpson…
La prefigurazione di un final cut straordinario e spettacolare, ci si creda o meno, sembra “funzionare” sempre. Come minimo, desta un interesse almeno iniziale. Sarà forse un modo di esorcizzare il cataclisma? Una sorta di prevenzione omeopatica in cui la rappresentazione di ciò che potrebbe accadere serve inconsciamente a scongiurarne l’avverarsi?
Dies irae
Se risaliamo il fiume del tempo, là dove non esisteva cinema né tivù e anche i libri erano un affare di pochi, gli storici ci informano che i fantasmi apocalittici già si agitavano, eccome. Ma non alla vigilia del Mille e non più Mille, in pieno e “oscuro” Medioevo, ma secoli dopo. «Dal 1348, l’anno della terribile “peste nera”, fino al 1660 – così è sintetizzata la ricerca di Jean Delumeau sulla Paura in Occidente (Sei) in un libricino di Daniele Garota sull’Apocalisse (Emi) –, le sciagure andranno accumulandosi con una certa intensità suscitando in tutta Europa un “durevole turbamento degli spiriti”». In questo plurisecolare periodo sorgono movimenti religiosi o parareligiosi di ogni tipo, talora violenti. Le terrificae praedicationes del Savonarola appartengono a quest’arco di tempo; Lutero è convinto «che il giorno del giudizio non sia lontano»; al V Concilio Lateranense, sottolinea lo stesso Delumeau, «molti padri erano persuasi che la pienezza dei tempi era imminente, anzi già in corso di realizzarsi». Non a caso è dei decenni successivi il michelangiolesco Giudizio universale. (È vero che dopo il Concilio tridentino si insisterà sul giudizio particolare più che su quello universale).
Un’ossessione “irrazionale” (peraltro comprensibile), che tuttavia non mortificò il progresso scientifico. Proprio in quei tempi esplose, ci fa notare Garota, «una potenza di conquiste e scoperte mai vista prima sulla faccia della terra. Fa pensare che il fatto che un Cristoforo Colombo fosse convinto che gli ultimi giorni sarebbero arrivati entro centocinquant’anni al massimo».
Difficile non riscontrare delle analogie con l’oggi, quando gli indizi che fanno pensare a una catastrofe imminente, anzi già innescata, sembrano piuttosto concreti. Se l’Aids ha un poco perso il suo carattere di nuova peste nera, non mancano altre minacce: terrorismo proteiforme; rischio di uso del nucleare a scopo militare, in mano a regimi poco affidabili; movimenti migratori di massa e imbarbarimento dei rapporti tra i popoli; sgretolamento della cultura dei diritti umani; mostruosità degli effetti dell’ingegneria genetica; imminente esaurimento delle fonti energetiche fossili e penuria di acqua potabile – più in generale, una crisi ambientale irreversibile.
Eppure ciò non frena la corsa della tecnologia e della scienza –benché viste al contempo come causa, oltre che soluzione, di molti degli scenari catastrofici.
E ancora, tutto questo convive con un universo di pratiche esoteriche – tra le quali includere anche lotterie e giochi d’azzardo di stato – che dall’“oscurantismo” del passato differiscono soltanto per la loro ormai compiuta industrializzazione. Business as usual.
«Ultima possibilità di senso»
Che l’apocalittica sia «cattiva» oppure «autentica» (intesa, in quest’ultimo senso, come una modalità di parlare della speranza che nasce dalla fede – o, in termini laici, di una chance di palingenesi), rimane in ogni caso un dato centrale: l’evento catastrofico. Che sembra in fondo rappresentare, per un’umanità che pare incapace di riflettere su di sé, di rientrare in sé stessa, una estrema, hollywoodiana provocazione alla ricerca di senso. Lo dice bene Sergio Quinzio: «Quando si sprofonda al di sotto del limite di ogni speranza umanamente sperabile si può solo pensare apocalitticamente. Quando ogni senso scompare, l’ultima possibilità di senso è l’apocalisse, che è la possibilità di senso della catastrofe. Non è in nostro potere credere o non credere nell’apocalisse, ma bisogna sapere che non c’è nessun’altra possibilità di pensare la nostra attuale condizione. Non poterla pensare, significa abbandonarsi ad essa passivamente» (La croce e il nulla, Adelphi).
E forse è opportuno non spiritualizzare troppo, o minimizzare, l’eventualità di uno “tsunami”. Non necessariamente uno sconvolgimento del globo terrestre in quanto tale, ma che comunque decreta morte e distruzione per molti. E che impone, ove ciò sia possibile, una nuova partenza, su basi nuove.
Esistono persino delle vere e proprie teorie delle catastrofi. Due secoli fa un naturalista, Georges Cuvier, indicava nel “catastrofismo” il motore dell’evoluzione delle specie e della loro complessificazione. Nel Novecento, anni Settanta, è la volta di un matematico, René Thom; di recente, uno storico ne ha applicato il modello – «secondo cui un lento cambiamento raggiunge infine una situazione in cui i funzionamenti precedenti non possono più essere sostenuti» – alla caduta dell’impero romano. Così, per Chris Wikham (Le società dell’Alto Medioevo, Viella), la “catastrofica” fine della civiltà romana va ricercata essenzialmente nell’incapacità di mantenere l’efficienza del sistema fiscale imperiale.

L’escatologia, insomma, è ancora un caso davvero serio.

pubblicato su Evangelizzare marzo 2010
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Un pensiero su “Eschatology Show

  1. Condivido pienamente il suo punto di vista. Buona idea, sono d'accordo con lei.
    Condivido pienamente il suo punto di vista. Penso che questo sia una buona idea. Pienamente d'accordo con lei.

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