Viva i ricchi!

Come ha potuto l’Italia d’oggi arrivare a questo punto? Politica e (mal)costume nazionale sono meno lontani di quanto possa sembrare. Tutto cominciò negli anni Ottanta…

La corruzione regna; la criminalità organizzata porta i suoi complici in parlamento; il confine tra lecito e illecito, legale e illegale, è sempre più labile. Tutto pare legittimo, nulla illecito. Questa è la luce sotto cui ci appare l’Italia odierna. Da dove è cominciato il salto in basso? Non che “prima” fosse l’età dell’oro, ma a un certo punto è come se ciò di cui almeno ci vergognavamo sia divenuto motivo di vanto.

La svolta è avvenuta senza dubbio negli anni Ottanta. L’intuizione, non nuova, la ritroviamo confermata anche da tre libri, ciascuno autorevole a modo proprio.

Autobiografia di una repubblica di Guido Crainz (Donzelli, 2002) è un volumetto agile ma denso di sintesi illuminanti. Lo storico, che in altri lavori ha esaminato la lunga eredità del fascismo nell’Italia repubblicana e la complessità del miracolo economico degli anni Sessanta, individua negli anni Ottanta «una radicale inversione di tendenza». Mercato e mezzi di informazione prendono definitivamente il posto dei soggetti pubblici e istituzionali, cioè Stato e Chiesa, nella produzione dei (non) valori che finiranno per essere patrimonio di troppi italiani. I grandi ideali e le ideologie del Novecento – talvolta funeste, ma non sempre – si ritroveranno sconfitti non tanto dal terrorismo degli anni Settanta o dalla caduta del muro di Berlino, ma appunto da quei lunghi anni Ottanta in cui «la politica e l’impegno sono stati abbandonati per il divertimento, il corpo e la moda».

Patria 1978-2008 (Il Saggiatore, 2009) non esce invece dalla penna di uno storico ma di un giornalista, che è quell’Enrico Deaglio fondatore e direttore del settimanale Diario. Un volume che racconta, anno per anno, fatti, libri, canzoni che hanno segnato l’Italia. C’è anche un ricordo personale dell’autore, il quale invita poi i lettori a «scrivere» la propria «patria». Ci pare questo, tra le 939 pagine, lo spunto più stimolante: urge mettere in ordine – anche cronologico – i fatti della nostra storia, pubblica e privata. È un momento necessario, ancorché non sufficiente, per passare poi all’azione, per provare a cambiare quest’Italia che così spesso pare il frutto di una funesta alleanza tra incompetenti e criminali.

Anni stupidi

Il terzo libro è l’intervista di Oreste Pivetta a Goffredo Fofi: Vocazione minoritaria (Laterza, 2009). Fofi è un noto intellettuale, critico cinematografico e letterario, anche se ama definirsi soprattutto un maestro elementare, un educatore. Ci offre pagine intensissime, sia sul ruolo delle minoranze attive chiamate a dare il loro contributo, sia sulla necessità di riascoltare le parole di quegli italiani spesso dimenticati che sono, o sono stati, esempi civili (tra costoro anche don Tonino Bello, don Luigi di Liegro e don Vinicio Albanesi). E Fofi ci confida una certezza: «Gli anni Ottanta sono stati fra i più stupidi della nostra storia». Là traggono origine molti dei mali di oggi: se «una delle astuzie della società attuale è di avere convinto i poveri ad amare i ricchi, a idolatrare la ricchezza e la volgarità», questo processo è iniziato proprio allora, quando i ricchi diventarono i maestri di vita.

Era il decennio del dilagare delle tivù private e commerciali; il decennio del «riflusso», quando gli studenti smisero d’interessarsi alla cultura e alla politica per appassionarsi alle griffe e alle febbri del sabato sera; il decennio in cui si iniziava ad andare in palestra non per lo sport ma per l’immagine del proprio corpo. Intanto, le mafie avviavano la loro inarrestabile – o semplicemente inarrestata – avanzata verso nord.

Non solo mafia nel senso tecnico. Come ci ricorda un recente documento della Cei, «l’economia illegale non si identifica totalmente con il fenomeno mafioso, essendo purtroppo diffuse attività illecite non sempre collegate alle organizzazioni criminali, ma ugualmente deleterie (usura, estorsione, evasione fiscale, lavoro nero…)».

C’è, e quale, un denominatore comune in questo intreccio di individualismo, corruzione, amoralità e criminalità – intreccio che è la principale causa dello scandaloso arricchimento privato di pochi e dell’impoverimento pubblico di molti negli ultimi trent’anni?

Il collante c’è, ed è il nostro “nuovo” rapporto con il denaro. Come ricorda ancora Crainz, «il boom delle azioni inizia in Italia nel 1980, mentre il 1979 era stato l’anno dei Bot. Nei Bot è investito in parte quello stesso denaro che era stato sottratto alla tassazione». La demagogia della battaglia contro le troppe tasse (trascurando la battaglia ben più importante per i servizi pubblici che le tasse dovrebbero assicurare), la privatizzazione di scuola e sanità e sicurezza, che un tempo sarebbe stata impensabile, affondano le radici in quegli anni. Da quando le vittime hanno iniziato a gridare “viva i ricchi”, come nota Goffredo Fofi, e fino a quando continueranno a gridarlo, non c’è speranza.

Felici di possedere

I cruciali anni Ottanta hanno conosciuto un momento in cui potevano essere fermati, forse superati. Il biennio 1992-94. Il ‘92 si apre con la sentenza definitiva (in Cassazione) del Maxiprocesso voluto da Giovanni Falcone: il maggior successo della storia repubblicana contro la mafia. L’anno prosegue con “Mani pulite”. Il 1992 è però anche l’anno in cui la mafia uccide Falcone e Paolo Borsellino. Ed è l’anno della prima clamorosa affermazione elettorale della Lega Nord. Il 1993 è colmo di tensioni, ma un cambiamento sembra ancora possibile. Finisce l’era di Bettino Craxi e del Partito socialista italiano. L’ex governatore della Banca d’Italia e futuro presidente, Carlo Azeglio Ciampi, diventa il primo capo di governo non parlamentare. Giovanni Paolo II scende in Sicilia per alzare la voce contro la mafia e la chiama per nome. Questa uccide a Palermo don Pino Puglisi e mette le bombe a Roma, Firenze e Milano. Il biennio si conclude con le elezioni del 1994, che consacrano Silvio Berlusconi. Gli italiani da allora si dividono fra “pro” e “anti”. La nuova fase della storia nazionale è imperniata su di lui e sul berlusconismo, inteso come modello culturale e sociale.

Don Vinicio Albanesi sulla rivista Lo straniero ricordava a fine 2009 che il berlusconismo è connesso al fatto che oggi «si è felici se si possiede. La tendenza è stata chiamata secolarizzazione: più opportuno chiamarla materialità. Il ricco è invidiato, ritenuto capace e ritenuto felice. Chi offre ricchezza (vera o virtuale) è un buon messaggero». Una materialità legata a una profonda solitudine, «prima di tutto di pensiero». In questa solitudine, in cui ciascuno crede di potersi creare la propria scala di valori e riferimenti morali, «non c’è separazione tra verità e menzogna, tra lealtà e scorrettezza, tra egoismo e solidarietà. Ciascuno è arbitro della propria vita in modo assoluto, dimenticando storia e riferimenti».

Onesti, diversi

All’inizio degli anni Novanta, nel mondo del volontariato e della società civile si cominciavano a suggerire delle buone pratiche “utopistiche”: una finanza etica, un commercio equo e solidale, più in generale un progetto di “nuovi stili di vita” alternativi al consumo fine a sé stesso.

Paradossalmente quelle proposte, che avevano individuato il peggio degli anni Ottanta e progettavano un cambiamento, hanno vinto e perso allo stesso tempo. Hanno vinto perché hanno dato origine a diverse realtà vive, concrete, anche economicamente oltre che culturalmente significative. Hanno perso perché oggi tutti, a parole, difendono l’etica nella finanza e la sostenibilità nell’economia, eppure l’Italia sembra sprofondare ogni giorno di più. Un paese dove agli onesti non rimane altra chance che «vivere la propria diversità» e «sentirsi dissimili da tutto il resto», come scrisse Italo Calvino nel suo testo di ormai trent’anni fa (su Repubblica del 15 marzo 1980). Guarda caso, all’inizio di quei perniciosi anni Ottanta.

pubblicato su Evangelizzare maggio 2010
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