Così sbocciò l’Africa libera

Cinquant’anni fa videro la luce ben 17 nazioni indipendenti. Il colpo decisivo al colonialismo venne dato dalla Seconda guerra mondiale.
Il fermento degli editori di atlanti e carte geografiche all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica è forse comparabile, mutatis mutandis, solo a quello del 1960, l’anno delle indipendenze africane, quando si dovettero riscrivere i nomi – o per lo meno togliere le scritte tra parentesi come “Francia”, “Belgio”, “Regno Unito” – di ben 17 paesi. E fino al 1966 giungeranno alla ribalta della comunità internazionale altre 12 ex colonie.
Il botto del 1960 fu dovuto in massima parte (cioè per ben 14 stati) alla Francia. Suo malgrado. Al termine di nemmeno due anni di «Comunità franco-africana» – la soluzione gollista cui, nel 1958, oppose un celebre niet il guineano Sékou Touré – Parigi «concesse» più di quanto ciò Charles De Gaulle in persona aveva escluso, nel 1944, alla Conferenza di Brazzaville: «Le finalità dell’opera di civilizzazione svolta dalla Francia nelle colonie escludono ogni idea di autonomia, ogni idea di evoluzione al di fuori del blocco francese dell’Impero».
Furono anni politicamente concitati, con posizioni molto differenziate anche sullo scacchiere africano (all’estremo opposto di Sékou Touré troviamo l’ex sindacalista Félix Houphouët-Boigny, che peraltro si era battuto per l’abolizione del lavoro forzato e che reggerà la Costa d’Avorio per più di trent’anni, ma che fino all’ultimo era contrario all’indipendenza!). Ora, al di là delle complesse fattualità che portarono a quei primi alzabandiera, è possibile identificare le correnti socio-culturali profonde che prepararono l’idea stessa di indipendenza politica?
Se ci azzardiamo a semplificare, possiamo individuare due grandi linee di forza: il panafricanismo e le conseguenze della seconda guerra mondiale.
L’idea panafricanista trova un palcoscenico mondiale nel 1° Congresso, appunto «panafricano», che si tiene su iniziativa del sociologo afroamericano William E.B. DuBois a Parigi, nel febbraio del 1919. Un’idea che aveva tra i suoi propugnatori – tutti al di là dell’Atlantico –, un leader convinto, per quanto eccentrico, nel giamaicano Marcus Garvey. Era così convinto della necessità di «riportare a casa, in Africa, milioni di neri americani», da trasformarsi in armatore. La sua piccola flotta Black Star si limitò a solcare i Caraibi. Neppure lui mise mai piede in Liberia, l’Africa “americana”, colonizzata nel XIX secolo da afroamericani. Ma il sogno rimaneva vivo. La Liberia stessa, che aveva proclamato la sua indipendenza nel 1847, insieme con Haiti, prima repubblica “nera” della storia (dal 1804), e con l’Etiopia (che ad Adua, 1897, inflisse la più grande sconfitta a un esercito coloniale, quello italiano, e aveva conservato la sua indipendenza), dava una certa consistenza storica all’utopia.
Il panafricanismo aveva dunque un versante culturale, la comune origine africana di tutti i neri, dispersi per il pianeta a motivo dello schiavismo e del colonialismo, il quale postulava però una concreta causa comune: «Protestare contro il furto di terre nelle colonie e la discriminazione razziale; discutere in generale dei problemi dei neri», come aveva affermato Henry Silvester Williams, l’avvocato dell’isola di Trinidad, che aveva coniato il termine «panafricanismo» in occasione di un’apposita Conferenza da lui indetta a Londra nel 1900.
Non possiamo trascurare che il leader africano «del millennio» – così l’hanno proclamato gli ascoltatori africani della Bbc nel 2000 – è Kwame Nkrumah. Colui che portò all’indipendenza politica già nel 1957 il primo paese dell’Africa anglofona, la Costa d’Oro, e che poi ruppe anche con il Commonwealth, era un ispirato panafricanista. Africa Must Unite è il titolo del suo best seller. Non a caso sarà la ex Costa d’Oro – ribattezzata con il nome di un antico impero africano, Ghana – a ospitare W.E.B. DuBois negli ultimi anni della sua lunga vita.
Con caratteri diversi, possibili soltanto in un’atmosfera culturale francese, la negritudine costituirà la risposta francofona alla african personality del panafricanismo. «Rendere a Césaire quello che è di Césaire. È lui che ha inventato il termine negli anni 1932-34», scriverà Léopold Sédar Senghor, primo presidente del Senegal, dell’amico Aimé, antillano della Martinica (che non reclamò mai l’indipendenza per la sua isola, Francia «d’oltremare»). Erano entrambi studenti a Parigi (il terzo era Léon-Gontran Damas, guyanese) e con tutte le critiche che la nozione di negritudine si è tirata addosso, fino all’accusa di essere «razzista per antirazzismo», non va misconosciuto il ruolo che anch’essa, attraverso l’espressione soprattutto poetica, ebbe nell’alimentare la chimera panafricanista.
Ci penserà la guerra, duole dirlo, a dare gambe all’utopia e alla poesia. Già l’intervento statunitense in Europa per liberare dall’occupazione tedesca dei popoli oppressi avvalorò implicitamente un diritto che, per gli osservatori più attenti, doveva ormai essere di tutti i popoli. Il 5° Congresso panafricano – Manchester 1945 – pervenne così ad approvare una Dichiarazione dei popoli colonizzati del mondo in questi termini: «Crediamo nel diritto di tutti i popoli di autogovernarsi. Tutte le colonie devono essere liberate dal controllo straniero imperialista. Diciamo ai popoli colonizzati che devono battersi per questi fini con tutti i mezzi a loro disposizione»… Tra gli estensori del testo, Nkrumah. 
Stavano intanto tornando a casa, se non erano caduti in battaglia, i soldati africani che avevano combattuto sotto le bandiere degli alleati. Pochi di loro, senza dubbio, immaginavano la propria terra d’origine dotata della sua indipendenza. Ma tutti avvertivano di avere dato un contributo straordinario alla loro «patria», che in qualche modo doveva essere riconosciuto. Film come Campo Thiaroye di Sembène Ousmane e Days of Glory (Indigènes) di Rachid Bouchareb hanno riesumato con efficacia quei fatti e quegli stati d’animo.
Le potenze coloniali faticarono a capire che il tappo era saltato, e del resto nel primo dopoguerra delle colonie avevano bisogno come non mai. Ma la protesta anticoloniale, che prendeva la forma di vere e proprie insurrezioni come in Madagascar, non inedite ma sempre più frequenti, si faceva incontenibile. A Bandung, Indonesia, nel 1955, una Conferenza afroasiatica aveva allargato il fronte della lotta anticolonialista.

Gli africani dalla visione politica più acuta (non dimentichiamo, tra gli altri, Patrice Lumumba nel Congo belga), traducevano tutto ciò in progetto. «Nessun congolese degno di questo nome – dirà Lumumba il 30 giugno 1960 davanti a re Baldovino, che aveva appena parlato di indipendenza “concessa” – potrà dimenticare che l’indipendenza è stata conquistata, giorno per giorno».

pubblicato su AMANI dicembre 2010
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Un pensiero su “Così sbocciò l’Africa libera

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