L’arte di vivere a Timbuctu

TIMBUKTU, MALI, JANUARY 2010: Local women walk past Songeray Mosque in a sunset, late afternoon street-scene in Timbuktu, the mythical Northern Mali city, January 20, 2010 (Photo by Brent Stirton/Reportage by Getty images.)

Su Timbuctu, e proprio con questo titolo (per Bollati Boringhieri), l’antropologo Aime ci aveva consegnato tre anni fa un gustoso libro – tra storia, “mito” e attualità – che lasciava presagire che quella non poteva essere solo una tappa professionale da chiudere per passare a un’altra.

Gli uccelli della solitudine (Bollati Boringhieri, 2010, pp. 170) viene a confermare quella sensazione. Da questa realtà urbana così unica dell’Africa occidentale, il professore dell’Università di Genova si è lasciato coinvolgere al punto di passare attraverso un’iniziazione. Un’iniziazione particolare, beninteso, quanto particolare è stata, e continua ad essere, Timbuctu. Una città che deve la sua forza più alla sua posizione geografica e alle sedimentazioni demografiche che non ai tesori di cui si è favoleggiato.

Ora, dell’organizzazione delle società per classi generazionali è già piena la letteratura antropologica; ma a Timbuctu, dove esse vengono chiamate kondey, il loro funzionamento assume dei caratteri peculiari. Tenuto conto che le classi d’età sono note per lo più in ambienti rurali, in seno a società sostanzialmente omogenee, si potrà intuire quanto le «compagnie d’età» abbiano giocato e tuttora svolgano – nella loro “informalità strutturata” – un ruolo strategico e delicato nel «mantenere stabilità e coesione sociale» a Timbuctu, una società che «si presenta come un miscuglio sottile, fatto di gerarchia ed equilibrio, di giustapposizione e di spazi di regolamentazione e di moderazione».
Ismaël Haidara Dadié, coetaneo dell’autore, è il tombouctien che ha introdotto Aime alla vita della città e, soprattutto, al mondo delle kondey. (Ismaël, va rilevato almeno en passant, è una straordinaria figura di intellettuale, detentore tra l’altro di una di quelle favolose – queste sì! – “biblioteche del deserto” che attendono sempre un contributo decisivo per la loro sicura conservazione). È proprio in questo universo delle compagnie d’età che scorre, probabilmente, la vita vera. Esse costituiscono una sorta di evasione (un po’ come il carnevale in altri tempi), di “finzione” rispetto al modo di vivere ufficiale (esistono le caste, a Timbuctu, e retaggi della schiavitù); ma, a ben vedere, è piuttosto la “realtà” di Timbuctu – «cosmopolita, stratificata, complessa» – ad ammantarsi di «un certo grado di finzione, finalizzato a mascherare il conflitto tra le numerose e diverse componenti». Ed è nelle periodiche riunioni di kondey, con i loro piccoli litigi e il mutuo aiuto, negli incontri casuali fra coetanei della stessa compagnia, che il tombouctien sente di vivere la vita “vera”.Tutto questo ci viene narrato dall’autore con i debiti rimandi bibliografici ma, soprattutto, tramite la sua esperienza tra le vie e le case di Timbuctu. E gli uccellidel titolo? Be’, «quando di una compagnia rimangono vive poche persone – dice Ismaël –, le vedi diventare tristi, hanno visto i loro compagni andarsene a poco a poco. Qui si dice che sono gli uccelli della solitudine».
 pubblicato su NIGRIZIA aprile 2011
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