Il contemplativo della liberazione

La generazione dei “teologi della liberazione” per ragioni anagrafiche si sta sfoltendo. Un anno fa toccava a un nome poco noto ma non meno importante di altri. A Segundo Galilea era cara la spiritualità della liberazione. È con lui che Nigrizia aprì una finestra permanente sull’America Latina.
Le rare fotografie che di lui circolano, infallibilmente lo ritraggono con la pipa. La pipa, non la sigaretta. Considerazioni di salute a parte, se la “bionda” è spesso preferita da chi ha un approccio alla vita nervosetto, il caminetto portatile rimane associato alla riflessione. Sarà uno stereotipo, ma, nel caso di Segundo Galilea, calza. Con lui se n’è andato, un anno fa (il 27 maggio 2010, a 82 anni), un altro di quei grandi testimoni che hanno fatto la storia della chiesa latinoamericana degli ultimi cinquant’anni (dopo di lui è stata la volta, a fine gennaio 2011, del vescovo del Chiapas Samuel Ruiz e, due mesi dopo, di José Comblin).
Il cileno Galilea si era ritagliato uno spazio suo che, addizionato al suo stile “moderato”, non gli aveva meritato la ribalta mediatica: era la “spiritualità della liberazione”. Che non era neppure invenzione sua, ma una dimensione essenziale del credente e della chiesa nella quale, ci si passi il termine, si specializzò. Simpatizzante di Charles de Foucauld e studioso dei grandi mistici come Teresa d’Avila e Giovanni della Croce, oltre che conoscitore di Ignazio di Loyola, Segundo Galilea intendeva soprattutto dar voce e forma al movimento dello Spirito venuto prepotentemente dal basso, dalle comunità partecipi di una stagione nuova nell’evangelizzazione del continente. «Si dimentica che la teologia della liberazione è nata da una spiritualità della liberazione; si dimentica che in America Latina prima ci si è messi al fianco dei poveri e poi si è fatto teologia intorno ai poveri», leggiamo in un articolo di Nigrizia del 1981 che citava Juan Hernández Pico, un gesuita vicino a Ignacio Ellacuría.
E se facciamo breve memoria di un teologo sconosciuto ai più in Italia, è anche perché fu lui l’iniziatore della “Lettera dall’America Latina” su Nigrizia (cui poi seguirono Arturo Paoli, dom José Maria Pires, dom Mauro Morelli e, sotto altra testatina di rubrica, Marcelo Barros, fino a Giampietro Baresi). Si era da poco svolta la Conferenza dell’episcopato latinoamericano a Puebla, nel 1979, e si avvertiva l’esigenza che anche una rivista dedicata all’Africa aprisse definitivamente una finestra al vento che soffiava con forza da quel continente.
«Il Regno “non viene con potere”»
Quella pagina mensile aveva solitamente l’aria di una cronaca da qualche paese centro o sudamericano – Galilea viaggiava spesso, invitato per orientare delle sessioni di formazione – ma non mancava mai un punto di vista sulla situazione sociale e le sfide ecclesiali. Tra i suoi contributi ne vanno qui ricordati in particolare due: quando nel giugno 1980 fece il suo resoconto della Conferenza dell’Associazione ecumenica dei teologi del Terzo mondo (Eatwot), tenutasi a São Paulo, e quando si soffermò sulle «tentazioni della missione». Le citazioni del documento finale di São Paulo da lui rilanciate insistono sulla spiritualità, e crediamo di avere indovinato se vi riconosciamo il suo zampino: «Crediamo nell’efficacia evangelizzatrice e liberatrice della preghiera e nella dimensione umana che essa dà alla lotta. Crediamo che la contemplazione cristiana dà senso alla vita e alla storia, anche nei fallimenti, e spinge ad accettare la croce come cammino di liberazione».
Fra le tentazioni, invece, che chiamava anche «miopie», poneva in primo luogo quella di «alcuni sacerdoti e religiose» che avevano «tradotto l’opzione per i poveri in termini di militanza politica». Quest’ultima infatti «non può sostituire l’evangelizzazione, così come l’evangelizzazione non può sostituire la militanza politica». Perché, concludeva Segundo Galilea, «il Regno “non viene con potere”». Nemmeno quando il potere è apparentemente a fin di bene.
pubblicato su NIGRIZIA maggio 2011
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