Quando i libri scendono in piazza

Quali saranno, domani, i titoli di cui si potrà dire che «hanno (ri)fatto la Tunisia», o la Siria o l’Egitto?
«Ci sono libri che hanno fatto l’Italia». Esordiva così un articolo della serie dedicata dal giornale La Stampa ai “Libri d’Italia” in occasione dei 150 anni dell’unità nazionale.
L’articolo appariva a un mese esatto dall’abbandono del potere da parte di Mubarak, successivo a quello di Ben Ali e mentre il mondo arabo da Algeri a Sana’a continuava ad essere attraversato da un brivido di libertà – per non parlare del caso libico. Quali saranno, domani, i titoli di cui si potrà dire che «hanno (ri)fatto la Tunisia», o la Siria o l’Egitto?… Domanda fantascientifica; ma anche la buona fantascienza, tutto sommato, non fa che indurci a riflettere sul presente. Proviamo allora a dare uno sguardo all’Egitto, che è centrale per importanza geopolitica e depositario di una tradizione culturale particolarmente ricca. Non dimentichiamo che cent’anni fa diede i natali a Nagib Mahfuz, Nobel per la letteratura 1988, e che per il Salone del Libro di Torino il paese «dono del Nilo» aveva crediti a sufficienza per essere, nel 2009, l’ospite d’onore. Il Cairo stesso ospita da quattro decenni un’importante Fiera internazionale del libro, senza parlare della Bibliotheca Alexandrina rinata nel 2002. E senza entrare nei dettagli riguardo, per esempio, a Nawal al-Sa’dawi, storica femminista oggi ottantenne (prima di lei si ricorda Hoda Sha’rawi, 1879-1947), oppositrice politica e scrittrice (L’amore ai tempi del petrolio, edito dal Sirente nel 2009, fu soggetto alle sue brave censure quando uscì nell’Egitto di Mubarak, 2001). «Il pericolo ha fatto parte della mia vita fin da quando ho impugnato una penna e ho scritto: “Niente è più pericoloso della verità in un mondo che mente”», commentò Nawal all’uscita della detenzione patita sotto Sadat.
Ma riferirsi a questi mostri sacri, cui si potrebbe aggiungere la singolare figura di Albert Cossery – con una lunga vita in Francia ma senza mai perdere i contatti con il popolino del Cairo, protagonista di tutti i suoi romanzi –, non è sufficiente per dare conto del contesto “letterario” di Piazza Tahrir. Vanno presi in considerazione almeno due filoni di riferimento più vicini nel tempo. Si tratta dei blogger, da una parte, e, dall’altra, del romanzo più venduto di sempre nel mondo arabo: Palazzo Yacoubian. Uscito nel 2002 (nel 2006 in italiano, per Feltrinelli), l’opera di Ala al-Aswani mette in scena un microcosmo condominiale, tutta un’umanità dolente e bizzarra. È denuncia sociale, a un passo dall’essere denuncia politica. E che ha fatto scuola.
Quanto ai blogger, basterà ricordare il primo di loro, Abdel Karim Suleiman, ad essere condannato, nel 2007. In molti casi sono proprio i blog ad alimentare l’editoria indipendente. Ci limitiamo ai titoli arrivati con discreta tempestività in italiano, da Che il velo sia da sposa! di Ghada Abdel Aal (Epoché, 2009) a Taxi di Khaled Al Khamissi (Il Sirente, 2008) passando per Rogers di Ahmed Nàgi (Il Sirente, 2010), quest’ultimo con una narrazione dalla struttura poco “classica” soprattutto per la letteratura egiziana.
Ma il titolo più significativo ci appare oggi, dopo Piazza Tahrir, tanto per il contenuto come per il genere letterario, Metro di Magdy El Shafee (Il Sirente, 2010), presentato come il primo graphic novel egiziano. Fu sequestrato alla sua uscita, nel 2008, mentre l’editore-blogger era già in gattabuia. Fu anche oggetto di un processo, con una sentenza di condanna che ci può apparire persino ingenua: «Questo libro contiene immagini immorali (sic) e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti»…
A dispetto della censura e delle difficoltà economiche, nell’Egitto degli ultimi anni la voglia di scrivere, e di pubblicare, si è sorprendentemente allargata. «È come se gli scrittori – scriveva profeticamente nel 2008 dal Cairo Paola Caridi, osservatrice di lungo corso delle società mediorientali – narrassero quello scollamento tra il potere e la società che loro stessi segnalano come la questione più rilevante. E dessero alle strade del Cairo voce e volto. Un atto politico, oltre che artistico, di cui ora si vedono già i frutti. L’Egitto è gravido, e ha già partorito sugli scaffali di una libreria».
pubblicato su AMANI maggio 2011

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