Mandela non è (solo) sudafricano

Mandela_EMI«Gli africani sono già consapevoli della loro posizione anomala e desiderano un cambiamento. Un giorno più luminoso sta sorgendo sull’Africa. Già mi pare di vedere dissolversi le sue catene. La rigenerazione dell’Africa significa che una nuova, peculiare civiltà sta per arricchire il mondo». Parole di…? Pronunciate da Nkrumah, certo, al primo Congresso internazionale degli africanisti mai ospitato su suolo africano (1962), nel suo Ghana. Ma il leader panafricanista autore di Africa must unite (a proposito: è uscita solo da pochi mesi la prima versione italiana, per i tipi di Editori Riuniti) non faceva che citare il discorso di uno studente zulu nel ricevere un premio, 56 anni prima, conferitogli dalla Columbia University di New York. Il nome di quel giovane era Pixley ka Isaka Seme.

Di ritorno in Sudafrica, Pixley avrebbe riunito altri intellettuali neri come lui per lanciare, l’8 gennaio 1912 a Bloemfontein, il South African Native National Congress, il futuro African National Congress. Un secolo è passato e l’Anc è rimasto protagonista della vita politica del paese. Dapprima nella lotta all’apartheid e, negli ultimi vent’anni, nelle poltrone del potere. Le celebrazioni del centenario – comprendenti un sacrificio agli antenati – non hanno potuto nascondere le contraddizioni interne all’Anc, scoppiate con il caso Julius Malema, il radicale leader dell’ala giovanile del partito, infine espulso a fine febbraio.

E poi… poi alle celebrazioni mancava Madiba. L’età, 93 anni, e le condizioni di salute (confermate da un ricovero a febbraio) inducono però a non pensare a una sua assenza diplomatica. Tra l’altro, nel suo insostituibile Lungo cammino verso la libertà (Feltrinelli, 1995), Mandela attesta a più riprese e con accenti caldi che cosa l’Anc rappresenti per lui. A partire dall’incontro con Gaur Radebe, scrivano nello studio legale di Johannesburg in cui il giovane Nelson fu tirocinante: «Gaur mi insegnò che la laurea in sé stessa non era garanzia di prestigio e che il banco di prova di un leader era soltanto la comunità» (Mandela rimarrà «sbalordito» dal successivo trasloco di Gaur dall’Anc al Pac, un movimento di liberazione problematico).

Nel 1985, Mandela replicherà con queste parole all’offerta di libertà condizionata venuta dal presidente Botha: «Sono un militante dell’African National Congress. Lo sono sempre stato e lo sarò sempre fino al giorno della mia morte. Oliver Tambo (presidente dell’Anc, NdR) è più che un fratello per me. (…) Botha deve riammettere nella legalità l’organizzazione del popolo, l’African National Congress (…) Quale libertà mi viene offerta se l’organizzazione del popolo rimane fuori legge? (…) Soltanto gli uomini liberi possono negoziare, i detenuti non hanno alcun potere contrattuale».

E proprio nell’ultima pagina della sua autobiografia Nelson Mandela ritorna sul senso del suo passo, quando decise di affiliarsi all’Anc. «(…) Ma poi lentamente ho capito che non solo non ero libero, ma non lo erano nemmeno i miei fratelli e sorelle; (…) Non sono più virtuoso e altruista di molti, ma ho scoperto che non riuscivo a godere nemmeno delle piccole e limitate libertà che mi erano concesse sapendo che la mia gente non era libera. La libertà è una sola: le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti, e le catene del mio popolo erano anche le mie».

Il Sudafrica dopo il quinquennio di presidenza di Mandela, con l’Anc radicatosi più che mai, ha realizzato solo in parte il suo sogno di «Nazione arcobaleno». Insuccessi di gestione, sperequazioni economiche, disoccupazione galoppante, persistenza della questione razziale nel paese non intaccano però la statura di un uomo (e, con lui, dell’Anc dei tempi d’oro, ricco di figure come Oliver Tambo, Walter Sisulu e tanti altri) ormai consegnato più all’umanità, forse, che al suo stesso paese.

C’è da aspettarsi che all’indomani della morte di Madiba spuntino in un batter d’occhio dei libri-coccodrillo. In italiano l’attuale bibliografia non è vastissima ma già più che sufficiente per “nutrirci” dello spirito di uno dei massimi eroi del Novecento. Alla citata autobiografia possiamo accostare un’altra raccolta di suoi scritti, Io, Nelson Mandela. Conversazioni con me stesso (Sperling & Kupfer, 2010), mentre due sono i libri cui si sono ispirati altrettanti film: Il colore della libertà di James Gregory (Sperling & Kupfer, 2007; omonimo film di Bille August) e Ama il tuo nemico di John Carlin (Sperling & Kupfer, 2009; il film è Invictus di Clint Eastwood). Contrasto Due nel 2006 ha edito un volume incentrato sulle fotografie ma anche ricco di interviste e documenti: Mandela. Il ritratto di un uomo. Pure il brillante ex ministro della cultura francese Jack Lang ha voluto scrivere un suo Mandela (Piemme, 2008), raccontato alla luce di personaggi mitologici o storici dell’antichità. Senza pretese di esaustività, terminiamo segnalando un titolo anche per i ragazzini, fresco di stampa: Mandela, l’Africano arcobaleno (Emi), scritto da Alain Serres e illustrato dal grande Zaü.

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