La scrittura dopo l’azione

Qualche editore starà certamente lavorando a passo di corsa per la versione italiana di Mighty Be Our Powers (qualcosa come “Siano grandi i nostri poteri”, tanto più che un sottotitolo quale “Come la sorellanza, la preghiera e il sesso hanno cambiato una nazione in guerra” lascia presagire un mix di argomenti capaci di catturare e tener svegli molti lettori. Soprattutto se il libro è l’autobiografia di un Nobel per la pace fresco di nomina. Oltretutto giovane (non ancora quarantenne) e madre di sei figli.
Leymah Gbowee, che solo grazie alla scelta operata dalla  commissione norvegese per il Premio ha trovato notorietà internazionale, racconta nel suo libro una storia che è al tempo stesso la sua personale – vittima lei stessa dell’infinita guerra liberiana, scoppiata quando era diciassettenne –, come del suo paese e di quel movimento femminile, interreligioso e nonviolento cui lei, trasformando le proprie drammatiche esperienze in energia positiva, ha saputo dar vita. «La paura era il mio primo sentimento ogni mattina quando aprivo gli occhi. Poi la gratitudine: ero ancora viva. Poi, di nuovo la paura. Mentre sei grata di essere viva, temi per essere viva»…
Quando la guerra riesplode, nel 1999, Leymah si mette alla testa di gruppi di donne che, al mercato del pesce, pregano e cantano. Per la pace. Non è pietismo, è denuncia, è azione nonviolenta. Così come lo sarà lo sciopero del sesso, lanciato dal movimento per la pace da lei creato. Fino al gesto, da parte di un gruppo di donne liberiane recatesi ad Accra, in Ghana, dove le trattative per la pace si trascinavano senza esiti, di alzare i parei e mostrare il deretano agli inconcludenti negoziatori. Gesto estremo e temibile, conosciuto e temuto dai maschi – ai quali non rimane che coprirsi gli occhi – un po’ in tutta l’Africa subsahariana. In Congo, per esempio, ha un nome proprio: bandamana. Atto di vera maledizione. Putacaso, Charles Taylor, l’ex signore della guerra e presidente della Liberia fino al 2003, è ora sotto processo alla Corte speciale internazionale per la Sierra Leone. 
Quello di Leymah è un libro che, nella sua edizione originale, uscita come per magia pochi giorni prima dell’annuncio del Nobel, è stato salutato con favore dai recensori anglofoni (Gbowee era già nota, peraltro, come opinionista di Newsweek). Anche la sua conterranea e collega di Premio Ellen Johnson Sirleaf, prima donna presidente in Africa, è autrice di un memoir, This Child Will Be Great (uscito due anni fa). E di Wangari Maathai, il Nobel per la pace 2004 recentemente scomparso, africana e donna come loro, abbiamo in italiano ben tre titoli (Solo il vento mi piegherà, La sfida dell’Africa e La religione della Terra, tutti per Sperling & Kupfer tra il 2007 e il 2011). 
Il libro è, e non da oggi, un articolo a metà strada fra cultura e logiche di mercato. Non può essere forse diversamente. Ma chi di noi ha sviluppato un meccanismo di “legittima difesa” nei confronti tutto quanto odori di operazione commerciale, si potrebbe anche istintivamente fare qualche domanda sul valore intrinseco dei libri di personaggi come questi, proiettati d’improvviso nel fascio di luce della fama mondiale (e quindi presunte galline dalle uova d’oro). Il dubbio è legittimo, ma è meglio sottoporlo al vaglio della lettura. Senza contare, poi, che personaggi come questi non hanno nulla a che spartire con le più o meno effimere celebrità televisive nostrane che firmano libri.
E c’è un’altra considerazione. Donne come queste (o uomini, il discorso non cambia) sono persone di azione. Che naturalmente pensano, prima di agire, e scrivono, quando ne hanno il bisogno e il tempo. Scrivere però “un libro”, tanto più se autobiografico o per raccogliervi il proprio credo, è un’altra cosa. Impone una riflessione di altro livello, spesso conduce a conoscere verità di sé e della propria vita che non erano, fino a quel momento, così esplicite. Diventa una vera “rivelazione”, per sé prima che per gli eventuali futuri lettori. Esemplare, in questo senso, la prima pagina dell’ultima opera di Wangari: «Nel 1977, quando cominciai questo lavoro, non ero spinta dalla fede o dalla religione, pensavo solo a come risolvere concretamente i problemi». Eppure, scavando nel suo cammino mirato alla “pratica”, Wangari finisce per enucleare dei principi, anzi una vera e propria “teologia” da cui scopre essere stata guidata e motivata per decenni nella sua azione. Una religione, addirittura. Quella della Terra.
pubblicato su AMANI dicembre 2011
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