Non tutto va peggio

Gli Obiettivi del Millennio ottengono qualche risultato insospettato che riguarda l’altra metà dell’Africa.
Qualcuno se li ricorda ancora? Gli otto “Obiettivi di sviluppo del millennio” che l’Onu si è solennemente impegnata, nell’unanimità degli stati membri, a raggiungere entro il 2015? «1) Dimezzare la povertà estrema e la fame. 2) Raggiungere l’istruzione elementare universale»… fino a: «7) Assicurare la sostenibilità ambientale. 8) Sviluppare una collaborazione globale per lo sviluppo». Il terzo goal riguardava espressamente l’altra metà (scarsa) del globo: «Promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne».
Dodici anni sono passati da quella Dichiarazione e, se si facesse un sondaggio d’opinione sulla raggiungibilità degli Obiettivi, è facile profezia immaginare il sostanziale pessimismo da parte della vox populi.
Il dipartimento degli Affari economici e sociali del Segretariato delle Nazioni Unite ha pubblicato di recente un rapporto che fa lo stato dell’arte. In The Millennnium Development Goals Report 2012, per la sorpresa di molti, Ban Ki-moon sostiene che «l’obiettivo di ridurre della metà la povertà estrema è stato raggiunto con cinque anni di anticipo» (ma non in Africa). Idem per «la percentuale di persone che hanno scarsa possibilità di accesso all’acqua potabile» e per altri dei ventuno target che concretizzano le otto grandi mete. Lo stesso Ban Ki-moon, però, gioca d’anticipo sulle possibili obiezioni. I buoni risultati «non sono un motivo per rilassarsi»: la fame «rimane una sfida globale»; «la perdita di biodiversità continua a ritmo sostenuto»; «le disparità del progresso» all’interno di uno stesso paese e «le gravi disuguaglianze» tra le popolazioni urbane e rurali gridano vendetta.
Contestualmente a questo rapporto ne è uscito un altro specifico per l’Africa, il continente che più degli altri amerebbe vedere i Magnifici Otto concretizzati. Curatori di quest’ultimo report, stilato già nell’ottica di una «agenda per lo sviluppo post-2015», sono Undp (il Programma Onu per lo sviluppo) e i massimi organismi politico-economici aventi a che fare con il continente: dall’Unione africana alla Banca africana di sviluppo.
È qui che andiamo a cercare cosa si dice del terzo obiettivo e, più in generale, della posizione della donna nei diversi target. Il primo dei dati positivi più lampanti riguarda l’istruzione. Parallelamente all’elevata crescita del tasso di iscrizione dei bambini in età scolare, passato dal 58% al 76% in un decennio nell’Africa subsahariana, si registra anche un netto passo avanti nella parità di genere quanto all’accesso all’istruzione primaria. In 16 paesi (sui 50 di cui sono disponibili dati certi), i due sessi sono rappresentati in egual misura nella popolazione scolastica elementare; in 31, le bambine rimangono svantaggiate ma, globalmente, meno di un tempo; in 2 di essi lo sbilancio è rovesciato – si tratta di Senegal e Mauritania. Se si guarda ai progressi relativi, che sono un indice forse ancor più significativo, Guinea, Benin e Ciad sono ai primi posti; Eritrea e Capo Verde vanno a passo di gambero.
Quel che vale per il livello primario non vale più, comunque, per i livelli successivi di scolarità, dove rimane ancora tanta strada da fare…
L’altra performance africana al femminile riguarda la vita politica, con indici di progresso comparabili al resto del mondo. Parliamo dei “seggi rosa” nei parlamenti nazionali: le differenze di situazione sono anche molto marcate da un paese all’altro, anche limitrofi, ma il bilancio è complessivamente buono. In Ruanda (dove le onorevoli sono oltre la metà dell’emiciclo: 56,3%), Sudafrica, Mozambico, Angola, Tanzania, Burundi e Uganda, le donne superano la soglia del 30%; in altri si è vicini a questo target; altri ancora hanno fatto passi svelti in poco tempo. Insomma si notano dei progressi, con un’accelerazione negli ultimi anni, da quando una donna sudanese, Fatima Ahmed Ibrahim, divenne la prima deputata africana a metà degli anni Sessanta.
E poi non ci sono solo le onorevoli e le senatrici. È cresciuto il numero delle ministre, e qualcuna di loro è salita più su. A parte la Lady di Ferro della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, Nobel per la pace 2011, che rimane il primo capo di stato donna eletto in Africa (ma non andrebbe dimenticata Ruth Perry, presidente ad interim nello stesso paese – 1996-97), l’anno 2012 ci ha regalato una medaglia d’argento in Malawi. Joyce Banda, pervenuta alla suprema magistratura ad aprile in seguito alla morte del presidente, di cui era la vice, ha tutta l’aria di non essere una figura di transizione, tanto più che il suo è un passato di femminista militante.
«La presidente del Malawi cambia tutto nel suo paese e semina lo sconcerto nell’Unione africana», ha titolato il settimanale Jeune Afrique. Tra le sue novità rivoluzionarie – vendita del jet presidenziale e di sessanta Limousine di stato, legalizzazione dell’omosessualità, lotta alla corruzione… –, anche la posizione ferma nei confronti di Bashir, il dittatore sudanese, ricercato dalla Corte penale internazionale. «Non è il benvenuto in Malawi», ha dichiarato secca prima di un vertice dell’Unione (Ua) che doveva tenersi nel suo paese. Atteggiamento piuttosto raro nel club dei suoi colleghi dell’Ua.
A luglio, è andata poi a occupare la poltrona di presidente della Commissione dell’Ua un’altra donna, la sudafricana Nkosazana Dlamini-Zuma, già ministra in diversi dicasteri strategici fin dal primo governo Mandela. Ma è forse il caso di gettare uno sguardo anche più all’indietro, per scoprire che la prima delle prime ministre sul continente (una decina in tutto) fu Elisabeth Domitien, nominata da Bokassa nel 1975 e poi da lui rimossa, accusata e fatta condannare per corruzione: aveva avuto la sfrontatezza di opporsi al progetto di trasformare la Repubblica Centrafricana in empire…
Articolo 14: «Non offendete mai le donne, nostre madri!». Articolo 16: «Le donne, oltre alle occupazioni quotidiane, devono essere associate a tutti i nostri governi». Sono due “comandamenti” della Carta di Kurukan Fuga, promulgata da Sundiata Keita, fondatore dell’impero del Mali, nel 1222… Praticamente la prima dichiarazione dei diritti umani, uscita in contemporanea con la Magna Charta. Certo il punto di vista è ancora maschile (quasi come quello della bozza di nuova Costituzione tunisina, di cui le piazze tinte di rosa hanno clamorosamente rifiutato l’articolo 28, che pretendeva di proporre una figura giuridica di «donna complementare», e non più «uguale», all’uomo). Né sappiamo fino a che punto quella legislazione così avanzata abbia trovato applicazione. L’autore ivoriano di un libro divulgativo sul «medioevo africano» (Serge Bilé, Quando i neri fanno la storia, Emi, 2010) in ogni caso ci parla, appoggiandosi su alcuni fatti storici, dell’«indipendenza che dimostravano, nonostante l’islam, le donne del Mali. La maggior parte di loro rifiutava di portare il velo, e intratteneva con gli uomini relazioni sorprendenti».
Si direbbe che, otto secoli dopo, la Carta di Sundiata comincia davvero a funzionare, timidamente ma sicuramente, e ai più alti livelli di «tutti i nostri governi». Come titolava un libro controcorrente di qualche anno fa, coautore Jacopo Fo: Non è vero che tutto va peggio.
pubblicato su AMANI dicembre 2012
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