Mali d’Africa. Ripensandoci

L’ultimo numero del mensile Jesus (febbraio) conferma, con un certo rilievo, quanto già si era sentito nelle settimane scorse: l’occhio favorevole con cui la chiesa cattolica vedeva l’intervento francese. Per la precisione, il titolo suona: «Il vescovo di Bamako appoggia l’intervento francese anti-islamista». Anche se poi il pezzo si sofferma maggiormente sulle richieste di aiuti per le popolazioni sfollate e sull’auspicio di un pronto ritorno alla cultura della tolleranza caratteristica del paese.

Si potrà dire “bella forza”, davanti a un vescovo che invoca il respingimento di forze islamiste. Mi riaffiora però un ricordo dei primi di dicembre, quando lo scrittore maliano più affermato del momento nonché operatore culturale (editore, organizzatore di festival…) era in tournée italiana per il lancio del suo ultimo titolo (L’impronta della volpe, Del Vecchio editore) – il quarto edito nel nostro paese: un suo nuovo “noir africano”, questa volta ambientato in terra dogon.

Nella conversazione sul libro svoltasi in una biblioteca di Bologna – Moussa Konaté in dialogo con un suo “pari” italiano, Carlo Lucarelli – si scivola inevitabilmente dal piano letterario a quello dell’attualità. Di Mali non si parlava ancora troppo in tivù, all’epoca, ma la presa di Timbuctù era già avvenuta da un pezzo. Per il giorno seguente, 4 dicembre, erano previsti colloqui diretti tra governo, tuareg e gruppi islamisti.

Prendendo in contropiede il gentile e pacifico pubblico, Konaté dichiara di non credere nelle trattative, che queste sono una dimostrazione di debolezza agli occhi degli islamisti belligeranti e servono unicamente a dare un vantaggio agli invasori. Ci vuole un deciso intervento armato. Ora, Konaté stesso è musulmano, così come – lui stesso fa presente – lo è il 95% dei maliani, e di conseguenza non vede proprio la “necessità” di islamizzare un paese già islamico. Vede con chiarezza, questo sì, un vasto disegno di conquista da parte di ambienti che si servono dell’islam, in primis Qatar e Arabia Saudita. (Un articolo di Eric Salerno sul Messaggero avrebbe confermato l’analisi, un mese e mezzo dopo).

Dopo il Mali – colpito anche a motivo della sua debolezza politica e militare – toccherà al Senegal, concludeva con sicurezza Moussa Konaté quella sera all’Arcoveggio, e poi agli altri… Non solo in Africa ma nel mondo intero.

La visione non è delle più rassicuranti e potrebbe anche odorare di “scontro di civiltà”. La trovo comunque un invito a leggere gli avvenimenti diffidando sempre di schemi troppo categorici (Una nuova Libia… Se Parigi interviene è per inveterato spirito coloniale… Per l’Occidente è tutto e solo un affare di risorse del sottosuolo… ecc.). Che possono essere anche (molto) veri, ma non gli unici possibili. Tanto più se ci mettiamo ad ascoltare le voci locali (in questa circostanza, chiesa, comuni cittadini maliani, Cedeao, Unione africana…).

(Per chi non avesse capito bene: non difendo l’intervento militare franco-occidentale in Mali, ma reclamo l’umiltà di non essere sempre troppo certi delle nostre certezze).

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