Aiuto, che fatica

Un recente libro denuncia il sistema degli aiuti. Accuse che non sono una novità. E che devono aiutarci a far bene il bene.

«Vaste programme!» – per citare un fulminante De Gaulle – rendere conto, in qualche centinaio di parole, del dibattito sulle ambiguità dell’umanitario, inteso come sistema di intervento presso le popolazioni del Sud del mondo in situazioni di emergenza. Dibattito non nuovo ma rilanciato all’inizio dell’anno da una novità editoriale, L’industria della carità.

L’industria della carità, il libro di una giornalista di Radio 24, non affronta tutte le pieghe della problematica; il tema che più le sta a cuore è la trasparenza delle ong, grandi o piccole che siano. Benché non vi siano tenute per legge, visto che tra 5×1000, sms solidali e raccolte fondi di vario genere esse sollecitano i contributi dei cittadini, Valentina Furlanetto le sferza perché rendano facilmente accessibili i bilanci, a partire dai rispettivi siti internet. In questione c’è, tra l’altro, la distribuzione delle voci di spesa: per gli stipendi, il funzionamento interno, la comunicazione e… i progetti sul campo. Piazzate già in apertura di volume, alcune testimonianze di operatori umanitari pentiti che rivelano stili di vita assolutamente scandalosi da parte di volontari e cooperanti insediati in “isole” lussuosamente felici a due passi dai dannati della terra che sono andati a soccorrere.
L’autrice sostiene ripetutamente di non volere gettar fango sul mondo della solidarietà (in cui include anche quella italiana, vedi terremoto in Abruzzo), ma luce. Dall’altra parte risuona invece l’accusa di fare di ogni erba un fascio. Silvia Pochettino, direttrice di Volontari per lo sviluppo, senza negare l’esistenza di mele marce smonta, scrivendo sulla rivista dei gesuiti Popoli, la «confusione» fatta «su cose basilari», e domanda quale senso abbia accusare organizzazioni come Amnesty International o Greenpeace di spendere troppo in comunicazione, quando è questa la loro mission. Un libro così, dice Pochettino, «fa solo male».

La «confusione» viene creata, secondo Gianni Rufini, altro esperto del settore, anche con il mescolare realtà tanto diverse come agenzie Onu, ong delle più svariate dimensioni e finalità, fondazioni… E poi, perché «il fatto di aver noi costituito un organismo di autocontrollo (l’Istituto Italiano Donazioni), in assenza di altri strumenti che lo stato dovrebbe garantire, deve ritorcersi contro di noi? Può essere colpa nostra? Che si costituisca una istituzione pubblica di verifica dell’operato delle ong. E si faccia presto. Siamo i primi a volerlo».

Il discorso, dicevamo, non è affatto nuovo. In Italia è sorto – può sembrare paradossale – proprio all’interno del mondo missionario e del volontariato internazionale almeno fin dagli anni Settanta, quando la diatriba ribolliva, ben più di oggi, tra una visione assistenziale e un’altra “politica”. Nel 1981 la Nigrizia di Alex Zanotelli (… che oggi firma la prefazione del libro di Furlanetto) dava una copertina all’«arma del grano». All’interno, una giornalista tunisina del settimanale Jeune Afrique condensava in un articolo il suo libro L’arme alimentaire mostrando come gli “aiuti agli affamati” fossero già allora un subdolo strumento in mano a gruppi di potere, il quale permetteva loro il controllo di intere nazioni, con conseguenze pesanti e verificabili: l’accrescimento della dipendenza strutturale dei paesi del Sud, il soffocamento dei mercati locali, la garanzia di manodopera a buon mercato in paesi verso cui si iniziava a delocalizzare, l’esodo rurale, e altro ancora. «Perfino buona parte delle sinistre europee continua a credere nelle virtù» degli aiuti alimentari, lamentava Sophie Bessis.In breve tempo in Italia viene montata, nei primi anni Ottanta, la macchina governativa della cooperazione, con stanziamenti non indifferenti. Già a fine 1983 padre Alex comincia a denunciare che quello è solo un «carrozzone» che serve solo a far campare imprese italiane, «perfino nel giro delle armi», tra sprechi e progetti “di sviluppo” assurdi, “esperti” vari, con i partiti a dividersi i pezzi d’Africa da “aiutare”. Ai poveri arrivano sì e no le briciole.

Anni Novanta. Di cooperazione internazionale si parla, nella pratica, sempre di meno, anche se il numero di organismi è aumentato. Appare sempre più scoperto il fronte dell’emergenza. Dell’umanitario. Bisogna fare tante cose, bene, in fretta, subito. I fronti di guerra e le aree di crisi si moltiplicano, dopo il muro di Berlino. Servono équipe mediche pronte a saltare da un meridiano all’altro, tende per i rifugiati, alimenti, specialisti nell’assistenza alle vittime traumatizzate… Intanto si sono moltiplicate tivù e media globali di comunicazione: lo spettatore s’indigna, si commuove, partecipa. Come può. Tanti mettono mano al portafoglio, molti anche fidelizzandosi all’una o all’altra associazione; più numerosi sono anche quelli pronti a partire. Nel frattempo l’umanitario si professionalizza sempre più, o almeno questa è l’impressione.

Chi rifletteva sulle cose continua a farlo, e a maggior ragione, adesso, soprattutto da quando “umanitaria” è diventato aggettivo anche di “ingerenza” (eufemismo per “guerra”). Nel 2000, dopo diversi articoli sull’argomento, Nigrizia riunisce attorno a un tavolo un piccolo ma qualificato gruppo di operatori del settore. Il titolo del dossier che sintetizzerà l’incontro sarà “Vivere di emergenze”. È uno dei temi che ritroveremo anche in successivi libri e articoli di riviste: già, che cos’è l’emergenza? Sono ancora tali le situazioni croniche di indigenza, enfatizzate dai mass media ma che andrebbero affrontate per quello che davvero sono, quindi con interventi di lungo respiro (chiamiamoli “di sviluppo” per brevità) e non con un cerotto dopo l’altro?

L’altra grande questione è l’umanitario che, partito per soccorrere le vittime, deve scendere a patti con i carnefici, i quali… continueranno con mezzi rinnovati (sì, quelli forniti, pur malincuore, dalle ong) a fare nuove vittime. È di quel periodo la decisione di Medici senza frontiere e altre 10 agenzie che, a differenza di altre 26 che rimangono, scelgono di lasciare il Sud Sudan per non sottomettersi all’«imbarazzante accordo» loro imposto dal locale esercito di liberazione. «Qui il rimedio è divenuto – diceva Nicoletta Dentico, all’epoca direttore di Msf Italia – parte del problema: gli aiuti di emergenza sono oggi un’autistica componente di perpetuazione di una guerra infinita». (Una scelta che, in un altro contesto, Msf ha reiterato lo scorso mese di marzo ritirandosi dal Marocco, dove «il problema, più che di assistenza medica, è di protezione e rispetto dei diritti umani»).

Nell’anno a seguire a quel forum di redazione usciva quello che è forse il primo libro tutto italiano sull’argomento, L’illusione umanitaria, scritto a più mani da Marco Deriu e compagni, da anni impegnati nel settore in prima persona. Riletto oggi, pare ancora attuale e si avvale di uno sguardo a 360 gradi sul problema. Nel 1999 era già uscito, tradotto dal francese, il durissimo L’ideologia umanitaria dell’antropologo Bernard Hours; Giulio Marcon nel 2002 porterà un nuovo contributo italiano con Le ambiguità degli aiuti umanitari. L’anno dopo, «il paradosso umanitario» è il sottotitolo dell’amaro Un giaciglio per la notte, dell’inviato di guerra David Rieff.

Saltiamo – ma sicuramente c’è dell’altro nel mezzo – al 2007. I disastri dell’uomo bianco. Perché gli aiuti dell’Occidente al resto del mondo hanno fatto più male che bene (si noterà la drasticità di tutti i titoli di questo scaffale) è uno studio fondamentale. La grande domanda è: c’è correlazione tra la quantità di aiuti – a conti fatti, ingenti – riversati nei paesi del sud del mondo, Africa in particolare, e la loro crescita? No. Easterly è tentato di proporre il mancato sviluppo come conseguenza degli aiuti, però si ferma un passo prima. Certo rimane, oltre alle cifre che analizza con cura, la chiarezza con cui presenta la complessità della lotta alla povertà rispetto alla vulgata del “basta un euro per salvare un bambino”.

Continuano i libri tradotti. L’industria della solidarietà è dedicato agli «aiuti umanitari nelle zone di guerra». Linda Polman, giornalista di guerra ed esperta di missioni di pace Onu, punta sulle sue personali testimonianze, in particolare in Afghanistan, e denuncia le ong che, come i giornalisti, sono embedded. Paul Collier dedica il suo L’ultimo miliardo a sondare «perché i paesi più poveri diventano sempre più poveri e cosa si può fare per aiutarli». Si pone in una prospettiva eminentemente economica ed è più moderato di altri autori: «Direi che formano parte della soluzione più che del problema. La sfida sta nell’associarli ad altre azioni».

Anche un direttore scientifico di grande agenzia come Oxfam esce con un suo studio. In Dalla povertà al potere Duncan Green dedica al «sistema degli aiuti internazionali» solo una parte del volume, ma lo fa con un’ampiezza critica se possibile maggiore di Polman, anche se con toni più pacati.

Umanizzare l’umanitarismo?, a cura di Marina Calloni, è un nuovo titolo italiano a più mani, che si caratterizza per interdisciplinarietà. Fra gli interventi segnaliamo quelli di alcuni missionari comboniani. Padre Kizito denuncia come sia paradossalmente facile dimenticare proprio le persone alle quali gli aiuti si rivolgono. Suor Maria Teresa Ratti e Francesco Pierli avvertono come l’umanitarismo si sia «andato trasformando in un modo di vivere e di governo per tenere stagnanti e immobili problemi che esigerebbero un cambio politico e commerciale radicale, di governance e di management. L’umanitarismo è quindi profondamente antiumano; è un’invenzione cinica del neoliberismo».

Eccoci infine al titolo che ha fatto più rumore. Per la prima volta è un africano a esprimersi compiutamente. Anzi, una donna africana, dello Zambia, brillante economista quarantenne – con un look che le permette di “tenere” la copertina – la quale dichiara che «gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo mondo»: è il coerente sottotitolo di: La carità che uccide. Un libro che ha il pregio, tra gli altri, della chiarezza, anche se i contenuti non sono tutti necessariamente condivisibili. Moyo, che ha lavorato nella Banca Mondiale e nella Goldman Sachs, nell’ultima pagina, per esempio, ha elogi per donatori e organizzazioni internazionali che hanno «spostato l’ideologia dello sviluppo dalle cattive politiche economiche degli anni Settanta (soprattutto stataliste) alle buone politiche di mercato in agenda oggi (introdotte sulla scorta del Washington Consensus)»…

E si arriva così all’Industria della carità, un libro che, inquadrato in questo filone di attenzione critica, pare a conti fatti anche meno “cattivo”.

In conclusione: aiuti sì? aiuti no? La risposta è, forse: aiuti “come”. E per capire il come, tutta questa storia più che trentennale di studi e di interrogativi dettati dall’esperienza andrebbe presa sul serio.


I libri di cui parliamo

S. Bessis, L’arme alimentaire, Maspero, 1979
B. Hours, L’ideologia umanitaria, L’Harmattan Italia, 1999
M. Deriu (a c. di), L’illusione umanitaria, Emi, 2001
G. Marcon, Le ambiguità degli aiuti umanitari, Feltrinelli, 2002
D. Rieff, Un giaciglio per la notte, Carocci, 2003
W. Easterly, I disastri dell’uomo bianco, Bruno Mondadori, 2007
P. Collier, L’ultimo miliardo, Laterza, 2008
L. Polman, L’industria della solidarietà, Bruno Mondadori, 2009
M. Calloni (a c. di), Umanizzare l’umanitarismo?, Utet, 2009
D. Green, Dalla povertà al potere, Altreconomia, 2009
D. Moyo, La carità che uccide, Rizzoli, 2010
V. Furlanetto, L’industria della carità, Chiarelettere, 2013
pubblicato, in forma ridotta, su AMANI maggio 2013
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