Francesco e il senso di “povertà”

Francesco d’Assisi (Cimabue)

50 anni di Concilio Vaticano II (1962-1965), 40 di Emi (1973; ma con un lungo”prologo”, quasi ventennale, di edizioni comuni tra gli istituti missionari). Due anniversari senza comune misura, l’uno macro e l’altro micro, tuttavia collegati da un fil rouge, quello che si rivela ora dal pontificato Bergoglio.

Se n’è parlato ieri sera a Rovigo, in un incontro promosso dal Centro missionario diocesano con la Consulta delle aggregazioni laicali: “Da Giovanni Paolo II a Francesco – Segni di speranza e di rinnovamento nella Chiesa di oggi: una sfida per tutti”, presente, oltre al sottoscritto, un appassionato don Dante Carraro (il direttore di Cuamm – Medici con l’Africa), che maneggiava il suo volume dei documenti conciliari straordinariamente sottolineato e, in maniera evidente, costantemente “frequentato”.

La parola chiave del rinnovamento sperato si è rivelata essere povertà. Parola da maneggiare con cura, parola che, un po’ come amore, si presta a equivoci, manipolazioni, fraintendimenti. Focalizziamola a partire proprio dal Vaticano II. All’epoca si discuteva molto di “chiesa dei poveri” oppure “chiesa per i poveri” o “chiesa povera”… «Il cardinale Lercaro, uno dei quattro Moderatori [del Conclio] – leggeremo in un piccolo, prezioso libro di Raniero La Valle per l’Emi, in uscita dopo l’estate –, aveva detto che quello della povertà non era un tema tra gli altri, ma, poiché faceva tutt’uno col mistero di Cristo e della chiesa, doveva essere preso in un certo senso come “l’unico tema” di tutto il Vaticano II».

Non per niente 42 vescovi – tra i quali Helder Câmara, Leonidas Proaño, José Maria Pires e altri in gran parte vescovi missionari (per l’Italia troviamo il nome di Luigi Bettazzi) – si ritrovarono, tre settimane prima della chiusura del Concilio, nelle catacombe di Domitilla e là strinsero il Patto delle Catacombe, un chiaro, sintetico e solenne impegno a «vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende» (testo integrale facilmente reperibile nel web, a partire da Wikipedia).

All’epoca Jorge Mario Bergoglio non era nemmeno prete, eppure, fin dalla sua prima apparizione come “Francesco” dalla loggia di San Pietro, è subito corso un brivido in tanti, oltre a quello dell’emozione che ha pervaso chiunque. Come se quel Patto avesse trovato ascolto ai massimi livelli dell’istituzione e, di più, si trovasse ad esserne promosso. Nessuno sa, probabilmente nemmeno lui, fin dove papa Francesco riuscirà a spingere la chiesa su questa nuova e antica strada, ma la direzione imboccata, con dolce fermezza, pare essere nettamente quella.

Avremo dunque il pauperismo al potere? No. Quello che è in questione non è il “pauperismo”, ma il “potere”. Mi spiego. Una povertà assoluta, drastica e radicale alla Francesco d’Assisi – che, verrebbe da dire, ha persino superato quella di Gesù, «un mangione e un beone», non è da tutti. Neppure tutti i primi francescani ce la facevano a seguirlo fino a quel punto. San Paolo stesso diceva: «So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza» (Fil4,12). Un grande gesuita, l’apostolo della Cina, Matteo Ricci, è raffigurato in lussuose vesti e aveva dimestichezza on i mandarini: diversamente gli sarebbe stato pressoché impossibile penetrare nella Cina fino a Pechino.

Esistono insomma diverse, forse infinite maniere di praticare la povertà nella chiesa (intesa come libera scelta, ovviamente). Purché rispettino almeno queste tre caratteristiche: essere strettamente unita alla condivisione (povertà non è avarizia); essere un’espressione di libertà (le diverse forme di povertà possono essere intercambiate secondo le circostanze); essere povertà di/dal potere. In fondo, ciò che davvero ha allontanato e introdotto il sospetto verso la chiesa nella gente comune è il potere che essa ha detenuto/detiene o anche solo l’impressione di ambirvi. E non cambia niente che sia un potere ricercato “a fin di bene”, per meglio svolgere la sua missione. Anche la tentazione di Gesù, di trasformare le pietre in pane, era a fin di bene.

Aggiungiamo che la povertà non è mai definibile una volta per tutte. Gustavo Gutiérrez diceva che è come una curva asintotica: in matematica, si tratta di una curva che si avvicina sempre di più a una retta (cioè a un limite) senza però mai raggiungerla.

Credo che le parole e i gesti simbolici (ma anche già effettivi) di spogliazione preconizzati dai vescovi delle Catacombe e ripresi da papa Francesco abbiano il loro senso e la loro efficacia nella rinuncia al potere come lo intende il mondo – rinuncia che, in misura inversamente proporzionale, accrescerà quel potere che prorompe unicamente dalla Parola. «Erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (Mc1,22). Il potere di un’autorità che in realtà è autorevolezza: non linguaggio forbito o elevata posizione istituzionale di chi parla, ma corrispondenza con la verità della propria vita, accompagnata da un atteggiamento di autentico interessamento a chi ti sta davanti

È per questo che gesti e parole di Francesco, in realtà già udite mille volte, appaiono adesso non come ripetizioni o dogmatismi ma come buona notizia. Perché dà l’impressione di non avere niente da difendere.

Come poi i 40 anni di Emi c’entrino con tutto questo, ci sarà una prossima volta per parlarne…

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