Ne vedremo delle belle

Il primo libro Emi (1983) su Romero

In un post precedente facevo cenno al 40° dell’Emi e al filo rosso che lo collega, nel suo piccolo, al 50° del Vaticano II e al pontificato Bergoglio. In realtà mi ero soffermato più sul rapporto Concilio-Francesco. Due parole, adesso, su perché l’Editrice Missionaria si sente coinvolta in questa nuova fase macroecclesiale.

È presto detto. L’Emi ha al suo attivo un’abbondante produzione diversificata, sì, ma nella quale spiccano riflessioni, testimonianze, esperienze anche oggetto di ammirazione, ma per buona parte avvertite dal pubblico ecclesiale come marginali. Un trattamento analogo a quello riservato agli stessi missionari: stimati, ammirati, sostenuti per il loro impegno, visti come un corpo di frontiera della chiesa, ma in fondo sentiti come marginali (non solo geograficamente) rispetto alla coscienza ecclesiale media. È sintomatico il ritorno spesso problematico dei missionari diocesani, i fidei donum, che o dovevano mettere tra parentesi l’esperienza di missione o si trovavano facilmente relegati in qualche area marginale della loro diocesi.

Adesso, abbiamo un papa “missionario”. Certo non sarebbe stata sufficiente una provenienza geografica esotica a cambiare le cose. Ma oramai vediamo associato alla «fine del mondo», uno stile nuovo, un linguaggio nuovo, delle preoccupazioni nuove. Allo stesso tempo in cui Jorge Mario Bergoglio si proclama «vescovo di Roma» e non prevede alcun viaggio internazionale entro il 2013 (tranne quello, già programmato in sua assenza, a Rio), proprio da questa sua “localizzazione” appare aperto ad accogliere le istanze più “missionarie”, dallo spogliarsi per quanto possibile di paludamenti e modi di fare sacrali a una gestione più collegiale della chiesa (per il momento di questo si vedono solo germi).

Un altro fatto: qualcuno ha ipotizzato, sin dai primissimi giorni di pontificato, un passo avanti della causa di beatificazione di Óscar Romero. Lo ”sblocco” è apparso come ufficioso il giorno in cui il postulatore, mons. Vincenzo Paglia, si è recato in udienza da papa Francesco. Un evento che di per sé non cambia niente per i milioni di latinoamericani che da trent’anni lo invocano “San Romero de America”, ma che ha una dirompente forza ecclesiale. Rimando per questo a quanto ha scritto Jon Sobrino (non lo cito adesso per brevità) nelle sue “Lettere a Ignacio Ellacuria” (Scrivo a te fratello martire, Emi, 2006).

All’Emi abbiamo avuto la sensazione che i temi di tutta una quarantennale (per limitarsi al periodo di questo anniversario – e quaranta furono gli anni dell’esodo nel deserto!) produzione editoriale, in presa diretta con la vita, uscisse ora dalle catacombe e acquisisse diritto di cittadinanza nella chiesa. Le «periferie» (si veda anche la prima uscita domenicale di Francesco fuori del Vaticano, domenica scorsa a Prima Porta) di colpo diventano centrali, in una sorta di copernicano ossimoro.

Aggiungiamo l’annuncio di un altro sblocco verso gli altari: la causa di Matteo Ricci, l’audace missionario gesuita nella Cina del Cinquecento, paradossalmente più “venerato” prima dall’imperatore e poi dal Partito comunista cinese che non dalla sua stessa chiesa.
Ne vedremo ancora delle belle.

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