Cosa rivelano i CV

Cestino-300x199I curriculum spediti via email sono uno spaccato di umanità varia. Ne racconto qualcosa solo per aiutare chi sta per inviare il suo a non sprecare un’occasione.
Nei giorni scorsi mi sono dedicato a rispondere a quanti, tempo fa (anche molto tempo fa, ahimè, e me ne dolgo e scuso), avevano inviato all’Emi la propria candidatura, via email, in cerca di un impiego.

Due le osservazioni:
A) l’arrivo di CV è cresciuto esponenzialmente negli ultimi tempi – e la cosa non si fatica a capirla;
B) in tanti sprecano in partenza un’occasione per il solo modo di presentarsi.

Anni fa, su Radio 24, c’era una rubrica dedicata ai consigli per redigere e presentare un curriculum. Esistono anche libri sull’argomento. Ma anche senza studi specifici, alcuni errori sono davvero plateali. Il primo riguarda il campo “oggetto”:

• arrivano email con il campo in bianco; pazienza il mittente fosse un corrispondente conosciuto, ma tu che ti presenti a un’azienda per un lavoro – da supporre che sia per te cosa vitale – invii una mail senza oggetto? Succede anche che si presenti in tal modo chi vanta poi  un’esperienza di “comunicazione aziendale”… Sob.
• Oppure l’oggetto è: “informazioni”, “richiesta”, o altro termine il più generale/generico possibile. Siamo quasi come nel caso precedente.
• Per fortuna ci sono anche quelli (una minoranza, in verità) che azzardano un: “Traduttore dal nederlandese” o “Correttore di bozze”. Questa è già una partenza corretta.
Poi c’è il “corpo del messaggio”. Anche qui c’è chi – e non sono rari quelli che lo fanno – riesce a lasciarlo completamente immacolato, sottintendendo che tutto è affidato all’allegato (che non è neppur detto che si apra sempre). Se poi al corpo in bianco aggiungete l’oggetto in bianco, potete immaginare l’effetto attrattivo che la mail può esercitare su chi la riceve.

Al lato opposto, c’è chi il corpo del messaggio lo riempie per benino, anche troppo. Solo che invece di descrivere competenze ed esperienze si lascia andare ai suoi sogni ”fin da bambino” o alla passione che lo ha sempre animato per la scrittura o per le relazioni umane o che so io. La carica ideale, un “sogno”, fa sempre bene ed è importante; ma da sola, o quando l’enfasi la fa diventare preponderante, non basta proprio. Anzi, desta sospetti.

Oppure c’è chi ostenta una freddezza disarmante. Un curriculum asciutto, senza neppure esprimere una preferenza per una mansione invece che per un’altra. Difficile riuscire a prendere in seria considerazione una muta domanda di questo tipo quando, oltretutto, il CV sciorina una formazione ed esperienze che con un’editrice non c’azzeccano proprio. Aver fatto il pizzaiolo durante gli studi al DAMS con specializzazione in danza moderna è una gran bella cosa, però…

C’è un altro campo talora critico, in certe mail. È il campo “A” (“To” nei menu in inglese). Quando ti trovi, accanto al tuo indirizzo, anche quelli di due dozzine di altre editrici, non è che ti offendi (ci vuol altro!), ma certo non invoglia a dare una risposta, nemmeno di cortesia. Tanto ci penserà qualcun altro.

Caso analogo, quello di chi invia in allegato un “template” di lettera dove figura ancora “Al/Alla Gentile Direttore/Direttrice …”. Proprio così, lasciando in bianco lo spazio da riempire con il nome del destinatario.

È vero che, almeno nel caso specifico dell’Emi, non sono questi dettagli a compromettere un’assunzione (non siamo in fase di espansione) o una collaborazione. Però, caspita, ti chiedi com’è possibile che una persona, di qualunque età essa sia, nel contesto di una crisi come quella attuale non si ponga nemmeno il problema della presentabilità. Che non è una questione di immagine ipocrita o fine a sé stessa, ma di far intravedere le proprie capacità e potenzialità fin dal primo approccio. O almeno di non sotterrarle, come quell’uomo della parabola che aveva ricevuto un solo talento.

Ci sarebbe poi a questo punto, un’altra considerazione, che non riguarda più (solo) la questione del posto di lavoro in sé, ma è più… antropologica: ma quanta fatica facciamo, ai giorni nostri, a metterci nei panni dell’altro, anche solo in un gioco di simulazione. Questo, però, come si suol dire, è già un altro discorso.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...