Il negro, il cappuccino e il cornetto

Esoh Elamé «Non chiamatemi uomo di colore»

– La prima colazione non è che la prosecuzione della guerra con altri mezzi.
– Ma va’ là. Cappuccino e cornetto sono il modo classico per cominciare bene la giornata: gustoso, energetico e… innocente. Senza tracce di violenza.
– Già, ma perché il croissant ha la forma della mezzaluna e il cappuccino è un caffè con schiuma di latte sopra? Perché sono collegati agli assedi di Vienna da parte degli ottomani. Il caffè, bevanda tipicamente turca, rimane sotto; il crescente, emblema della “Sublime Porta”, si fa fuori in pochi bocconi. Senza dimenticare che il “caffellatte con la schiuma” è diventato cappuccinoa perpetua memoria di fra Marco d’Aviano, l’artefice ecclesiastico-diplomatico della vittoria di Lepanto.

Che sia poi tutto vero, in questa ricostruzione storico-pasticcera, è ancora da dimostrare. È, in ogni caso, una delle cento microstorie in un recente libro dedicato all’arte (?) di ingiuriare. Se questa può servirsi perfino della gastronomia, figurarsi cosa non è capace di inventarsi quando rimane nel suo campo proprio, quello delle parole.
Insulto, dunque sono – questo il titolo dell’opera – è uscito quasi in coincidenza con la sortita estiva di Calderoli sulla ministra Kyenge (e non sprecheremo spazio per ripeterla qui), a sua volta seguita da un ragguardevole revival di uscite razziste o sessiste. E non esclusivamente sulle curve sud o in bocca a specchiati leghisti.
L’autrice del libro era partita da una mole di epiteti che, se mantenuta, sarebbe risultata in un volume-mattone. E non era certo la prima persona a dedicarsi a uno studio di questa indole, come traspare dalle pur essenziali note bibliografiche che riporta. L’esplorazione degli slurs è condotta a 360 gradi dal punto di vista geografico e con continue incursioni nella storia. Inchiodare l’altro a uno stereotipo basato sul suo aspetto fisico, la sua alimentazione, modo di parlare o altre caratteristiche – spesso presunte, in ogni caso indebitamente generalizzate – del gruppo umano cui appartiene, o da cui soltanto proviene, pare sia davvero il mestiere più antico del mondo.
Per reagire a questo antico vizio è stato inventato, e non da oggi, il politically correct, che un altro libro chiamava, quasi dieci anni fa, Igiene verbale. Un libro che, a dire il vero, è soprattutto contro il politically correct; più precisamente, contro le sue derive ridicole, e ancor di più contro quella che può diventare una vera «sagra dell’ipocrisia». Non è cambiando – e obbligando a cambiare, magari per legge – le parole che si cambiano i sentimenti soggiacenti. In Africa occidentale, ama ricordare Marco Aime, è usuale prendersi in giro, anche a male parole, tra membri di clan o etnie diversi. Una pratica che si potrebbe credere deflagratoria e che invece è detta “parentela per scherzo” perché, grazie a quelle che sono materialmente parole offensive, si stringono e rinsaldano relazioni tra persone e gruppi umani “diversi”.
Ossia, il contesto è fondamentale. Le libertà che ci si può concedere tra amici o in relazioni in cui sono già chiari i presupposti, diventano devastanti se trasposte altrove: in uno stadio, su un asocial network, a una festa di partito – insomma in ambito pubblico ­– o, peggio ancora, in un parlamento o da parte di figure istituzionali.
C’è chi difende, tanto per fare un caso classico, la giustezza della parola “negro” per definire una persona di origine subsahariana, giacché è un termine con la sua dignità nella storia della lingua italiana e non è etimologicamente spregiativo. Ma come ignorare l’uso che ne è stato fatto negli ultimi decenni, che lo ha fatto diventare la protasi di espressioni irriferibili?
Allora è apparso “di colore”. Ma «io non sono di colore, sono nera, lo dico con fierezza», precisò l’allora neoministra «italo-congolese» a chi maneggiava (maldestramente) questa espressione immaginandola più politicamente corretta. Posizione, quella di Kyenge, che era poi la stessa di un intellettuale di origine camerunese, Esoh Elamé, che alla sua richiesta Non chiamatemi uomo di colore ha dedicato un intero libro.
Perché il problema di fondo non è il lessico, ma la relazione di potere (politico, ma anche sociale, culturale o… semplicemente percepito) – asimmetrica – tra chi vomita slure chi ne è bersaglio. E allora le parole si fanno pesanti, pesantissime. «La lingua che si biforca fa più male del piede che inciampa», dice un proverbio africano citato da Elamé. «La parola – diceva Heinrich Böll, citato in un altro bel testo su questo tema, Parole contro – lasciata in balia del demagogo senza coscienza, del tattico puro, dell’opportunista, può essere causa di morte per milioni di uomini… Un gruppo di concittadini classificabili a piacere può essere votato alla distruzione grazie alle parole…».
Mah. Meglio non pensarci troppo. Intanto mi è anche venuto un languorino. Cornetto e cappuccino, per favore. E un bel po’ di cacao sopra.

I libri citati
Giovanna Buonanno, Insulto, dunque sono, Emi, 2013
Edoardo Crisafulli, Igiene verbale, Vallecchi, 2004
Federico Faloppa, Parole contro, Garzanti, 2004
Esoh Elamé, Non chiamatemi uomo di colore, Emi, 2007

pubblicato su AMANI dicembre 2013
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