Cheikh Anta Diop, l’Africa che pensa

C.A. Diop alla lavagnaNel 1987, a un anno esatto dalla sua scomparsa, a Cheikh Anta Diop venne intitolata l’Università di Dakar. Un riconoscimento alla statura di uno scienziato che, nel corso della sua esistenza, non ha sempre ricevuto il giusto riconoscimento.
Se oggi non ci sorprendiamo troppo quando si parla delle radici prettamente negro-africane della civiltà egizia lo dobbiamo anche e soprattutto a lui. Una teoria che all’epoca si è scontrata a lungo con l’intellighenzia dell’egittologia tradizionale, per la quale – fatta salva la “dinastia nera”, la XXV (750-656 a. C.) – l’Egitto era sostanzialmente “bianco”. Quando nel 1951 il ventottenne senegalese tentò di ottenere il dottorato all’Università di Parigi ottiene un secco rifiuto. Ce la farà quasi dieci anni dopo ma, nel frattempo (siamo nel 1954), pubblica i due tomi di Nations nègres et culture – mai usciti in italiano – che accendono il dibattito. Bisognerà attendere il 1974 per vedere la sua tesi sostanzialmente accettata dalla comunità scientifica.

Non starò a ripercorrerne la biografia; internet offre senz’altro molte informazioni anche se sono ancora decisamente rare e spesso poco accurate le pagine in italiano che lo riguardano. Era un uomo dal sapere poliedrico: il suo campo di studio spaziava dalla fisica alla chimica – è suo il primo laboratorio africano di datazione al carbonio 14 e, ancora, è sua la traduzione della Teoria della Relatività di Einstein in lingua wolof – ma si occupava anche di antropologia, linguistica, storiografia.
Per chi comprende bene l’inglese, a questo link si trova la prima parte di un’intervista tv in cui lo studioso parla dell’origine dell’umanità.

A Diop sono legati i miei primi ricordi da redattore. Era il 1980, sei anni dopo il convegno scientifico dell’Unesco, al Cairo, che lo “promosse”: padre Alex Zanotelli, direttore del mensile Nigrizia, era da poco rientrato da un viaggio in Africa quando mi affidò la traduzione e la cura della sua intervista a Cheikh Anta Diop. Ricordo anche di qualche missionario, esperto di cose africane e in particolare di quella regione in riva al Nilo, che storse il naso davanti a quel titolo (e non solo quello) troppo perentorio: I faraoni sono neri.

Diop era un pensatore che alla sua opera imprimeva soprattutto una forte intenzione “politica”. A padre Alex, che gli chiedeva a che pro affaticarsi tanto sul passato (sottinteso: con tutte le problematiche che l’Africa deve affrontare), rispondeva che «non si tratta di dilettarci del passato per dimenticare le prove che subiamo nel presente»: quello che conta, per un popolo, è «ritrovare la sua creatività. Questo non può esistere senza il recupero di sé stessi, senza la riconciliazione cioè della civiltà africana attuale con il suo passato. Ciò permetterà agli africani di aver fiducia in sé stessi e di apportare quindi un maggior contributo all’umanità».
L’impegno politico vero e proprio lo vide aperto oppositore di Léopold Sédar Senghor, il presidente del Senegal – che era pur sempre il vate della «negritudine» –, ma Diop, che formò ben due partiti, aveva una visione più radicale della dignità del suo continente, della sua vocazione federalista panafricanista e del suo ruolo nel mondo. Non per nulla viene spesso preso a vessillo dagli “afrocentristi” americani.

Le circostanze mi hanno portato di nuovo, a trent’anni da quell’intervista, a occuparmi di Cheikh Anta Diop. Si è trattato, questa volta, della traduzione di un libro su di lui scritto da Jean-Marc Ela (L’Africa a testa alta di Cheikh Anta Diop, Emi, Bologna, 2012; titolo originale: Cheikh Anta Diop ou l’honneur de penser, L’Harmattan, Paris, 1989). L’autore – scomparso nel 2008 – è stato un prete e sociologo camerunese, forse l’unico vero teologo della liberazione africano e al contempo studioso “laico” capace come pochi altri di valorizzare l’africanità. A Diop ha dedicato un saggio militante, quasi un pamphlet, scritto pensando ai giovani africani. Un libro appassionato in cui – ricorrendo ad ampie mani a citazioni di Diop – Ela vuole (di)mostrare tutta l’attualità e la necessità del suo pensiero/azione per l’oggi.

Perché l’Africa non ha solo “bisogni”. Soprattutto ha urgenza di recuperare un proprio pensiero che la aiuterà, di riflesso, pure a risolvere i bisogni primari. «Siamo realisti» conclude Jean-Marc Ela parafrasando Cheikh Anta Diop (e riferendosi anche a certi graffiti cancellati dai muri ma non dalle memorie): «è l’impossibile che accade. Quando l’Africa ritroverà la sua capacità di pensare, allora si rimetterà in piedi, libera e fiera».

P.S.: Ho riscoperto questo testo nel Corriere delle migrazioni, dove è “migrato” dal blog di Daniele Barbieri che mi aveva chiesto di contribuire alla sua rubrica di «Scord-date».
Aggiungo il link a un’articolata recensione di Cheikh Anta Diop ou l’honneur de penser – da parte di studenti africani all’Università Pontificia Salesiana.
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Un pensiero su “Cheikh Anta Diop, l’Africa che pensa

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