Ruanda, la fatica di una memoria condivisa

«La Repubblica Centrafricana non interessa nessuno: non si capisce chi sono i buoni e chi sono i cattivi», dice un tizio col bicchierone di popcorn in mano davanti alla tivù accesa. È una vignetta di un settimanale satirico svizzero e non fa nemmeno troppo ridere, tanto pare fotografare bene la realtà.
A vent’anni dalla più tragica data della storia africana contemporanea – il genocidio in Ruanda – pare invece abbastanza facile dividere i buoni dai cattivi: vittime da una parte, genocidari dall’altra. Alle vittime spetta di diritto essere classificate tra i buoni, non per le loro virtù personali ma perché nulla può giustificare ciò che hanno subito. A maggior ragione se la motivazione del massacro è una carta d’identità recante la menzione dell’etnia sbagliata nel posto e nel momento sbagliati. Ma ciò comporta, per converso, l’assegnazione degli altri, tutti gli altri, ai “cattivi”?

Quei cento giorni di machete, scoccati il 7 aprile 1994, non destarono subito una fattiva attenzione all’estero, nemmeno da parte dell’Onu, duole dirlo. (Fu Giovanni Paolo II il primo al mondo a parlare di «genocidio»). Peccato di omissione tanto più grave in quanto fu un orrore organizzato, di cui erano noti i segnali premonitori.Dopo, vuoi per complesso di colpa vuoi perché si è creduto di capire dove stessero i buoni e dove i cattivi, il Ruanda è diventato il paese d’Africa su cui l’Italia ha sfornato la maggiore produzione editoriale degli ultimi due decenni. Infiniti articoli su giornali e riviste nonché su internet, senza contare documentari e anche esperienze teatrali. Per limitarci ai libri, in vista di questo ventennale è uscito un nuovo romanzo, Nostra Signora del Nilo della ruandese Scholastique Mukasonga, mentre è atteso il nuovo saggio di Daniele Scaglione (già presidente di Amnesty International Italia e autore di un’altra opera sul tema) scritto con Françoise Kankindi, radicata in Italia, di origini ruandesi ma burundese perché figlia di rifugiati all’epoca del pogrom che colpì i tutsi nel 1959.A fronte di una relativa abbondanza di titoli, l’impressione è che il discorso mainstream sia un po’ a senso unico. Prevale di gran lunga, cioè, il punto di vista delle vittime “ufficiali”, esposto in prima persona o grazie ad autori non ruandesi; è giusto che sia così, ma altre voci (nelle liste della morte constavano anche tanti hutu “moderati”) potrebbero dare un contributo importante alla ricostruzione della verità.Certo è generalmente riconosciuto che degli hutu hanno messo in salvo, a proprio rischio e pericolo, connazionali tutsi che per la propaganda erano solo «scarafaggi» da schiacciare. Il caso macroscopico è un maître d’hôtel divenuto poi protagonista di un film (sulla vicenda lo stesso Paul Rusesabagina ha scritto un libro, dove denuncia che «la tossina che circola nelle vene del mio paese è una falsa idea della storia» e che ha il merito di ricordare i collegamenti con le vicende burundesi), e alcuni scampati hanno reso omaggio agli hutu cui devono la vita salva, come la Jeanne d’Arc di Ti seguirò oltre mille colline e la Yolande Mukagasana di La morte non mi ha voluta; storie analoghe troviamo in Nostra Signora del Nilo, fiction ambientata in quel “prologo” del terrore che fu, per i tutsi ruandesi, il 1973.Sono però rari i testi, almeno in italiano, con un punto di vista hutu: non certo quello dell’Hutu Power o degli Interahamwe, ma di quanti erano, già da anni, critici del regime. Oltre alla testimonianza di Rusesabagina si segnala soprattutto il libro-intervista di André Sibomana: giornalista, attivista dei diritti umani, prete. Morto, anzi fatto morire – avendogli il governo negato il visto per andare a curarsi all’estero – nel 1998. In J’accuse per il Rwanda la sua personale storia di opposizione al presidente Habyarimana lo autorizza a opporsi, adesso, al regime di Paul Kagame: «Il fatto di attaccare una dittatura – dice l’abbé – non ti dà tutti i diritti. Combattere un regime che disprezza i  diritti dell’uomo non autorizza a usare i suoi stessi metodi». Egli denuncia al contempo che in Ruanda «nessuno può sostenere che ignorava quanto si stava preparando» (il genocidio). E ne ha anche per la comunità internazionale, quando ricorda come ufficiali dissidenti delle forze armate ruandesi avessero avvertito per tempo l’Onu della pianificazione degli eccidi.Alcuni altri libri hanno dato voce, in Italia, a un punto di vista alternativo al mainstream, ma non pare abbiano granché influito sul dibattito. I titoli dell’Emi, per esempio, tra cui uno recente sulla «inadeguatezza di Corti e Tribunali» in ordine al processo di riconciliazione nazionale, e un altro del 2001, che ricostruisce la vicenda di un vescovo accusato di genocidio dal presidente della repubblica in persona. La giustizia ha poi scagionato mons. Misago (e il capo dello stato si è dimesso…), ma il marchio mediatico è rimasto. Un’opera uscita successivamente, il citatissimo libro di Philip Gourevitch, ha “dimenticato” l’innocenza del prelato… E anche l’autore di uno dei romanzi considerati più importanti sul genocidio, il senegalese Boubacar Boris Diop, appena quattro anni fa dichiarava, nel corso di in una conferenza in Italia, che «il massacro di Murambi è stato voluto» dal vescovo di Gikongoro…
Vent’anni, insomma, sono decisamente pochi per dar vita a una memoria “condivisa”, come si direbbe in Italia (dove di anni ne sono passati settanta…).

I libri citati

S. Mukasonga, Nostra Signora del Nilo, 66thand2nd, 2014
F. Kankindi, D. Scaglione, Rwanda, la cattiva memoria, Infinito, 2014
P. Rusesabagina, Hotel Rwanda. La vera storia, Il Canneto, 2013
V. Codeluppi, Le cicatrici del Ruanda. Una faticosa riconciliazione. Indagine sull’inadeguatezza di Corti e Tribunali, Emi, 2012
H. Jansen, Ti seguirò oltre mille colline, Tea, 2005
B.B. Diop, Murambi. Il libro delle ossa, e/o, 2004
D. Scaglione, Istruzioni per un genocidio, Ega, 2003
A. D’Angelo, Il sangue del Ruanda. Processo per genocidio al vescovo Misago, Emi, 2001
P. Gourevitch, Desideriamo informarla che domani verremo uccisi con le nostre famiglie, Einaudi, 2000
Y. Mukagasana, La morte non mi ha voluta, La Meridiana, 1998
A. Sibomana, J’accuse per il Rwanda, Ega, 1998
Altri titoli fra quelli usciti in Italia (non tutti), sono reperibili su Wikipedia alla voce “Genocidio del Ruanda”; i titoli Emi sono su www.emi.it (argomento Ruanda).
 pubblicato su AMANI maggio 2014
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