La bambina venuta dalla fine del mondo

«Dall’Africa viene sempre qualcosa di nuovo». Così diceva Plinio il Vecchio, il naturalista che perì nell’eruzione del Vesuvio che cristallizzò Pompei, Ercolano e Stabia. Ex Africa semper aliquid novi. Anche l’Argentina non scherza, però. Di là è sbarcato il tango, per esempio. E là è nato il peronismo. Che non ha varcato l’oceano, è vero, ma ha prodotto un’«eroina» del XX secolo come Evita Perón e che rappresenta comunque un’originale creazione politica che sconquassa la classica suddivisione destra/sinistra.

Argentino era Ernesto Guevara de la Serna; checché se ne pensi, il “Che” è un’icona intramontabile. Sul versante letterario, brilla il “solitario” Jorge Luis Borges. Un giorno bisognerà poi mettere in fila i personaggi argentini che, in un modo o nell’altro, hanno lasciato un segno in Italia: nella “cultura pop”, sicuramente, da Belén Rodríguez a Maradona – e, per restare nel mondo del calcio, Helenio Herrera e Omar Sivori. Questi ultimi sono ormai consegnati alla storia del football, ma molti altri stanno cercando, nelle squadre italiane, di sparare palloni in rete, o di pararli. Finché, una sera di marzo, non si presentò un altro fuoriclasse – anche lui un Sivori per parte di madre, ma Bergoglio per linea paterna.
Non è lui, però, che qui vogliamo celebrare, bensì una splendida cinquantenne venuta anche lei «quasi dalla fine del mondo» e che davvero non teme le rughe e le ingiurie del tempo. Il suo nome è Mafalda, il cognome non serve. Data del suo compleanno è il 29 settembre, giorno in cui per la prima volta, era il 1964, apparve in una “striscia” su un settimanale di Buenos Aires. Meno di dieci anni dopo, il suo “babbo di matita” ­– per tutti Quino – smise per sempre di disegnarla (a parte qualche richiesta puntuale, come da parte dell’Unicef), ma l’enfant terrible continua tuttora a vivere, sempre vispa, a suo modo tenera e comunque “necessaria”, nel cuore dei tanti che l’hanno conosciuta, allora o più di recente.
«Mamma, cosa ti piacerebbe fare se tu potessi vivere?», domanda la riccioluta seienne alla madre dopo un sopralluogo in casa: montagne di camicie stirate, pavimenti tirati a specchio, piatti e pentole lavati e mamma Raquel di nuovo china a lavare.
«Ci sarà qualcosa di bello su qualche canale?».  Mafalda, clak e clak (all’epoca lo zapping si faceva senza telecomando), conclude desolata: «Niente! Televisione dappertutto!».
E davanti al mappamondo, vero e proprio coprotagonista di tante vignette: «Il mondo! Se volessimo venderlo come faremmo a trovargli una pubblicità convincente?».
Un giorno lei pedala felice sul suo triciclo, e passa davanti a un bimbo appiedato e triste; rincasando: «C’era un non so che di enciclica papale in quello sguardo». Striscia sicuramente databile al 1967, dopo l’uscita della Populorum progressio.
Insomma si potrebbe tentare tutta una fumetteologia a partire dagli interrogativi di Mafalda, le sue battute fulminanti, le esclamazioni inattese, considerazioni così “normali” da riuscire destabilizzanti nel mondo degli adulti, i quali hanno invece metabolizzato gli scandali più inaccettabili: guerre, ingiustizie, soprusi, manipolazioni, malainformazione, pseudodemocrazia…
Mafalda è una «contestataria» già consolidata ben prima del ’68. È una candida e puntuta femminista, non per ideologia ma perché “vede” la vita quotidiana della donna. È una bambina nonviolenta perché… Ma ci vuole un perché? Per questo la sua contundente tenerezza è destinata a rimanere così simpatica e attuale.
Se Combonifem avesse voluto scegliersi una testimonial di carta… be’, Mafalda sarebbe stata la scelta giusta. Con il suo ditino levato sul globo terrestre: «E questi diritti… rispettiamoli sul serio, eh? Che non accada come coi dieci comandamenti».
 pubblicato su Combonifem 11/2014
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