Congo, tutta un’altra storia

b000a-congo-feltrinelliAhiahiahi, heer Van Reybrouck… manca Tintin! Da un’opera così ricca – un libro-fiume, a immagine del «possente fiume» che lo apre e che non può che evocare l’inevitabile Cuore di tenebra – ci aspettavamo almeno una menzione dell’eroe a fumetti del suo connazionale Hergé (non voglio credere che la dimenticanza sia imputabile al fatto che lui è vallone e lei fiammingo)…

Tintin, si ricorderà, è tornato alla ribalta due-tre anni fa non solo per il film di Spielberg ma perché la sua avventura in Congo (1930, riproposta a colori nel 1946) è stata portata in tribunale per razzismo – vicenda conclusasi con formula assolutoria.

Tintin a parte, Congo di David Van Reybrouck (Feltrinelli), divulgativo a dispetto delle sue 700 pagine, è un libro importante. Basterà evidenziare due degli elementi che lo rendono attraente e, in certa misura, originale. Anzitutto la scrittura pressoché giornalistica. Sull’ex Congo Belga, poi Zaire, si è pubblicato tanto (Italia a parte). L’autore, archeologo di formazione, ben lo sa, dedica diverse pagine a dichiarare le sue fonti libresche, ma non intende scrivere un ulteriore testo accademico. Certo i capitoli periodizzano la storia del paese in modo classico, dall’inizio della colonizzazione, precedente quella «porcheria immonda» che fu lo Stato Libero del Congo di Leopoldo II, ai giorni nostri. Cioè i giorni (anche) della Cina. Ed è qui che l’autore, che ha fatto andata e ritorno da Guangzhou in compagnia di qualche congolese (laggiù ce ne sono a migliaia), rivendica la maggiore originalità di fonti: ciò che ha visto e udito di persona.

Il libro però è originale soprattutto perché nutrito di interviste a centinaia di persone. L’impalcatura storica ufficiale è rispettata, ma ne esce una storia “dal basso”. Fra tutti gli informatori si erge Étienne Nkasi. Non a caso la copertina dell’edizione originale ne riporta la foto. Secondo i calcoli dell’archeologo, Nkasi nacque nel 1882 (non è un refuso); solo per poco non riuscì a vedere il libro, uscito in Belgio nel 2010.

Un altro personaggio di particolare interesse è Jean Lema. Giovane viveur, riesce per sorte a invitare l’African Jazz di Kabasele – il Grand Kallé che darà alla musica congolese smalto internazionale – alle nozze della figlia del suo capo, un fiammingo. È il 1954 e vige un’apartheid di fatto. Jean nota una signora portoghese sulla pista e, in «un accesso di follia», la invita a fare un ballo con lui. A sorpresa, lei accetta (e il marito pure). Successo inatteso. Un tabù infranto. L’orchestra di Kabasele gli dedicherà una canzone, Jamais Kolonga. Ma la storia di “Kolonga” non finisce qua. Alla cerimonia di proclamazione dell’indipendenza lui c’era: nel frattempo era diventato giornalista. È in quell’occasione che il primo ministro Lumumba pronuncia il suo storico, “scortese” discorso davanti a re Baldovino. Sarà soppresso sei mesi dopo quel 30 giugno 1960; una barbarie, ma che non deve cancellare i suoi errori. «Persino i sostenitori più ferventi di Lumumba – annota l’autore – si interrogarono dubbiosi sulla vicenda. Mario Cardoso, che veniva da Stanleyville, e che lo aveva rappresentato personalmente durante la Conferenza della Tavola rotonda economica, mi ha raccontato: “Ero seduto nella sala ed ero stupefatto. Lumumba si comportava come un demagogo. […] Sta commettendo un suicidio politico, mi dissi”».

Il libro è un mosaico di microstorie e di grande storia che si intarsiano al punto giusto. E, quasi a difendere il senso di un’opera così impegnativa, l’autore sottolinea come il Congo non sia appena «la dispensa del mondo» grazie alle sue materie prime, ma come su di esso il mondo abbia giocato tante partite. Dalla guerra fredda che qui «cominciò», alle elezioni del 2006, le «più complesse di cui la comunità internazionale si sia mai fatto carico».

Più di ogni altra, la recensione che Van Reybrouck avrà gradito è quella di Le Potentiel, principale giornale indipendente di Kinshasa: questo libro «è un percorso senza errori nella storia del Congo. Andate in Congo? Portate voi Congo. Una cosa è certa: questo libro segna la fine di un’era, quella di Tintin in Congo (che non ha bisogno di processi) e della Filosofia bantu, quella di un Congo visto da e per il Belgio, che ora cede il posto a un Congo da vedere anche con il Belgio».

 pubblicato su AMANI dicembre 2014
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